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JEREMY NARBY
Il Serpente Cosmico
Edizioni Venexia,  2006
www.venexia.it

Il serpente cosmico è un libro originale e “coraggioso”. A differenza di alcuni prodotti, studiati a tavolino per irrompere sul mercato editoriale facendo scalpore, questo libro solca un terreno minato, correndo il rischio di tirarsi addosso critiche e suscitare scandali, col solo intento di mettere a conoscenza l’umanità tutta di nuove possibili frontiere dell’approccio conoscitivo. Carlos Castaneda, col suo riferimento all’utilizzo di piante psicogene da parte di uno stregone yaqui, aveva già sperimentato l’incoerenza e il pregiudizio dei nostri tempi, finendo per essere screditato e accusato di plagio perfino dai suoi stessi colleghi. Con Il serpente cosmico Narby è riuscito invece a sfidare l’incredulità di certe fette di pubblico e a colpire nel segno. Il libro è, infatti, figlio di un’epoca - la nostra - in cui incomincia a emergere un coacervo di studi e intuizioni che tentano di conciliare scienza e spiritualità. L’opera, che onestamente non saprei associare a un preciso e limitante genere letterario, racchiude molte cose assieme: la sincerità e la passionalità di un diario personale (e di viaggio), l’elaborazione analitica di dati tipica di un saggio scientifico e le atmosfere dense di cui sono solitamente imbevute le leggende di origine tribale. Il tutto rientra in un meraviglioso quadro d’insieme in cui, pagina dopo pagina, ogni tassello trova il suo posto a incastro dopo essere stato ampiamente esaminato e sviscerato dall’autore.

Ma di cosa parla Il serpente cosmico? Parla della vita. E della morte. Della coscienza e dell’umanità. Cerca di abbozzare un seppur ipotetico percorso a ritroso, lungo il sentiero che conduce alle origini della storia e della comparsa sulla Terra di esseri dotati di intelligenza. Si inabissa in un mondo che primitivo lo è ancora: quello delle tribù amazzoniche che, nonostante siano state col tempo e in parte occidentalizzate, non hanno spezzato il filo che le unisce al loro passato. Un passato, il loro, intessuto di elementi sacri, magici, al confine con la realtà e che accompagnano ogni gesto quotidiano. Lo studio di Narby racconta, quindi, il confronto con gli sciamani Ashaninka della comunità di Quirishari nella valle del Pichis del Rio delle Amazzoni. Giunto qui con l’intento di scrivere una tesi per il dottorato di ricerca in antropologia dall’Università di Stanford, giorno dopo giorno, lo studioso viene assorbito dal modus vivendi di questo affascinantissimo e misterioso popolo e inizia a sentire parlare di una sostanza, di cui gli sciamani e/o gli iniziati fanno regolarmente uso, in grado di provocare incredibili allucinazioni. Si tratta dell’ayahuasca, erba che metterebbe in contatto col mondo degli spiriti e permetterebbe di ottenere da loro, durante le allucinazioni, insegnamenti importanti.

Il libro di Narby prende, quindi, il via dall’esperienza vissuta in prima persona a contatto con questa sostanza psicogena. Le allucinazioni che ne ricava costituiscono l’anticipazione del margine lungo il quale si svilupperà l’intero impianto narrativo. In seguito a questa esperienza, infatti, l’autore ha un’intuizione che cerca di avallare attraverso lo studio complessivo e parallelo delle tecniche di sciamanesimo e dei presupposti e risultati della biologia molecolare. In questo modo giunge a conclusioni sorprendenti che gli permettono di intersecare la visione di un doppio serpente - la quale si verifica durante le allucinazioni e si origina nel denso simbolismo che popolazioni, geograficamente troppo lontane per essere entrate in contatto l’una con l’altra, condividono - e la rappresentazione scientifica del DNA. Con documenti alla mano, e viaggiando lungo le coordinate di tempo e spazio, Narby dimostra come lo sciamanesimo permetta di risalire a una conoscenza di cui è stata a lungo all’oscuro perfino la scienza ufficiale. Ne risulta che gli sciamani sono in possesso di determinate e importanti nozioni di biologia molecolare, pur senza sapere nulla di tale materia.

Narby comunica apertamente al lettore le sue remore in merito alla pubblicazione di tali rivelazioni: gli esperti, ma non solo, in tutta probabilità lo derideranno o, quantomeno, lo prenderanno per matto; come capitò a Carlos Castaneda. Per limitare la portata di una simile reazione, e per giustificare le sue affermazioni, lo scrittore quindi si applica allo studio delle composizioni chimiche degli allucinogeni presi da lui in considerazione dimostrando, per esempio, come il tabacco fumato dagli sciamani ashaninka sia molto diverso da quello utilizzato per le sigarette d’uso comune, non solo e non tanto per la qualità del tabacco in quanto tale, ma per la purezza del materiale che non viene mai miscelato con altre sostanze (cosa che, invece, avviene per la sigaretta). Non solo, lo scrittore affronta anche uno studio sistematico e comparativo delle scienze neurologiche di cui riporta, capitolo dopo capitolo, i risultati e le scoperte a cui è giunto.

Il libro contiene, così, qualcosa di prezioso: se non una nuova scoperta in campo scientifico, rappresenta per lo meno un appello alla scienza a non trascurare i dati e le conclusioni che sono frutto di uno studio durato anni e condotto con la massima serietà, oltre che obbiettività. Non mancano, infatti, i dubbi, lo scetticismo tipico dello scienziato che crede solo a ciò che vede, la prudenza e la sincerità di intenti. Il tutto corredato da un’indagine dettagliatissima in cui si fondono tradizioni,sogni, magia e… scienza! Personalmente trovo questo libro geniale! Sia per la tematica presentata sia per il come è stata esposta. Si tratta, alla fin fine, di un vero e proprio trattato scientifico che è, però, alla portata di tutti. Basta leggere alcune delle righe finali della dissertazione per capirlo:

In questo libro ho scelto un’impostazione autobiografica e narrativa per varie ragioni. Anzitutto, non credo in un punto di vista obbiettivo con un monopolio esclusivo sulla realtà […] e ho tentato di evitare […] la suddivisione settoriale della conoscenza in discipline, […] comprensibile solamente agli specialisti.

Narby non manca di inserire nel libro una vasta e illustratissima bibliografia a cui si può far ricorso nel caso in cui si volesse approfondire l’argomento, ma anche un complesso di note bibliografiche esplicative che rendono la lettura del testo sicuramente più agevole e interessante. Sono sinceramente contenta di aver letto questo libro; e per questo lo consiglio vivamente a tutti, scettici e meno scettici, perché di pagina in pagina ci si sente più ricchi e, quando si chiude il libro, in testa restano tantissimi spunti di riflessione. Un libro in grado di armonizzare la dimensione spirituale con quella scientifica è già di per sé encomiabile; che poi Narby ci sia riuscito alla grande è cosa attestata, visto il grande riscontro che ha ottenuto dal mondo degli scienziati e dei non addetti al lavoro.

Jeremy Narby è un ricercatore cresciuto in Canada e Svizzera; si è specializzato in Storia all’Università di Canterbury e ha ottenuto il suo dottorato di ricerca in Antropologia presso l’Università di Stanford. Ha vissuto due anni nell’Amazzonia peruviana studiando gli indiani Ashaninca e il loro singolare modo di utilizzare le risorse della foresta. Dal 1989 collabora anche con Nouvelle Planète, un’organizzazione svizzera non-profit per i progetti legati all’Amazzonia.

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