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Il geometra
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L'ARTE DI EDIFICARE: I "ROTOLATORI DEL SOLE"
di Gaetano Barbella

Introduzione, Brescia, 17 agosto 2002
Facendo certe osservazioni su problemi archeologici, si è profilato in me un lato insospettato dell’arcaica arte di
edificare che mi ha portato a meditare profondamente su l’Uomo architetto e costruttore del suo “intimo edificio”. Da qui l’iniziativa di un’indagine accurata sui potenti del passato remoto dei primordi, molti dei quali ci hanno lasciato la testimonianza delle loro personali imprese monumentali con manufatti, in gran parte, a forma di piramide di grandi dimensioni. 


 



 

Già al tempo antico lo storico Erodoto si pose il dubbio sulla bontà degl’intenti spirituali del re Cheope, ad esempio, che decise di erigere la piramide omonima, esageratamente grande, in rapporto ai presunti gravami imposti ai lavoratori addetti alle relative costruzioni. Viene da chiedersi se anche “l’architetto”, in questo re apparentemente così disumano considerato che questi svolgeva ad interim i due ruoli, era da ritenersi un complice senza scampo, oppure una vittima obbligata a dare man forte all’altro, il prepotente coronato pieno di boria. Meglio ancora: l’architetto in causa aveva il modo di far predisporre il giusto “cantiere” a misura d’uomo per realizzare tutte le opere in progetto, ritenute impossibili da eseguire secondo la corrente opinione dei moderni architetti? E’ interessante ascoltare, nella schiera di quest’ultimi, scrittori come il moderno Brecht, che si dimostra estremamente severo su questo tema, quando esclama con acceso sdegno: 
«Tebe
dalle sette porte, chi le costruì? Ci sono nomi dei re, dentro i libri. Sono stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra? Dove andarono la sera che fu terminata la Grande Muraglia, i muratori?».

Già due secoli prima di Brecht, Diderot, dopo un lungo oscurantismo sulla produzione manualistica, rivaluta ogni cosa riconoscendo apertamente che «il poeta, il filosofo, l’oratore, il ministro, il guerriero, l’eroe sarebbero nudi e mancherebbero di pane senza quell’artigiano che l’oggetto del nostro crudele disprezzo» (dall’Encyclopédie, alla voce «Mestiere»). Occorre riconoscere, anche, che questo pensiero ha fatto molta strada fino ad oggi, cogliendo non pochi allori e donando al lavoratore la legittima dignità al cospetto della società. Ora si pone questo chiarimento. Se la questione antica, emblematizzata dal Brecht, col ritenere scandalosamente disumano l’atteggiamento degli antichi potenti coronati nei confronti della “manovalanza”, oggi appianata nel mondo occidentale, resta pur sempre da cancellare il presunto causale, un certo imprecisato “peccato originale”, che la logica matematica dovrebbe escludere di fatto, potendo, magari, intravedere “tangibilmente”, almeno un certo “re-architetto” al di sopra del peccato. Questo per fare legittimamente un respiro di sollievo e non portarsi dietro continuamente l’infamia antica legata, di fatto, dallo stesso sangue, e quel che è peggio di ritenersi anche figli, in modo concreto, di progenitori di cui non potere andare fieri. Il fatto che in quest’ultimo millennio si sia determinata una soddisfacente intesa tra imprenditori e lavoratori, lo si deve ritenere frutto di un incantesimo e restare ancorati ad un atteggiamento fideistico di antico stampo religioso? Oppure si deve argomentare che l’intenzione di giungere al felice stadio di equilibrio in questione esisteva in potenza, se pur in modo “remoto”, perché trasmessoci “geneticamente” dai nostri progenitori atavici in stretta relazione con gli antichi re alla sbarra, ed oggi giunto a fioritura come un purpureo fiore di loto? 

Immaginiamo di pervenire alla prova matematica che scagionerebbe, almeno in via di principio, taluni grandi del passato, mettiamo qualcuno di quelli vissuti prima del diluvio descritto dalla Bibbia, imputati d’irrimediabili atti di superbia che poi si ritorsero a danno della loro stessa progenie. Se così, veramente, risultasse, nulla vieterebbe ipotizzare, in via teorica, di poter intervenire con un certo “viaggio nel tempo”, che gli stessi scienziati non escludono, pur restando fragile teoria, attraverso la leva mentale disposta alla suddetta felice supposta concezione e così, forse, pervenire ad un possibile “ritocco” della riscontrata infelice condizione atavica, a tutto vantaggio dei fatti umani riservati, per lo meno, all’incerto futuro. E come dire in parole semplici di pervenire alla personale rinnovata convinzione, sul passato in predicato, in virtù di una prova “matematica” riabilitativa incontestabile, mai considerata prima. Ma entriamo nel merito della mia incredibile ipotesi, straordinariamente fuori dalla consueta logica del comune pensare. Immergendoci, per quel tanto possibile, nel passato dei nostri progenitori, purtroppo non restano che incerte leggende e diroccati manufatti d’ogni genere sparsi sulla terra, alcuni dei quali s’ergono ancora orgogliosi, quasi come monito contro chi volesse emularli. Non è escluso nemmeno che facciano sopravvivere, in questo modo pietroso, una certa preziosa dignità umana d’antica specie, oggi ritenuta perduta.  

Esaminando a campione la piramide di Cheope d’Egitto, sopra accennata, escludendo la relativa tematica sulle ragioni intime che indussero il faraone ad erigerla superbamente, non è chiaro abbastanza se “l’atto edile” per la costruzione avvenne con il concorso della “violenza”, la qual cosa comproverebbe, senza scampo, la perpetua condanna dell’Uomo eludendo ogni possibilità di futuro riscatto. Più chiaramente, sarebbero incerte le modalità costruttive sopra argomentate in relazione alla gestione degli elementi strutturali giudicati “impossibili” da porre in atto con il corretto umano uso della forza-uomo, almeno sembra, considerata la scarsa e povera tecnologia disponibile nell’epoca in discussione. Va da sé che si escludono le fantasticherie, in merito, che argomenterebbero l’intervento di forze, addirittura extra-umane. Insomma, se risultasse, invece, questa realtà operativa in esame, “amabile”, ovvero, si scoprisse che a quel tempo, potendo far uso di un buon intelletto esercitato alla corretta “geometria”, si poteva erigere il monumento cheopiano dei supposti “guai”, se non altro, almeno, col relativo “beneplacito” delle forze-uomo operative coinvolte, starebbe in piedi l’ipotesi iniziale del riscatto umano con effetto immediato. Io credo che questo grave dilemma abbia assillato continuamente gli uomini di buona volontà che ora non sono più, e i loro “scritti”, al limite graffiti d’ogni genere sulla nuda pietra, lo attestano. La stessa piramide di Cheope racchiude in sé cose del genere, ad opera degli stessi che vi posero le mani, per la controparte della fattispecie umana inscindibile. Partendo da questa considerazione, e trovandomi coinvolto in un inspiegabile “percorso” coerente alla questione in discussione, non ho potuto che dispormi ad emulare i suddetti uomini presi dal “dilemma”. Oggi mi ritrovo ad aver prodotto un breve lavoro, squisitamente tecnico, sulla piramide di Cheope. Il risultato comprova clamorosamente la tesi iniziale, mettendo in gran risalto la possibilità di poter usufruire, da parte dei costruttori di Cheope, una tecnologia estremamente semplice e a misura d’uomo che è quanto si cercava.

 

Tavola 1 - Prospettiva della piramide di Cheope

Legenda

1. Zed
2. Camera del Re
3. Camera della Regina
4. Grande galleria
5. Passaggio ascendente
6. Passaggio discendente
7. Camera sotterranea
8. Passaggio senza sbocco

I "Rotolatori del Sole"
Un’insospettata tecnologia cantieristica, semplice, pratica e a misura d’uomo, che
potrebbe essere stata adottata dagli antichi costruttori della piramide di Cheope.  

Da una riflessione su un noto reperto conservato al Museo Egizio di Torino, la rappresentazione dello scarabeo sacro, mitologico “rotolatore del Sole”, mi è sorta l’idea di come poteva essere possibile smuovere gli enormi massi con i quali fu costruita la piramide di Cheope d’Egitto, con l’ausilio di poca energia in rapporto a quella comunemente ipotizzata, di gran lunga più grande.
Prima di entrare nel merito della suddetta idea traccio a grandi linee la situazione della posizione assunta dagli
studiosi che hanno cercato di formulare delle ipotesi a riguardo. L’assillo degli archeologi, in relazione alla costruzione in questione, è stato sempre il problema del trasporto e sollevamento dei 2,3 milioni e più di blocchi, ognuno del peso che va da 2,5 a 72 tonnellate di materiale calcareo e granitico, alle quote d’impiego fino alla quota di sommità di 146,6 metri. Sembra che ci sia unanimità, fra gli esperti accreditati, a considerare sostenibile la teoria delle «rampe», che comporta, ovviamente, il trascinamento dei blocchi, agevolato dall’ausilio di pali di legno rotolanti sotto la base, nonché una buona pista di transito. Non sono mancate idee molto geniali, su quest’appassionante tema, con concezioni di svariate “macchine” per il sollevamento dei massi. Per non parlare di certe vere americanate nel sostenere, con ferma convinzione, che le pietre cheopiane in discussione vennero sollevate e portate al sito di fabbrica, addirittura, con gli aquiloni. È l’ingegner Mory Gharib, professore della Caltech University (USA), che nel giugno 2001 è riuscito a sollevare in posizione verticale un obelisco alto tre metri e pesante tre tonnellate, utilizzando, appunto, una serie di aquiloni e una semplice carrucola. E’ una notizia che ho rilevato, pari pari, dal noto periodico Focus n° 117 di quest’anno.

A mio modesto parere occorre avere le idee chiare, su questo lato tecnologico in discussione che affascina non poco, ma che non devono permettere sconfinamenti fantasiosi inadatti alla tecnologia disponibile all’epoca in questione. E’ un periodo in cui si poteva far conto solo su due materiali, di per sé da stimarsi “poveri”, il legno e il bronzo. Di conseguenza, far leva su simili risorse per dar luogo a ipotetici sistemi esplicanti energie considerevoli, se rapportate, quest’ultime, specificamente alla limitatissima resistenza unitaria del legno in particolar modo, non può essere giudicato ammissibile sul piano tecnico che si rispetti. Si pensi solo al caso del trasporto, a ben 50 metri ed oltre, di altezza dalla base di Cheope, dei massi granitici da 72 tonnellate, necessari per la camera sepolcrale del re, che pur dovettero essere posti al sito assegnato, in qualche modo, senza pensare sempre a tecnologie misteriose da sogno! In quanto agli aquiloni, si tratta di rudimentali mezzi soggetti ai capricci del vento che solo oggi, grazie ai sofisticati mezzi di controllo e comando di potenti macchine aeree, potrebbe essere possibile, ma è vero anche che c’è stato, di pari passo, un grande progresso dei mezzi terrestri, molto più potenti e affidabili per precisione e manovrabilità estrema. Detto questo, non resta che convincerci sulla necessità di ricorrere in modo predominante al trasporto per “trascinamento”, o qualcosa di “simile” che poi vedremo, su «rampe» che potevano essere ricavate intorno ai quattro pendii di Cheope. Anche qui si presentano gravi limitazioni non potendo eseguire una pista abbastanza larga tale da permettere una comoda viabilità cantieristica. In merito alla pista, occorre rilevare che approssimandosi alla sommità, per necessità imperativa dettata da tragitti rettilinei sempre più brevi, si va limitando la relativa larghezza. L’ultima cosa riguarda la pendenza da dare alle «rampe» intorno a Cheope, da calcoli fatti, sembra sia buono il valore del 5%, ossia 5 metri di salita per ogni 100 di percorso. Naturalmente, questo valore, serve solo per impostare un ragionamento su basi tecniche, non che, sia stato adottato veramente.

Ora tirando le somme sulle possibilità potenziali della tecnica di trasporto per «trascinamento» così starebbero le cose, secondo il mio punto di vista:

- Per la maggioranza dei blocchi da 2,5 tonnellate cadauno (cubi ben lavorati - si dice - da 1 metro e più di lato) dovrebbero essere impiegati per lo meno 8 “tiratori”.

- Per il caso limite dei blocchi da 72 tonnellate cadauno, essendo adottata, ovviamente, la stessa tecnica del caso precedente, vale il rapporto dei pesi 72 / 2,5 per segnalarci quanti “tiratori” occorrono, ossia 232. Si appura che sono tanti, perciò, pur organizzando una squadra di “tiratori” a diverse colonne, queste risultano, comunque, molto lunghe, tali da non poter essere in grado di adeguarsi al traino allorché si giunge ad ogni svolta della pista intorno alla piramide. In alternativa si potrebbe pensare di eseguire una pista unica, partendo da lontano e non girando intorno ai pendii della piramide, ma, con la pendenza del 5%, è necessario che si delinei lungo un tratto di poco meno di 3 chilometri, che sono tanti. Sarebbe come affermare che per costruire la grande piramide di Cheope è stata necessaria un’altra costruzione posticcia, ancora più grande che poi è stata rimossa!

Tutto questa sintetica trattazione sull’ipotetico trasporto blocchi per “trascinamento”, come si è visto, è stata indispensabile per capire che non è tanto praticabile questa tecnica e che la soluzione deve essere, certamente, un’altra. Come anticipato all’inizio, lo scarabeo «rotolatore» egizio mi ha spinto a ipotizzare la tecnica analoga dei blocchi di Cheope da portare in quota: tecnica che ho definita, ovviamente, per «rotolamento». Inoltre ritengo che si debba stimare condizionante, per la costruzione di Cheope, il lato sacrale che dovette stare alla base di ogni “atto edile”, per significare che gli stessi innumerevoli blocchi della piramide costituivano una certa “carne” in allestimento, come di un riunire concreto dei «frammenti” di Osiride dispersi nel Nilo secondo la storia religiosa che conosciamo. Questo per far delineare che per i costruttori di Cheope la movimentazione degli elementi strutturali doveva seguire un certo corso in “approssimata” armonia con la natura.

A questo punto si può passare dalle parole ai fatti visionando le seguenti Tavole 2 e 3, grazie alle quali si capisce molto bene l’esplicarsi nei minimi dettagli tecnico-pratici, di facile realizzazione, del metodo di «rotolamento» che io ho ipotizzato.

Si tratta di preparare accuratamente delle centine di legno opportunamente cerchiate con bronzo forgiato, per opera di buoni falegnami e maniscalchi e il miracolo è fatto!
In sintesi, questi sono i risultati che ne conseguono:

- Per i blocchi da 2,5 tonnellate, cadauno, occorrono due operatori “spintori” nei limiti loro consentiti e al riparo da infortuni.

- Per i blocchi da 72 tonnellate, cadauno, la tecnica del traino è a tiro, perciò occorre una squadra di 36 “tiratori” disposti in 9 colonne. In più sono indispensabili almeno due capisquadra “pilota” e due o tre “sorveglianti” in coda, addetti alla sicurezza e all’attrezzamento dei capicorda per ogni fase “di rotolamento” che ho previsto di 60°. Anche per questo caso limite tutto si svolgerebbe regolarmente, sia come sforzo richiesto ai “tiratori”, sia per l’aspetto antinfortunistico. Volendo ottimizzare il metodo di lavoro, gli addetti alla spinta e alla trazione dovrebbero essere scelti di buona statura. Nel caso della trazione, quelli più bassi dovrebbero essere disposti in testa alle nove colonne. Va da sé che per quest’ultimo caso, che è relativo ai traini speciali e limitati quantitativamente, si potrebbero adottare anche “tiratori” prestanti per limitare la composizione della squadra relativa.   
I due addetti alla movimentazione dei blocchi “a spinta”, una volta giunti sul posto d’arrivo, dopo aver eseguito la consegna, si dispongono al ritorno per un successivo traino portandosi a spalla l’attrezzo di legno per “il rotolamento”. Questo vale anche per il resto in generale. Per gli altri casi, quelli speciali della trazione, essendo uno diverso dall’altro, l’attrezzatura relativa è da considerarsi “a perdere”.

  

Tavola 2- Costruzione della Piramide di Cheope.
Ipotesi sulla tecnica del trasporto dei blocchi per "rotolamento"




Tavola 3- Ipotesi sulla costruzione della Piramide di Cheope
Trasporto blocchi di calcare e granito per "rotolamento"
Caso A (a spinta); Caso B (a tiro)



La "piccolezza" dell'uomo
La lezione offerta dall’indagine «edile» della costruzione della piramide di Cheope ci offre una meravigliosa occasione quale preziosa metafora di vita. Nel capitolo iniziale ho voluto evitare di esaminare la tematica sulle ragioni intime che indussero il re egizio, Cheope, ad erigere la ciclopica struttura piramidale, passata alla storia comune come prima meraviglia del nostro pianeta. Ora appare chiaro ogni cosa sotto quest’altro profilo su cui lo storico Erodoto si mostrò molto critico.

Nella figura sopra, Giza (Egitto). 
Le Piramidi di Micerino, Chefren e Cheope


l pur faticoso procedere dei «Rotolatori del Sole» fin su la vetta della piramide di Cheope, anche se agevolato dai “costruttori”, pone in mostra un preciso modello, a cui conformarsi, per edificare la personale piramide mentale, con la giusta strada e idoneo pendio da seguire, in modo che possa evolversi al pari passo del crescere cosmico. Il fatto “tecnico”, sui «Rotolatori del Sole» posto in luce, assicura che l’edificazione mentale argomentata è possibile; che, poi, al tempo della costruzione di Cheope, non fu messa in pratica, del tutto o in parte, la buona tecnologia rilevata, è un’altra cosa che non deve influire più di quel tanto, almeno sul piano degl’intenti umani. L’uomo deve convincersi di avere in sé il potere per fare cose prodigiose, a patto, però, che accetti di esplicare la forza di cui dispone per il bene comune.
Lo scarabeo sacro può essere visto, come il pensiero ben concepito e incanalato, che deve poter smuovere,
“rotolando”, nel modo migliore, il cervello sulla giusta “salita”: da qui il concetto dell’evoluzione che si può avvalere della moderna cultura sui sistemi meccanici per una corretta movimentazione con poca dissipazione. 

Ma l’ammaestramento più grande, che deriva dai «Rotolatori del Sole», riguarda la memoria, il bene primario insostituibile dell’uomo proiettato verso il futuro dissolvente. Il ricordo del passato, con la relativa rivalutazione, per ciò che si rivela chiaramente “buono” deve potersi riagganciare all’uomo del presente perché sia di ausilio, come prodigiosa certezza incorruttibile, in modo che egli possa dominare gli eventi non sempre favorevoli. Nella memoria vi è il corredo su cui si può fondare un sano e progredito intelletto, ma occorre ricercarlo là dove “vivono” le cose semplici e pure, in noi. A ragione di ciò se occorre intravedere una verità, un chiarimento di fatti e cose inspiegabili che potrebbero condurre sulla strada dell’errore, come la superstizione o la credenza di un miracolo, per esempio, si deve sempre pensare che tutte le storie accadute nel passato, le successive a noi prossime, e quelle ancora da accadere, per avverarsi hanno tutte bisogno dell’intervento della “mano” dell’uomo che ho definito tecnicamente “forza-uomo”, da non intendersi in senso metaforico. Questa mano è simile a quella dei «Rotolatori del Sole», anzi è la stessa di quegli uomini, se ci sentiamo affratellati, che al tempo remoto del faraone Cheope, presumibilmente erano in gran parte contadini senza cultura e impastati di superstizione, l’unico modo di quel momento storico per essere capaci del sacro, di Dio. Costoro donando di sé l’unica loro preziosità, la “forza-uomo”, appunto, in chi più e in chi meno, rendevano manifesto un peculiare e prezioso “amore di Dio”: ci si deve credere.

Colgo l’occasione per mostrare certi risvolti significativi legati al passato della piramide di Cheope che possono dimostrarsi possibili materialmente senza strascichi di fantasmagorie incredibili, alla luce, appunto, di quanto arguito sulla memoria antica, da considerarsi un “Sole” che resuscita a tutti gli effetti, giusta tradizione legata al mitico scarabeo sacro. C’è tutto un mistero intorno alla nascita di Cheope piramidale che sembra racchiuso in un’emblematica definizione «che appartiene all’orizzonte». E poi di seguito, altre definizioni, dello stesso peso emblematico, attribuite alle piramidi di Chefren e Micerino, disposte accanto: Chefren «è grande» e Micerino «è divino». Al cospetto di un simile quadro, gli studiosi ufficiali ben accreditati di queste cose, pur di darvi credito, ma in modo “luminoso” confacente, ritenuta l’unica via di accesso alla verità, si sono sempre disposti col ritenerlo eseguito, per mano di grandi iniziati, con l’ausilio di profeti, inviati da Dio. C’è chi ha ritenuto ci fosse stato addirittura, l’intervento di forze extraterrestri per tanti casi somiglianti all’opera di Cheope, qua e là, sul nostro pianeta. Ma accade ancora oggi che ci siano degli sciagurati a ritenere possibile la teoria degli «aquiloni», per riferirci alla recentissima trovata dell’ingegnere americano Mory Gharib, l’unico modo per trainare gli enormi massi della piramide di Cheope, come si è appurato!

Ma non intendo mortificare tutto ciò, ponendolo al bando, che vale in modo vistoso, invece, per chi si affida agli “aquiloni” per fare cose apparentemente difficili o impossibili. In realtà io credo che si tratti di esseri capaci, solo, di sfruttare molto bene il prossimo col raggiro e l’illusione, magari anche in buona fede, tanto per spostare nel mistero il “parlamento” degl’inganni. Sappiamo che “all’indomani” della costruzione di Cheope, si cominciò a predisporre un incerto diluvio di cui si parla nella Bibbia. E’ un punto poco chiaro, per il quale gli archeologi non sono tanto concordi sulle date. Si deve premettere che quando si parla di diluvio non si deve pensare che tutte le terre del nostro pianeta furono sommerse dall’acqua. Quindi ridimensionando la cosa, si può supporre che le acque diluviali, al loro limite, si siano attestate ad un certo livello intermedio della piramide di Cheope, limitando a questa il punto di osservazione. Per un certo tempo i superstiti locali, in gran parte semplici contadini, rinforzati dalla guida di saggi, credettero di intravedere nella guglia emergente di Cheope, simile ad un enorme scoglio, un certo divino «orizzonte», come di «un salvato dalle acque». 

“Un segno messianico”? Verrebbe da immaginare, non senza un sobbalzo. E sia pure, io soggiungo, ma che importanza primaria può avere crederlo o no in questo modo, ancora oggi! Per credere occorre imperituramente dar credito, e così afferrarsi, a chi si profila con miracoli più o meno eclatanti? Ammesso e non concesso, è pur sempre un fatto oggettivo, per giunta da ponderare bene, potendo celare aberrazioni, da evitare assolutamente. Non è una medicina, adatta per le generazione di questo nuovo millennio, perché risulta chiaramente fuorviante. Perciò quel che più conta è il solo fatto fisico che, poi, diventa soggettivo, in quanto è in grado di lasciare il segno nella nostra memoria fatta di cervello prima d’ogni altra cosa, anche se è oltremodo prezioso ciò che vi sta a monte. Andando avanti nell’esaminare la questione, nulla che meravigli il fatto che per sacralizzare quella guglia di Cheope delle meraviglie, uno dei faraoni successivi, Micerino, abbia deciso di stamparla nella memoria terrena quale monumento da ricordare. Ipotizzando un simile decorso storico, è chiaro che la piramide di Micerino dovette essere dimensionata conforme la suddetta guglia di Cheope. Questa semplice deduzione, su Micerino-Cheope, porta alla consapevolezza che la “grandezza” dell’uomo risiede nella sua estrema capacità di far vivere una corrispondente “piccolezza” e “fragilità”, da intendersi come segno di preziosa umiltà. La presa di coscienza della delicata e vitale “piccolezza” della riscontrata “forza-uomo” - secondo me - è la buona e sana medicina che pone l’uomo al riparo della inevitabile dissolvenza propria del futuro inarrestabile: non che si debba esaltare un ideale monachesimo come esclusiva concezione di vita umana, con tutto il rispetto e riconoscimento, poiché la storia che lo ha fatto nascere, quasi certamente lo esigeva a quel momento.

E Chefren, a quale “piccolezza” è legata, verrà da chiedere? Perché «è grande», forse? Senza dubbio sarà questa la risposta, poiché per necessità di vitali equilibri, avrà, di certo in sé, il rispettivo contrario, la ricercata “piccolezza”, o meglio ancora la «forza-uomo debole» per richiamarmi alla forza «elettrodebole» della fisica nucleare che fa luce, per similitudine, alla natura della supposta “forza” umana argomentata - secondo me. Il Nilo è il fiume più lungo della terra, ma anche il più misterioso per le sue vaghe origini nel cuore dell’Africa, non del tutto ancora note.
Questo fiume è stata la benedizione, per l’Egitto del passato, in virtù delle sue piene periodiche immancabili
che, presumibilmente, riuscivano a lambire la base della piramide di Cheope: ecco il banale e insospettato segno che dovette, poi, dar luogo all’erezione, per intenzione del faraone Chefren, successore di Cheope prima di Micerino, della piramide omonima, di fatto, un poco meno alta di quella cheopiana. Sappiamo da sempre che al fiume è associata la vita che nasce in modo incerto. Ma le cose misteriose non finiscono qui perché ci resta di quel passato un’emblematica scultura, una statua del fiume Nilo, conservata nel Nuovo Braccio del Museo Vaticano.*) E’ la rappresentazione nelle sembianze di Sfinge e coccodrillo con sedici putti per simboleggiare gli altrettanti cubiti (misura che corrisponde a metri 8,3776) di aumento di livello del Nilo durante le periodiche benedette piene annuali. Che aggiungere? Mirate in questa direzione, come ad un’emblematica “piccolezza” racchiusa in un sacro grande cuore ed un simile ad un “granello di senape” diventerà immenso! Ecco una metafora per capire bene come si possa passare per “la cruna di un ago” senza dover subire supplizi impossibili. E’ stata appurata la possibile integrità mentale dell’Uomo ai suoi primordi, riconoscendo, così, che egli doveva possedere con assoluta certezza i corredi adatti per potersi evolvere sulla terra, «crescendo e moltiplicandosi». L’Uomo, a queste accertate condizioni, era degno, perciò, di esistere, accettando per buono, come valore più che emblematico, la vita generata dal “grande” Nilo: questo per affermare che il Mare Mediterraneo può considerarsi concretamente la culla dell’Uomo Cosmico modello da immortalare e quindi da servire come giusta replica simile per le future generazioni. Non si deve stimare, con superbia, come sinonimo di perfezione da seguire, che è utopia ritenerlo raggiungibile, ma è quanto più vi si “approssima” ed è questo ciò che deve contare.

Volendo stigmatizzare in termini matematico-geometrici questo concetto, da seguire costantemente per porlo in pratica, in onore dei geometrici «Rotolatori del Sole», vale ribadire la terapia della citata regola della «proporzione aurea» adottata, nell’antichità fino all’epoca rinascimentale, dagli artisti del “buon costruire e modellare le forme”. La regola aurea, in via di principio, era quanto di meglio seguire per “imitare” la condizione di rapporto ideale tra il perfetto cerchio e il corrispondente quadrato in termini perimetrali. Mi sovviene…, il verso 139 dell’ultimo canto del Paradiso dantesco:«ma non eran da ciò le proprie penne» in relazione alla ricercata «quadratura del cerchio» dei filosofi…; e dove: «l’amor che move il sole e l’altre stelle» del successivo verso finale 145, se non in modo “approssimato” in quei preziosi «Rotolatori del Sole»?
Intravedo il lungo e faticoso cammino dell’umano pensiero, iniziato da quei due a spingere di Giza, a rotolar la
squadrata pietra …; e poi due cavalieri del Tempio a cavallo…; e Dante con Virgilio in tacita intesa a colloquio…; ed ancora Dante e Beatrice incantati…: è così attrattivo, non nego, ma sono perplesso nella mia atavica greve solitudine! Mi chiedo: donde la luce che li accompagna, se non dal corpo terroso, ove il “piccolo” e pur “grande” Filosofo, “Geometra e Poeta” felicemente congiunti, soggiace, ma da tutti disprezzato, senza il quale la luce non è che nulla. E’ solo una fatua concezione atterrita dalla pazzia che la porta eternamente a fuggir veloce. I suoi figli determinano le ore e i giorni del tempo. La velocità costituisce la sua costante e virtù, ma anche la rovina di tutto ciò che incontra di impuro, ossia di quei due, incapaci di generare, perché non correttamente informati alla ferrea armonia della geometria, o non sufficientemente sognatori, che, solo attraverso i «Rotolatori del Sole», permette d’introdurla come vita nella materia e farla palpitare. Fu in questo modo che per la piramide di Cheope si determinò come un cielo in una stanza, ma qui s’ammira un’altra Geometria.

*) Lessico Italiano Universale - Enciclopedia Treccani - Vol. XIV.


L'Antico Egitto: paradiso della classe operaia
I lavoratori firmavano un vero e proprio contratto garantito dal faraone. Oltre al salario avevano diritto ad abiti, sandali, unguenti e cure sanitarie.  

Nel primo capitolo di questo saggio, L'arte di edificare, pongo la domanda sulla bontà dell'«atto edile» del re Cheope nel far costruire la sua piramide. Egli aveva veramente predisposto il giusto “cantiere” a misura d'uomo per realizzare o che si proponeva di fare e che altri, di data molto a lui posteriore sembrava assai dubbia? E con le mie concezioni tecniche, per appurare una relativa ipotetica tecnologia cantieristica, arrivo a dimostrare che questo è possibile all'epoca in questione, ma fu veramente così?
Oggi studiosi accreditati in materia archeologica, contrariamente al passato, attestano con sorpresa che,
invece, fu amabile l'arte di edificare degli antichi egizi. Leggo con vero piacere sul Corriere della Sera di martedì 14 giugno 2005 un resoconto su questa meravigliosa notizia. Riporto una parte dell'articolo di Viviano Domenico che lui ha intitolato «L'antico Egitto, Paradiso della classe operaia» che dice già tutto.
«Vita da schiavi», egli titola ironicamente questo trafiletto fra altro: "Libri di scuola e film storici sono riusciti a
farci credere che l'antico Egitto fosse popolato da turbe di schiavi costretti a costruir piramidi a suon di frustate. Uno stereotipo che difficilmente potrà essere cancellato, anche se gli egittologi lo hanno ampiamente messo in discussione. Con questo non si vuol dire che nell'antico Egitto non ci fosse la schiavitù ma, piuttosto, che non esistette quella forma di schiavitù che prevede l'assenza totale di diritti legali di un individuo. Certamente c'erano categorie di persone (come prigionieri di guerra neri e asiatici) che appartenevano ad altri e potevano essere ceduti in affitto come mano d'0pera, venduti e lasciati in eredità; ma anche affrancati, cosa che a quanto sappiamo accadeva con una certa frequenza. Questi schiavi potevano comunque disporre di proprietà personali, come abitazioni, o vere e proprie aziende agricole, che potevano lasciare in eredità ai loro figli. Spesso questi schiavi stranieri sposavano donne egiziane e facevano carriera nell'amministrazione dello Stato. Per quanto riguarda la realizzazione delle piramidi e di altre opere pubbliche, gli egittologi ritengono che venissero impiegati (a pagamento) i contadini che durante i mesi della piena del Nilo si trovavano senza lavoro".
File aggiornato nel Dicembre 2005.

                                                                Gaetano Barbella

 

Immagini a cura dell'Autore.
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