I popoli dell'Italia antica
avevano rituali magici abbastanza semplici, fatti per il benessere del popolo,
per ottenere buoni raccolti, far vivere a lungo in pace e prosperità i regnanti
ed i loro sudditi. Come per i Greci la Tessaglia era terra di streghe, così era
noto che l'Etruria era la terra degli indovini e la Marsica degli stregoni.
Anche i Romani ebbero per secoli soprattutto una magia per lo stato, prima che
entrassero in contatto con la stregoneria orientale.
Il termine latino magus
derivava dalla parola greca e si trova, per la prima volta, attorno al I secolo
avanti Cristo. Nel periodo antecedente sembra che la magia e la stregoneria come
la intendiamo noi fossero ignote, ma si sa con certezza dell'uso di rituali
malefici, perché ne parlava la cosiddetta "Legge dei Decemviri delle
Dodici Tavole" fatta per separare il diritto civile da quello
religioso. Di questa legge non abbiamo il testo completo, ma conosciamo ampi
stralci da citazioni fatte da vari autori. Seneca, Plinio il Vecchio e Servio
parlano delle pene per coloro che dicevano il "malum carmen"
contro i raccolti, cioè incantesimi atti a distruggere il raccolto del vicino a
favore del proprio. La legge non puniva la magia di per se stessa, ma il suo uso
per ledere i diritti altrui (per altre notizie sulla magia della Roma
repubblicana, cliccate qui).
In particolare Plinio, che nel XXX libro della sua Storia Naturale
mise una breve storia della magia, raccontò la disavventura di un certo G.
Furio Crisimo, un liberto (cioè uno schiavo liberato) portato in giudizio dai
vicini, perché di anno in anno i suoi raccolti si facevano sempre più
abbondanti, mentre i loro diventavano sempre più miseri. I vicini, pensando che
c'entrasse qualche formula magica, lo denunciarono. Al processo l'uomo si
difese, spiegando che i suoi abbondanti raccolti erano dovuti a "tante
notti di lavoro, veglie e sudori", non alla magia. Per sua fortuna gli
credettero e fu assolto. Quindi, anche in questo caso, la legge si occupava di
magie in qualche modo "pubbliche", che riguardavano i raccolti, non le
persone.
Solo nell'81 a. C. fu promulgata una legge specifica contro la magia: la "Lex
Cornelia de sicariis et veneficiis", che prese il nome da Lucio
Cornelio Silla. Si cercava così di porre rimedio ad una situazione molto
problematica: le pratiche di bassa magia, portate a Roma dai popoli conquistati,
avevano avuto un successo spropositato. Aveva destato un enorme scandalo un
caso, appena avvenuto, di un gruppo di insospettabili matrone, alcune delle
quali erano da poco rimaste vedove, scoperte a bollire alcuni misteriosi
liquidi; essendosi rifiutate di rivelarne la natura e l'uso che stavano per
farne, furono costrette a berli: morirono tutte avvelenate. La legge proibì le
pratiche magiche in genere, l'avvelenamento, l'aborto e l'assassinio per
stregoneria, condannando i colpevoli alla crocifissione o a finire
nell'anfiteatro con i leoni a divertimento del popolino.
Nell'immagine
a lato,
"Diana al bagno" di François Boucher (1703–1770). Da notare
il diadema con la mezzaluna tra i capelli della dea, che in seguito
divenne simbolo di stregoneria
Da allora abbiamo numerose
testimonianze letterarie su riti magici; infatti quasi tutti gli scrittori
parlano di magia o di stregoneria, alcuni dimostrando di conoscere fin troppo
bene l'argomento. Cicerone definisce i maghi come "preti persiani",
senza connetterli a pratiche occulte; ma cita anche non ben identificati
"notturni riti di donne", lasciando intendere che non si tratta
affatto di cose lecite, come quelle che i sacerdoti compiono davanti a tutti,
alla luce del sole, secondo il decreto del popolo. Catullo spiega che le doti
magiche innate derivano dal tipo di nascita: un incesto tra madre e figlio,
teoria sostenuta anche da Euripide, Strabone e Diogene Laerzio. E' Virgilio,
nella VIII delle Bucoliche, il primo a collegare la parola
"mago" ad un vero e proprio rito di magia simpatica, in cui la donna
innamorata ed abbandonata cerca di riportare a sé l'amante con tre bende
strette da tre nodi. Tibullo e Properzio parlano di magia nera; Seneca, nella
sua Medea, ci presenta la maga mentre "sminuzza le erbe micidiali, spreme
la bava velenosa dei serpenti, vi mescola uccelli sinistri, il cuore di un tetro
gufo, le viscere di stridula strige sventrata viva". Manipolando questi
ingredienti, borbotta incantesimi che fanno tremare il mondo.
Anche Ovidio, nei Fasti, parla delle striges,
donne-uccello originarie della Marsica, che dissanguano i bambini, dopo averli
aggrediti nelle culle. La sua Dipsade, una vecchiaccia maligna, orrida e
imbrogliona, che evoca spiriti ed ama tramutarsi in corvo, è la figura più
"stregonesca" tra quelle viste fino ad ora.
Il più informato sulla
magia nera è però Orazio, cui spetta il dubbio merito di aver creato, con
Canidia, lo stereotipo letterario della strega che in seguito sarebbe diventata
la preda preferita dell'Inquisizione: una vecchia brutta, malvagia, sessualmente
assatanata, manipolatrice di veleni e di sostanze disgustose, assassina e
perversa. Nella VIII delle sue Satire narra di un rituale fatto da
due streghe, Canidia e Sagana, con due pupazzi, uno di lana e uno di cera.
Per
richiamare gli spiriti infernali, le due donne sbranano a morsi un'agnella
bruna, versandone il sangue in una fossa. Il rituale si svolge sull'Esquilino,
appena fatto ripulire e sistemare a giardino da Mecenate; il luogo è stato
scelto in quanto ex-cimitero plebeo. Canidia e Sagana evocano Ecate e Tesifone,
facendo comparire serpenti e cagne infernali, uno spettacolo tanto spaventoso
che perfino la luna cerca di nascondersi dietro i grandi sepolcri per evitare di
assistere a tali orrori.
Canidia, in una precedente opera
di Orazio, gli Epodi, veniva accusata di aver mescolato erbe
magiche a sangue di vipera per offrire il cibo nefasto al poeta; raffigurata con
un aspetto disgustoso, con le chiome attorte da viperette, con la sua amica
Sagana ed altre streghe si appresta ad uccidere per fame un bambino, allo scopo
di procurarsi parti del suo cadavere per farne potenti filtri d'amore. Apuleio,
nelle Metamorfosi, descrive il laboratorio della strega Panfila,
lugubre soffitta aperta ai quattro venti, dove fanno bella mostra di sé pezzi
di corpi sottratti alla sepoltura, fiale contenenti il sangue di giustiziati,
placche metalliche sulle quali sono incisi alfabeti sconosciuti, incensi, erbe,
profumi ed unguenti che la trasformano in animale. Lucio, il protagonista, prova
un unguento; ma invece di trasformarsi in un uccello e provare l'ebbrezza del
volo, diventa un asino ed è costretto a subire mille traversie prima di essere
liberato e diventare un iniziato al culto di Iside.
Gli imperatori che si
successero sul trono dell'Impero Romano passarono dall'amore sviscerato
per la magia ad un cauto interesse, dall'aperta derisione allo scetticismo, fino
ad un atteggiamento estremamente intollerante. Ma i veri problemi, per i maghi e
gli stregoni, cominciarono quando il Cristianesimo fu imposto come unica
religione ufficiale da Teodosio; insieme ai culti pagani, ai sacrifici agli dei,
all'ingresso nei templi, furono proibite anche la divinazione, la necromanzia e
la magia.
Diffuso in tutto l'Impero a norma di legge, il Cristianesimo dovette fare
i conti con le divinità, i riti e le usanze locali, in particolare nelle aree
rurali, dove credenze popolari e tradizioni magiche esistevano da secoli.
Nessuna legge, per quanto severa e restrittiva, può abolire di colpo tradizioni
consolidate, per cui i contadini non trovavano affatto strano recarsi alla messa
domenicale e, sul sagrato, girarsi e fare un inchino al dio Mithra; e
contemporaneamente pregare Cristo ed erigere piccoli altari di legno con idoli
di pietra nelle campagne, per favorire buoni raccolti, ed ai crocicchi, per
proteggere dai pericoli i viandanti. La
Chiesa, costretta a venire a patti con questa sgradita, ma innegabile realtà,
corse ai ripari canonizzando molte divinità pagane, allungando a dismisura la
lista dei santi. La gente del popolo considerava il Cristianesimo un miscuglio
di religione e magia, cosa che si rivelava nelle festività, dove Dio, antichi
dei e santi ricevevano democraticamente ciascuno il proprio culto.
Nell'Europa del primo
Medioevo, contrariamente all'opinione comune, il problema della stregoneria
non era particolarmente sentito. C'erano da risolvere problemi più urgenti, tra
i quali le eresie interne al Cristianesimo, i legami tra Chiesa, papato e
governo secolare, l'eliminazione del paganesimo da tutte le aree dell'Europa.
Sulle streghe si era espresso chiaramente sant'Agostino, che nel De vera
religione aveva affermato che credere nella stregoneria era una forma di
superstizione puerile; la superbia e la vana curiosità spingevano streghe e
stregoni verso l'errore ed impedivano loro di vedere la verità.
Erano quindi dei poveri sciocchi, e come tali dovevano essere compatiti, in
attesa del loro ravvedimento.
In seguito, la sua opinione fu ratificata dal Canon Episcopi, che
analizzava un'antica credenza, quella della "Compagnia di Diana", una
congrega composta da donne che la notte volavano su demoni trasformati in bestie
alate, per recarsi a riunioni con altre donne
seguaci di Diana, Herodiana o
Erodiade (la madre di Salomè, che aveva chiesto la testa di san Giovanni
Battista, tramutata da un'oscura leggenda in regina delle streghe).
Nell'immagine a lato,
"Salomè" di Gustave Moreau (1826–1898)
Il Canone le definì delle poverette, vittime di illusioni diaboliche;
dar loro credito voleva dire cadere nello stesso errore, favorendo la
sopravvivenza dei loro culti, per cui il compito dei sacerdoti doveva essere
quello di aiutarle a pentirsi e ravvedersi.
Il famoso vescovo Burcardo di Worms
scrisse che nessuno poteva essere tanto sciocco da credere che le cose che le
streghe immaginavano di fare e vedere durante le loro riunioni fossero
autentiche; anzi, chi ci credeva doveva espiare le proprie colpe, perché
commetteva un peccato anche solo nel pensare che ci fosse un potere diverso da
quello di Dio. L'arcivescovo di Chartres, Giovanni di Salisbury, disse che
"il miglior rimedio contro la stregoneria è il rifugiarsi nella fede,
senza dare ascolto a queste menzogne e senza far caso a così lamentevoli
follie".
Ma i tempi, purtroppo, stavano
cambiando. Il Canone ed altre leggi similari furono inseriti nel "Decreto
di Graziano", un'importante raccolta di leggi ecclesiastiche
compilata dal monaco Graziano di Camaldoli tra il 1140 ed il 1150; nella seconda
parte dell'opera egli mise tutti i testi di condanna alla stregoneria e tutte le
decisioni prese nei vari Concili contro maghi e streghe, come il vietare la
comunione sul letto di morte a coloro che avevano ucciso mediante magia nera,
oltre alle varie penitenze riservate a streghe, stregoni e procuratrici di
aborto; questi se l'erano spesso cavata con piccole multe o lunghi periodi di
digiuno a pane e acqua. Graziano sostenne che le credenze e le pratiche magiche
non erano innocue superstizioni, ma deviazioni dalla fede, che la Chiesa doveva
impegnarsi ad estirpare assolutamente, in ogni modo. Pochi
decenni dopo, l'estendersi dell'eresia albigese avrebbe portato alla
cancellazione dell'atteggiamento moderato auspicato dal Canone e messo le basi
per le stragi dell'Inquisizione (per informazioni sull'eresia albigese, cliccate
qui).
Prima di parlare della lotta
dell'Inquisizione contro la stregoneria, facciamo un po' di chiarezza nei
termini abitualmente impiegati per definire coloro che se ne occupano. La nostra
parola "Strega" deriva dal latino strix, strige;
indicava un uccello dall'aspetto orrendo, con artigli taglienti, becco affilato
a forma di uncino e seni simili a quelli femminili, contenenti una sostanza
velenosa che i mostri davano ai neonati per ucciderli. Una variante del loro
comportamento, che abbiamo citato parlando di Ovidio, era di succhiare il sangue
dei bambini.
"Lamia" deriva invece dalla mitologia greca; si rifà al
mito di Lamia, una bellissima fanciulla, la cui avvenenza destò l'interesse di
Zeus, che le diede molti figli. Questo provocò in Hera, legittima consorte di
Zeus, una gelosia furiosa: ella uccise tutti i figli di Lamia e la tramutò in
un mostro con testa di donna e coda di serpente. La poveretta, folle di dolore,
si mise a girare per il paese,
uccidendo e divorando tutti i bambini che trovava da soli. Presero quindi il
nome di Lamie le temutissime streghe che rapivano i bambini per cuocerli e mangiarseli.
"Masca" viene dal longobardo "maska",
che indicava uno spirito del regno dei morti, impegnato in una strenua lotta per
tornare nel mondo dei vivi. Divenne poi sinonimo di strega. Per altri
deriverebbe dalla maschera che copriva il volto degli officianti durante le
cerimonie sacre. Per altri ancora dall'antico provenzale mascar,
che significava biascicare, borbottare, nel senso di borbottare incantesimi.
Il termine francese "Sorcier" derivava invece da sortilegus,
leggere le sorti; si riferiva quindi a coloro che facevano divinazioni. Gli
attuali termini inglesi "Wizard" e "Witch",
mago e strega, derivano dal sassone "wicca", che
indicava una persona saggia, sapiente; sono forse i termini più completi e più
vicini a quello che dovrebbe essere un mago. Il
tedesco "Hexer" ha, come in inglese, il significato di
sapienza.
Maga e mago dovrebbero essere usati solo per il livello più elevato, cioè per
chi usa l'Alta Magia Cerimoniale (file aggiornato nel Novembre 2005).
Devon Scott