Specchio Magico

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IL CANE
Racconto del mistero di Marica Petrolati

– Mamma perché hai lasciato la porta aperta questa notte?
Linda Fish afferrò distrattamente la scatola dei cereali, versandone una buona parte nella tazza davanti a sé, poi mentre aggiungeva il latte iniziò a passare mentalmente in rassegna la lunga lista degli invitati per il pranzo di Natale: cavolo, avrebbe dovuto passare tutto il pomeriggio in cucina, e chissà poi se sarebbe stata in grado di preparare tutto a dovere. La madre di Ted avrebbe criticato ogni cosa a puntino, già le pareva di sentirla.
“Cara, perché non hai lasciato cuocere di più il brodo? Sarebbe stato più buono. E l’arrosto? Era quasi bruciato mia cara. “
Gesù, come detestava quella donna!  Perché le nuore dovevano sopportare tutte le angherie delle suocere? Non era giusto, come le sarebbe piaciuto assestarle un bel calcione nel grosso didietro che si portava appresso!
Dunque, il tacchino era pronto sul ripiano per essere farcito, la verdura...
– Mamma, ti ho chiesto perché hai lasciato la porta aperta questa notte!
    La tovaglia! Doveva assolutamente ricordarsi di mettere quella che le avevano regalato i genitori di Ted per il matrimonio! L’ultima volta si erano offesi a morte!
– Mamma!
Il piccolo Mark, sei anni compiuti la settimana prima, batté con foga la piccola mano sul tavolo: la tazza dei cereali sussultò pericolosamente, quindi una grossa chiazza di poltiglia gialla si allargò sul tavolo.
– Oh, Mark. Guarda cosa hai combinato! Cosa c’è? Cosa stavi dicendo?
Mark fissò  gli occhi in quelli della madre. Quella mattina erano stranamente arrossati, e adesso che Linda li osservava meglio poteva anche scorgere sul viso paffuto e roseo del figlio due profonde occhiaie bluastre.
– Che c’è Mark, non stai bene?–  la mano scivolò automaticamente sulla fronte del figlio: no, non aveva febbre.
– Sto bene, voglio solo sapere perché hai lasciato la porta aperta questa notte.
– Di quale porta stai parlando? – domandò mentre cominciava a pulire la vistosa macchia dalla tovaglietta per la prima colazione – Non capisco tesoro…
    Oddio, la tovaglia! Si era dimenticata di mandarla in lavanderia! Non avrebbe potuto adoperarla per quella sera: l’ultima volta che l’aveva usata ci aveva rovesciato sopra del vino rosso ed ora giaceva spiegazzata e sporca in qualche cesta della biancheria da lavare. Che stupida! Ted si sarebbe arrabbiato terribilmente!
– Mamma – la mano di Mark arpionò con forza quella di Linda – non devi lasciare la porta aperta. Non voglio che entri più.
    Linda si fermò accantonando per alcuni istanti il problema della tovaglia e si concentrò sul dolore che sentiva alla base del polso: Mark la stava stringendo con una forza tale che poteva sentire le piccole unghie affondarle prepotentemente nelle carne. Abbandonò la spugna nella chiazza di latte mista a cereali e liberò la mano dalla stretta  del figlio. Osservò il polso arrossato e segnato da quattro piccole mezzelune.
Rimase in silenzio per alcuni istanti cercando di fare mente locale: Mark stava tentando di parlarle da un buon quarto d’ora di una porta aperta.
– Non voglio più che entri.
Fissò ancora gli occhi del figlio, gonfi e arrossati come se avesse pianto, e finalmente comprese che qualcosa non andava. Allora un campanello d’allarme iniziò a suonare in una zona remota del suo cervello, un allarme  che suonava raramente, e che non sarebbe mai scattato per una stupida tovaglia o per una suocera acida.
No, quel campanello reagiva solo con Mark. E adesso era in funzione.
Linda accostò la sedia a quella del figlio, cercò di piegare le labbra in modo da ricavarne qualcosa simile ad un sorriso, poi gli prese la mano fra le sue.
– Scusami tesoro, non ho capito cosa mi hai detto. Adesso la mamma ti ascolta. Di che porta stai parlando?
La manina di Mark sgusciò via dalla sua presa e si alzò per indicare qualcosa alle sue spalle.
– Quella– disse seccamente.
Linda si voltò ad osservare la portafinestra  della cucina: le tende candide, i vetri lindi, la maniglia di ottone lucida all’inverosimile. La solita portafinestra insomma.
– Dici  che la mamma ha lasciata aperta la portafinestra Mark?– domandò cautamente.
Il visetto di Mark si spostò ripetutamente dal basso verso l’alto.
– Si, mamma. Ieri sera. L’hai lasciata aperta.–  aggiunse in un tono che pareva non ammettere repliche.
– Mark, quello che dici mi sembra strano. Lo sai che io e papà controlliamo sempre tutto la sera prima di andare a letto. Ieri sera ricordo benissimo di aver chiuso a chiave la portafinestra. E poi se fosse rimasta aperta l’avremmo sentita sbattere con tutto il vento che ha tirato stanotte.
Mark alzò le spalle, quindi ripeté: 
– Era aperta.
– Va bene, era aperta. – si arrese Linda – e poi cosa è successo?
Mark rimase in silenzio: i suoi occhi si posarono dapprima sul frigo, poi sul camino, quindi tornarono a fissare la porta finestra.
– E’ entrata una persona.
Nella testa di Linda  il campanello di allarme alzò di dieci toni il volume: ora le pareva di sentirlo squillare in ogni angolo della cucina linda ed ordinata.
– E’ entrata una persona? – ripeté come un automa. Il solo pronunciare quella frase, le provocò un lungo brivido di terrore lungo la schiena.
Mark annuì.
– E… e poi cosa è successo?– fu l’unica cosa che le riuscì di dire, poiché la sua mente stava già elaborando le infinite possibilità che  l’intrusione di un estraneo nella propria abitazione comportava.
– E’ venuto in camera mia.– la voce di Mark era ridotta ad un flebile sussurro. Linda si chiese per quanto tempo suo figlio avrebbe resistito prima di scoppiare a piangere: gli occhi erano lucidi e carichi di lacrime.
– Era un uomo Mark?– quando la frase le uscì dalla gola, provò una strano dolore.
– Si, un uomo. Era… - la voce s’incrinò – era brutto e… – una lacrima gli scivolò lunga la guancia – tutto coperto… di fango. Puzzava, mamma, puzzava di cattivo.
Mark si fiondò fra le braccia calde ed accoglienti della mamma, ed iniziò a singhiozzare convulsamente. Linda lo strinse forte, accarezzandogli la folta testolina di capelli scuri, attese che il respiro del bambino tornasse  regolare, quindi sputò fuori la domanda che le stava attanagliando l’anima.
– Cosa ti ha fatto, Mark?
Alzò il visino del figlio verso il suo: voleva guardarlo negli occhi per essere sicura che non mentisse.
– Non mi ha fatto nulla mamma. Ma ho avuto tanta paura–  le ultime parole si persero nel pianto. Linda sgonfiò i polmoni da tutta l’aria che aveva trattenuto fino a quel momento ed il risultato fu un lungo sospiro di liberazione.
Scostò Mark da sé e piegò ancora le labbra nel tentativo di sorridere.
– Tesoro, probabilmente hai fatto solo un brutto sogno. Solo di questo si è trattato.
– Mamma, quell’uomo…– iniziò Mark.
– Tesoro, succede a volte che si facciano degli incubi. Nessuno può entrare in casa senza che mamma e papà se ne accorgano. Nessuno può farti paura, né tanto meno del male quando dormi nel tuo lettino e ci siamo noi a proteggerti.–  ecco si, era stata dolce ma decisa al tempo stesso, abbastanza convincente.
– Mamma, quell’uomo…– continuò Mark.
Linda gli strinse la mano: 
– Mark, la nostra camera è di fianco alla tua. Se fosse entrato qualcuno in casa ce ne saremmo accorti , non credi? Probabilmente tutte le patatine che hai mangiato ieri ti sono rimaste sullo stomaco ed hai fatto solo un brutto sogno. La persona che hai visto in camera tua esisteva solo nel tuo incubo tesoro. Anche alla mamma a volte succede di sognare brutte cose, ma poi passa tutto e il…
    Il campanello in soggiorno squillò interrompendola. Sbirciò l’orologio da polso.
– Deve essere papà. Su fa il bravo bambino non pensarci più. Ora vai ad aprire la porta e fammi un bel sorriso d’accordo?
Mark scivolò giù dalla sedia, la fissò per qualche istante e poi corse fuori dalla cucina.
 Non le  sorrise.
Linda si alzò in piedi, si passò una mano nei capelli arruffati e ripiombò col pensiero nel gravoso problema della tovaglia.
Gesù, avrebbe dovuto metterne un’altra in tavola, magari quella con i ricami di pizzo che piaceva tanto al padre di Ted, si forse alla fine non avrebbero nemmeno fatto caso a quella stupida tovaglia se solo fosse stata abbastanza brava da metterci sopra quanta più roba poteva. Magari avrebbe potuto far preparare dalla fioraia una bella composizione di fiori freschi, solo che avrebbe dovuto decidere tutto in fretta altrimenti…
Si fermò di botto con la spugna in una mano e la tazza di Mark nell’altra.
Rimase per alcuni istanti immobile con lo sguardo fisso sul pavimento della cucina: sulle mattonelle bianche spiccava una vistosa traccia di fango secco. Il cuore le si fermò per qualche istante nel petto: la traccia aveva la spaventosa forma dell’impronta di una grossa scarpa. Mosse un passo avanti, lentamente: davanti alla portafinestra c’era un altro piccolo grumo di fango.
Posò la tazza e la spugna nel lavabo ed aprì la porta finestra: una ventata d’aria gelida la investì. Sulla maniglia  trovò della terra secca. Sul gradino esterno c’erano due marcate impronte fangose. “E’ entrata una persona.”
No, non poteva essere. Ricordava benissimo di aver chiuso lei stessa quella porta la sera innanzi. E  non era stata forzata. Quindi nessuno sarebbe potuto entrare.
Eppure…
E se ricordava male? Se distrattamente avesse solo creduto di chiudere a chiave?
“Si, un uomo. Era tutto coperto di fango. Puzzava mamma, puzzava di cattivo.”
– Lin! Tesoro,  ho preso il vino.–  la voce di Ted si avvicinava minacciosamente alla cucina.
Afferrò la spugna dal lavabo e pulì via frettolosamente le impronte dal gradino esterno, richiuse la portafinestra e passò la spugna anche sul pavimento bianco della cucina.
– Lin, credi che cinque bottiglie possano bastare?
Linda scagliò la spugna nel lavandino, sussultando.
– Lin, è tutto a posto?–  gli occhi di Ted si posarono inquisitori sul viso arrossato e sui capelli scarmigliati di lei.
– Oh, si! Ho versato del latte. Stavo pulendo. Si credo che cinque bottiglie dovrebbero bastare. Ma dov’è Mark?
– E’ salito in camera sua. Ha detto che aveva da fare.
– Ted, stanotte per caso ha piovuto?
Ted posò lo scatolone con il vino sul pavimento ed iniziò a disporre le bottiglie sul ripiano: 
– No che non ha piovuto. Sono settimane ormai che non piove. Perché?
– No, stanotte mi era sembrato che piovesse, ma a quanto pare mi sono sbagliata...
Linda afferrò la scatola dei cereali, poi con noncuranza iniziò: 
– Questa notte non ho dormito affatto bene. Mi sembrava di sentire in continuazione dei rumori strani.
– Sarà stato il vento. Anche io mi sono alzato verso le tre a chiudere una porta che sbatteva.
La scatola dei cereali cadde a terra, disseminando piccoli chicchi intorno ai piedi di Linda.
– Linda!– esclamò Ted irritato.
Meccanicamente Linda afferrò la scopa dal ripostiglio ed iniziò a raccoglierli: 
– Una porta? Quale? La portafinestra?–  smise di respirare fino a che non udì la risposta di Ted.
– No, era la porta della soffitta. Avevamo dimenticato di chiudere la finestrella del solaio.
– Ah. Solo quella era rimasta aperta?– domandò ancora scaricando la paletta carica di cereali nella pattumiera.
– Sì, dopo ho fatto un giro per casa per controllare. Era tutto a posto.
– Anche qui in cucina?–  di nuovo il cuore le si fermò.
– Sì, era chiusa. – si voltò verso di lei – Lin, mi vuoi spiegare perché mi stai facendo tutte queste domande?
Cercò di sorridere: – Così, lo sai che detesto il vento. Avevo paura di aver dimenticato qualcosa aperto.
– No, tesoro sta tranquilla era tutto a posto. Per stasera è tutto pronto?
La tovaglia!
– Beh, sì, solo che…–  le tazze della prima colazione finirono malamente nel lavabo, tintinnando pericolosamente.
– Solo che?– incalzò Ted.
Oddio, come detestava sentirsi così stupida e impotente!
– Solo che non ho la tovaglia che ci hanno regalato i tuoi genitori. Ho dimenticato di portarla in lavanderia. Dovrò metterne un’altra.
Ted si fermò ad osservarla: – Dio Mio, Lin! Come hai potuto dimenticarla di nuovo? L’ultima volta mia madre si è offesa mortalmente, non ricordi? Mi ero raccomandato che tutto fosse a posto, invece non c’è niente che vada bene!– il viso di Ted era diventato paonazzo.
 Solitamente Linda di fronte a sfuriate del genere, si profondeva in umile scuse, arrabattandosi come poteva per porre rimedio alla faccenda e supplicando Ted di perdonarla. Ma quel giorno non le andava di strisciare come un verme ai piedi di Ted per una questione così stupida, primo perché non meritava di essere trattata così, e secondo perché nel profondo della sua anima sentiva che c’era una questione più importante da approfondire, una questione che andava al di là di una tavola apparecchiata per far piacere ad una suocera comunque prevenuta nei suo confronti, una questione che riguardava suo figlio e che non le piaceva per niente.
– Ted, la tovaglia è sporca. Non la posso usare. Ne metterò un’altra. Punto e basta.
La frase le uscì secca dalla gola, con un tono perentorio che stentò a riconoscere come  suo. La cosa le procurò un sottile piacere.
Ted accusò il colpo e rimase a fissarla stupito per alcuni secondi.
– Ma…–  iniziò bloccandosi immediatamente su quel semplice monosillabo
– Non ci sono ma. Ho già abbastanza da fare nel preparare la cena, senza dovermi preoccupare della tovaglia. Mi dispiace, ma la cosa mi è sfuggita, se vuoi farne un caso di interesse nazionale, fa pure.
Ted mosse qualche passo verso di lei, senza staccarle gli occhi di dosso: 
– Va bene faremo a meno della tovaglia. – una pausa – Lin, stai bene? Mi sembra che sei abbastanza nervosa oggi. Sei sicura che è tutto a posto?
– Oh Dio Ted, certo che è tutto a posto. – mentì -  Adesso aiutami per favore a sbucciare le patate.
Posò la busta con i tuberi sul tavolo e si sedette, imitata da Ted. Fu Ted alcuni istanti dopo a rompere il silenzio che era sceso tra loro.
– Ricordi Fred Dermington?– domandò sbucciando goffamente la patata che aveva in mano.
Certi lavori non gli si addicevano proprio pensò Lin mentre gli rispondeva: 
– Il vecchio Fred? Quello un po’ suonato che abitava vicino alla palude?
– Si, proprio quello. Ho saputo che è morto. Pare che ieri sera mentre tornava a casa ubriaco fradicio sia scivolato nella palude. Lo hanno ritrovato stamattina annegato.
– Oh, è orribile.–  esclamò Lin afferrando velocemente un’altra patata.
– E’ stato il cane a permettere di ritrovarlo.– continuò Ted.
– Duffy? Il cane di Dermington?–  domandò Lin interessata.
– Sì, come sai il nome?
– Qualche settimana fa io e Mark siamo andate a fare una passeggiata nel bosco, abbiamo preso proprio il sentiero che costeggia la palude…
– Lin  - la interruppe bruscamente Ted – non mi piace che porti Mark in quel luogo, è pericoloso lo sai. La palude è nascosta in certi punti dall’erba e ti assicuro che finirci dentro è questione di un attimo.
– Pensi che esporrei mio figlio ad un simile rischio se non conoscessi la zona?– ancora la risposta le uscì tagliente, velata da un remoto tono di sfida.
– No, certo che no. Almeno spero.
– Ecco, allora lasciami raccontare.  Passeggiavamo proprio vicino alla casa di Fred Dermington quando abbiamo visto arrivare di corsa questo cane. Si è gettato addosso a Mark ed a iniziato a fargli le feste come se lo conoscesse da sempre. Dovevi vedere come era simpatico. Poco dopo è arrivato Fred Darmington. Ci ha salutati molto cordialmente e ci ha detto che il cane si chiamava Duffy e che raramente lo aveva visto dimostrare tanta simpatia per uno sconosciuto. Insomma sembrava proprio che Mark gli andasse a genio.
– Sì, è una bestia particolarmente intelligente. Stamattina due cacciatori lo hanno visto correre ripetutamente sul bordo della palude, ululando come impazzito. Purtroppo quando si sono avvicinati hanno capito il perché: Fred Dermington giaceva privo di vita nel fango.
Fango.
– Nel fango -  ripetè come un automa Lin mentre sentiva venirle la pelle d’oca - E il cane? Che fine farà Duffy?
– Beh, credo che lo rinchiuderanno in un canile. Oppure lo abbatteranno, a differenza di quello che mi hai raccontato sembra che non sia molto socievole. Non sono riusciti a portarlo via dalla palude. Abbaiava e mordeva come se fosse indiavolato.
– Povero Duffy. – Lin gettò uno sguardo al mucchio di patate pelate da Ted, quindi osservò il suo – Ted se non ti dai una mossa, questa sera i nostri ospiti faranno a meno del contorno.
– Sì, scusami cara. Non sono proprio un pelatore di patate nato.– e sorrise.
Scusami cara.
Era la prima volta che lo sentiva scusarsi con lei.
Scusami cara.
Gesù, che sciocca era stata.

    La casa era immersa nel silenzio più completo. Quella notte, a differenza della precedente, non tirava un solo alito di vento.  L’unico rumore che Lin riusciva a percepire era il respiro regolare di Ted che dormiva tranquillamente al suo fianco. Lo aveva sentito alzarsi poco prima e scendere di sotto: probabilmente aveva avuto problemi con la digestione visto che a cena si era abbuffato senza riguardo. Ora però riposava senza problemi.
La cena era andata perfettamente. Nessuno aveva fatto caso alla tovaglia di pizzo, oppure diversamente nessuno aveva osato fare commenti. A Lin non importava niente in nessuno dei due casi. Tutto perfetto cara, tutto buonissimo Lin.
Tuttavia, svanita la preoccupazione per l’esito della serata, non riusciva a godersi il meritato riposo dopo la sfacchinata della giornata.
C’era qualcosa che le impediva di prendere sonno.
Qualcosa che aveva iniziato ad angosciarla sin dalla mattina dopo che Mark le aveva raccontato del suo incubo.
E naturalmente dopo che aveva visto con i propri occhi il fango sul pavimento della cucina e sulla maniglia della porta finestra… come se una mano sporca di fango l’avesse afferrata per entrare…
No, questo non era possibile.
“Toglitelo subito dalla testa, ragazza, e vedi di dormire.” Pensò sistemando il cuscino.
Fango.
“No, che non ha piovuto stanotte. Sono settimane che non piove ormai. Perché?”
Fango.
Palude. “Lo hanno trovato privo di vita nel fango”
Lin socchiuse gli occhi, chiudendo la mente ai pensieri vorticosi che si ostinavano ad accavallarsi uno sull’altro come impazziti. Pochi minuti dopo scivolò in un sonno leggero e disturbato.
    Quando si rese conto che era riuscita a dormire per un periodo di tempo indeterminato, era di nuovo sveglia. Le pareva di aver udito un rumore nel corridoio.
Lentamente si mise a sedere sul letto, tendendo le orecchi e sbarrando gli occhi nel buio.
Senza motivo…
O si? …il cuore aveva iniziato a batterle all’impazzata nel petto. Le sembrava quasi di sentirlo quell’incessante tum tum espandersi nel silenzio oscuro della stanza da letto.
Respirò a pieni polmoni: un odore estraneo alla propria casa le riempì le narici.
Un odore decisamente cattivo. Ancora il cuore accelerò l’andatura. Pareva volerle schizzare via dal petto.
Lentamente, per non svegliare Ted, scese dal letto e infilò le ciabatte.
Pian piano raggiunse la porta della camera da letto e sbirciò nel corridoio: adesso tutto era di nuovo silenzioso.
Raggiunse in punta di piedi la camera di Mark: di nuovo il campanello d’allarme nella sua testa si mise velocemente in funzione. Il fetore nella cameretta del figlio era insopportabile. Il bambino però dormiva tranquillamente. Si sedette sul lettino e gli accarezzò la fronte. Quindi ritrasse velocemente la mano. Era bagnata, no forse sporca di qualcosa di molliccio e umido.
Fango. Si alzò ed accese la luce.
Con orrore osservò una serie di impronte fangose sulla moquette. Si dirigevano verso il letto di Mark. E questo era chiaro perché sulla fronte del figlio c’era la forma  perfettamente visibile di una mano. Solo laddove l’aveva toccato anche lei, la forma di due dita era irriconoscibile. Ma non c’era ombra di dubbio. Qualcuno, qualcuno sporco di fango, aveva toccato, quasi accarezzato forse, suo figlio Mark.
Spense la luce ed uscì dalla camera. Le gambe le tremavano paurosamente.
Discese le scale guardandosi intorno con circospezione.
Entrò in cucina: davanti alla porta finestra, e sulla maniglia di quest’ultima trovò le stesse identiche tracce che aveva pulito la mattina stessa. Un giramento di testa la costrinse ad appoggiarsi al tavolo.
Gesù Santo, come era possibile che quello che stava vedendo fosse reale?
Allungò la mano sul pomello della portafinestra e provò ad aprire, ma la trovò indiscutibilmente chiusa e senza segni di scasso.
Come era possibile che per ben due volte qualcuno si fosse intrufolato in casa in quella maniera assurda?
E poi chi era quel qualcuno? E cosa voleva da suo figlio?
Fango. Lo hanno trovato privo di vita nel fango.
Cos’era che aveva tentato di dirle Mark? 
“Mamma quell’uomo era…”
Era cosa? Era chi?
Spense la luce della cucina e corse di nuovo di sopra. La camera di Mark era come l’aveva lasciata pochi minuti prima. Fece scattare l’interruttore e una fioca luce illuminò la stanza.
Osservò di nuovo le impronte, Mark che dormiva tranquillo, poi la sua attenzione fu attirata da qualcosa che prima le era sfuggita. Sul comodino, accanto al letto, tra alcuni numeri dei fumetti preferiti del figlio, c’era un piccolo oggetto metallico.
Lentamente allungò la mano per afferrarlo: era una medaglietta rotonda di quelle usate per l’identificazione dei cani.
Sul retro macchiato e consunto era riportato un nome: Duffy.
Infilò la medaglietta nella tasca della vestaglia ed uscì dalla camera.
Scese di nuovo le scale ed entrò in cucina.
Silenziosamente scelse due piatti fondi fra quelli vecchi che non usavano più, per il momento sarebbero andati bene, poi si sarebbero organizzati diversamente.
Aprì il frigo e prese un grosso pezzo di tacchino avanzato dalla cena  e lo mise nel piatto. Nell’altro versò dell’acqua dal rubinetto. Aprì la portafinestra e sistemò le due scodelle accanto al muro. Rabbrividì per il freddo pungente della notte.
Attese qualche istante stringendosi addosso la vestaglia. Per la via deserta e buia non si udiva alcun rumore.
Poi all’improvviso ecco uno zampettare leggero e veloce sul selciato. Lin osservò la sagoma del cane avvicinarsi cautamente a lei.
Scodinzolava docilmente.
– Ciao Duffy.–  gli disse accarezzandogli il muso.

 

LA STORIA DI ERNIE SHAW
Racconto fantascientifico di Marica Petrolati

  La nascita di Ernie Shaw, e la sua esistenza in generale, sarebbe probabilmente rimasta dominio esclusivo di quanti ebbero l’occasione di conoscerlo direttamente, e questo, in termini numerici  vale a dire si e no duecento persone, cioè l’equivalente della popolazione di Dirsenn,  microscopico villaggio dell’Isola di Mull, prospiciente le ridenti coste della Scozia, della cui presenza su questa terra non si trova traccia in nessuna cartina geografica.  
Ma il nome di Ernie Shaw, negli ultimi anni  ha destato curiosità ed interesse in quanti sono venuti a conoscenza, seppur tempo dopo, della sua vicenda, e  il numero di questi ultimi, continua voluminosamente ad aumentare.
    Ernie Shaw nacque a Dirsenn nel 1937, figlio unico, rimasto orfano all’età di trent’anni, era quello che si suol dire, usando un calzante eufemismo, un po’ debole di comprendonio. Per questo, e per il suo aspetto fisico, che non era particolarmente attraente, il giovane Ernie, non trovò mai una compagna con cui dividere la sua  esistenza.  Né ciò avvenne più tardi, quando sulla soglia dei cinquant’anni, incanutito e precocemente invecchiato, a causa anche dell’ingente quantità di alcool che trangugiava smodatamente,   si rassegnò all’idea di trascorrere la vita da solo, nella piccola casa fuori dal villaggio che era stata dei suoi genitori. In conclusione Ernie Shaw  era il ritratto della persona che nessuno vorrebbe come marito, come padre o come figlio.  Le sue giornate si consumavano monotonamente tra la casa fatiscente, l’orto invaso dalle erbacce e l’osteria di Dirsenn, della quale era cliente abituale,  e dove probabilmente scambiava le uniche parole della giornata.
Ecco, questa era la vita di Ernie Shaw,  prima della notte del 15 maggio 1987, e sono sicura che converrete con me, nel non trovarla particolarmente interessante e degna di qualsivoglia nota, come accade per tutti quei personaggi particolari e bizzarri, che fanno parte del folklore di quei paesi che si fregiano di averne uno.
Molti di questi muoiono così come vivono, nell’indifferenza, ma Ernie Shaw in questo può dirsi fortunato: di lui si parla, e si parlerà ancora, per molto tempo, poiché alla sua storia si stanno tuttora  interessando parecchi studiosi.
   La sera del  15 maggio di circa dieci anni fa,  sull’isola di Mull, l’aria era mite e dolce, e solo in prossimità del piccolo fiume che fiancheggiava  Dirsenn ad est , si faceva più umida e pungente.
All’una di quella notte, dopo aver lasciato l’Osteria, Ernie Shaw, s’incamminò per la stradina che conduceva fuori dal villaggio, e che dopo quattro chilometri in mezzo ai campi, portava a casa sua. Era un percorso abituale che faceva due o tre volte al giorno, a piedi, oppure sul vecchio motorino che possedeva.
Quella sera la luna troneggiava alta nel cielo, luminosa e piena. E fu proprio per ammirarla che Ernie, barcollante, si fermò sul piccolo ponte di legno che attraversava il fiume in prossimità di casa sua. Nessuno poteva immaginarlo, ma il suo cuore, alla vista del riflesso di quella sfera dorata che si specchiava sull’acqua argentina, si riempiva di serenità e quiete. Ed era proprio in questo stato di grazia, seppur con la vista annebbiata e lo stomaco sottosopra, che si trovava, quando un particolare attirò la sua attenzione.
Poteva darsi che fosse stato il whisky a fargli vedere doppio, eppure, avrebbe proprio giurato che la luna si fosse sdoppiata, lassù nel cielo stellato. Continuò ad osservare lo strano fenomeno sull’acqua del fiume per alcuni secondi, prima di guardare direttamente quello che stava accadendo.
Quando finalmente alzò gli occhi verso il cielo, rimase abbagliato dall’intensità dell’altra luna,  che sembrava molto più vicina e che pareva persino spostarsi un po’. Rimase inebetito, con lo sguardo fisso, fino a che gli occhi non gli bruciarono talmente che fu costretto ad abbassarli.
Dopo alcuni secondi, sentì uno strano ronzio, acuto e fastidioso per le orecchie. Quando trovò la forza di guardare ancora, vide la seconda luna, che si allontanava a velocità pazzesca verso l’interno dell’isola. Dopo di che s’incamminò nuovamente verso casa senza rendersi pienamente conto di quello che era successo.
   Il mattino seguente, di buon ora, Ernie Shaw si era  alzato come al solito per andare nei campi. La pelle della faccia, del collo e delle mani,  era piena di strane arrossature, alcune delle quali, coperte da sottili croste. La giornata in ogni modo scivolò via tranquilla, con l’unico fastidio rappresentato dal bruciore che le macchie gli davano, e uno strano indolenzimento degli occhi. Puntualmente, quella sera, Ernie si recò all’Osteria.
Frank Droghin, proprietario dell’Osteria, raccontò in seguito che Ernie Shaw riferì ad alcuni presenti quello che gli era accaduto, dopo che uno di questi aveva fatto osservazioni sui segni che aveva addosso.
– E’ stata la luna–  aveva risposto lui infastidito.
– La luna?–  l’aveva canzonato Jacob Miller, che era seduto vicino a lui.
– Si, ieri sera, mentre tornavo a casa.
– Ernie, tutti abbiamo visto la luna ieri, ma non ci ha fatto niente di simile–  aveva continuato Miller canzonandolo.
Al che Ernie Shaw si era affrettato a ribattere:
– Ma non quella luna. Un’altra che le stava di fianco, ieri sera. Era ancora più luminosa, tanto che mi bruciavano gli occhi per guardarla. Poi alla fine è schizzata via come un razzo.
   Tutti quelli che lo stavano ascoltando, cinque o sei uomini di Dirsenn,  scoppiarono a ridere. Qualcuno, sempre secondo la testimonianza di Droghin, disse scherzando:
– Sarà stato un U.F.O quello che hai visto, Ernie!
Quella frase sembrò colpire Ernie Shaw, poiché rimase in silenzio, con lo sguardo accigliato.
– Ho sentito parlare di questi FO, ma non credevo esistessero davvero–  si limitò a dire.
A quel punto, fu lo stesso Droghin ad intervenire :
– Ernie, io credo piuttosto che sia stato il mezzo litro di whisKy che ti sei scolato ieri sera che ti ha fatto vedere doppio!
A questa uscita, seguita da un coro di risate, Ernie Shaw aveva risposto in un modo che aveva sorpreso tutti:
– Pensa quello che vuoi Frank. E’ vero, avevo bevuto, ma non ho avuto le traveggole. Queste scottature me le ha fatte quella cosa lassù. Lo so che non mi credete, ma non importa. Voi non l’avete vista, io si. Solo io. Ed era bellissima.
Poi si era alzato, dopo aver bevuto solamente un paio di bicchieri,  lasciando tutti in silenzio.
Si era avviato verso la porta, salutando con la mano.
Quella fu l’ultima volta che videro Ernie Shaw all’Osteria. E in qualsiasi altro posto. Perché Ernie Shaw quella sera stessa scomparve per sempre senza lasciare tracce. 
  
Della sua scomparsa non fu data notizia che due giorni dopo: il fatto che per due sere di seguito non si fosse presentato all’Osteria, avvenimento che non accadeva da sei anni, cioè da quando Ernie si era rotto un braccio, cadendo ubriaco dal motorino, aveva impensierito Droghin e gli avventori del suo locale.  Due di questi, Jacob Miller e Martin Stubb, si recarono in auto alle dieci di sera, a casa di Ernie Shaw,  per assicurarsi che stesse bene, ed in caso contrario, per sentire se avesse bisogno di qualcosa.
Dopo averlo ripetutamente chiamato senza ottenere risposta, entrarono in casa dalla finestra sul retro che era aperta. Il letto era intatto,  e di Ernie non c’era traccia. In pensiero diedero uno sguardo intorno alla casa e nella capanna vicino all’orto. Senza risultato. Il motorino era al suo posto, nella rimessa. A quel punto tornarono da Droghin, tenendo però gli occhi aperti sulla strada del ritorno al villaggio.
Le numerose ricerche che furono effettuate nei giorni seguenti da alcuni abitanti e dalla Polizia di Laugthon, a circa venti chilometri da Dirsenn, non diedero alcun frutto. L’unico particolare insolito rilevato, fu l’erba irregolarmente bruciacchiata nei dintorni del ponte. Esami condotti più tardi, rivelarono che anche le assi di legno del ponte presentavano un principio di combustione.
All’epoca dei fatti, l’ipotesi più accreditata per la scomparsa di Ernie Shaw, fu l’annegamento nel fiume causato dallo stato di ebbrezza in cui era solito versare, e il fatto che il corpo non si fosse trovato  dimostrava che la corrente del fiume lo aveva portato fino al mare, e da lì, a causa delle correnti, chissà dove.
Questa versione, conoscendo il soggetto, fu presa per buona da quasi tutti gli abitanti di Dirsenn. Gli unici a non esserne troppo convinti, furono gli uomini che avevano visto per ultimi Ernie Shaw che riferirono “di non averlo mai visto così sobrio in vita sua”. Ma non seppero, o non vollero, fornire altre spiegazioni logiche. Solamente anni più tardi, Droghin, Miller e Stubb, ammisero di aver ripensato a quello che Ernie aveva raccontato la sera della sua scomparsa su quella  cosa che aveva visto.

    Questo fu il primo avvenimento che nel giro di un mese sconvolse la vita monotona di Dirsenn. Il secondo fu il ritrovamento  la notte del 15 giugno, un mese dopo la scomparsa di Shaw,  di un neonato probabilmente abbandonato da qualcuno che non ne voleva sapere di allevarlo. Anche in questo caso intervenne la polizia di Laugthon, e visto che il piccolo, un bel maschietto di quattro chili, era stato lasciato davanti all’abitazione dei Fhitkenner, notoriamente impossibilitati ad avere figli, si suppose che lo sciagurato gesto fosse stato compiuto da qualcuno del luogo a conoscenza del fatto. Anche in questo caso le indagini non condussero a niente di concreto. Comunque quello strano episodio, ebbe il merito di rendere felici i coniugi Fhitkenner che dopo essersi occupati del piccolo nelle ore successive il suo ritrovamento non vollero più separasi da lui, cosi che, dopo aver sbrigato le pratiche del caso, lo adottarono legalmente. Il piccolo fu battezzato col nome di Theodor  J. Fhitkenner.
   Col passare dei mesi la misteriosa fine di Ernie Shaw cominciò a sbiadire nel ricordo degli abitanti di Dirsenn, i quali al massimo, si aspettavano il ritrovamento di ciò che rimaneva del cadavere, in qualche punto della spiaggia. Ma questo non avvenne mai
Fu Jonathan Macombe, arzillo vecchietto di ottant’anni, lontano parente di Ernie Shaw, ad accorgersi per primo di un fatto singolare. Poiché, come già detto, era parente, seppure in maniera molto indiretta, del fu Ernie, toccò a lui, occuparsi della vecchia casa e di ciò che in essa era contenuto. Un afoso pomeriggio dell’estate 1989, Macombe  decise di riunire tutti gli effetti personali del pronipote, in modo di risparmiarsi ogni volta il disturbo di controllare che fosse tutto in ordine, poiché se il cadavere non era saltato fuori, poteva anche darsi che quel pazzo furioso di Ernie, un giorno o l’altro decidesse di far ritorno, anche se questa era un ipotesi molto remota. Quando gli capitò fra le mani un vecchio album di fotografie della famiglia Show, preso dal vortice dei ricordi, iniziò a sfogliarlo.
 Dalla carta ingiallita Margrith e Benjamin Shaw, sorridevano stringendo al petto il loro bambino. Alcune pose di Ernie, prese quando aveva tre anni, stando alla data riportata sul retro con una calligrafia malferma, ricordarono straordinariamente al vecchio Macombe il viso di un bimbo che aveva visto a passeggio con i genitori due giorni prima.
Osservò con interesse le foto, e si disse che probabilmente la vista e l’età, gli stavano giocando un brutto scherzo. Destino volle che proprio in quel momento, alzando gli occhi sulla finestra polverosa e sporca, incrociò lo sguardo di colui al quale stava pensando.
Theodor J. Fhitkenner, malgrado avesse appena due anni, era già in grado di camminare benissimo da solo, e a quanto pareva, di allontanarsi indisturbato da casa sua, a più di due chilometri di distanza.
Automaticamente il vecchio Macombe tornò a guardare le foto. Un brivido gli attraversò la schiena quando dovette costatare per forza di cose, che il piccolo Theodor era il ritratto vivente di Ernie Shaw da bambino.
   Oggi Jonathan Macombe ha quasi novant’anni, vive su una sedia a rotelle e a causa dell'arteriosclerosi  non è più in grado di connettere. Se qualcuno però, gli domanda di quel pomeriggio, Macombe ha come un’illuminazione improvvisa, ed è in grado di raccontare per filo e per segno quello che accadde. Soprattutto rammenta bene l’inquietudine che provò quando il suo sguardo incrociò quello del piccolo  Fhitkenner  e la strana sensazione che lo attanagliò poco dopo, quando decise di uscire fuori a vedere se fosse tutto a posto.
Il sole abbagliava tutto con una luminosità che stordiva l’intelletto. Theodor Fhitkenner se ne stava in piedi, con la schiena appoggiata alla staccionata di legno, ad osservare la casa.
Il vecchio Macombe gli andò incontro, cercando di sorridere, nonostante il nervosismo che lo dominava.
– Cosa fai qui da solo Theodor?– gli aveva detto pensando che la madre potesse essere in pensiero.
Il bambino senza badargli, aveva segnato con il piccolo indice l’oggetto che Macombe  teneva ancora sottobraccio.
– E’ mio– si era limitato a dire.
A quel punto Macombe, incuriosito, prese a fargli delle domande.
– Questo è tuo?– aveva ripetuto agitando l’album di fotografie fra loro.
Theodor aveva annuito ripetutamente con la testa.    
Proprio in quel momento, dalla strada sterrata era arrivata una macchina: Kelly Fhitkenner era scesa con l’espressione spaventata, correndo come una forsennata verso il figlio adottivo.
– Theodor!–  aveva gridato stringendoselo al petto.
Dopo alcuni secondi di silenzio, Jonathan Macombe si era rivolto alla donna :
– Certo che tuo figlio è davvero precoce per la sua età. Come ha fatto ad arrivare qui da solo?
Kelly gli aveva rivolto un sorriso forzato :
– E’ molto vivace. Non bisogna mai perderlo di vista un attimo. Ora andiamo a casa, su.
Così dicendo aveva preso per mano il bambino, dirigendosi verso la macchina.
Prima di salire, Macombe lo sentì distintamente pronunciare un nome: “Ernie”.
Kelly Fhitkenner, terrorizzata, si era voltata verso Macombe, ma non aveva detto una parola. Dopo di che partì velocemente sollevando una fitta nuvola di polvere. Questo fu il primo episodio al quale assistette una terza persona, poiché dopo lo sconcertante epilogo della vicenda, George Fhitkenner ammise che lo strano comportamento del bambino aveva iniziato a manifestarsi già durante il primo anno di vita.
   Theodor J.Fhitkenner cresceva in maniera smisurata, tanto che i genitori, preoccupati, avevano consultato più di un medico. Questi tuttavia non riscontrarono nulla di anomalo nel bambino. A sei mesi era in grado di camminare da solo, a otto parlava correttamente. Tuttavia, essendo Theodor in buona salute, non diedero eccessivo peso alla cosa.
Il primo segnale d’allarme, venne il 15 maggio 1988.
Non trovandolo a letto, i Fhitkenner svolsero affannose ricerche nei dintorni: trovarono Theodor sul ponte di legno, intento ad ammirare la luna piena, ripetendo continuamente: “Casa, casa.”
I coniugi Fhitkenner, spaventati, non parlarono mai con nessuno dell’accaduto.
   Il collegamento con la storia di Ernie Shaw, divenne evidente qualche tempo dopo, quando il bambino, eludendo la sorveglianza dei genitori, a volte anche inspiegabilmente, si recava ogni giorno alla vecchia casa di Shaw, rimanendo a fissarla morbosamente e pronunciando ripetutamente il nome dell’uomo. Inutile dire quale era lo stato d’animo dei genitori, nel cui intimo cominciava a farsi prepotentemente strada la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di anomalo. Nonostante questo, l’amore che provavano nei confronti del figlio adottivo, che verso di  loro era comunque molto affettuoso, impedì loro di compiere qualsiasi passo in proposito.
Passarono così altri otto anni, durante i quali lo strano comportamento del bambino, che a dieci anni era già un ragazzo fatto, continuava a manifestarsi sempre più spesso tanto da creare attorno a lui, e alla sua famiglia in generale, un alone di mistero e sospetto. Si può tranquillamente affermare che i membri della famigli Fhitkenner furono a mano a mano esclusi dalla vita di Dirsenn. La vecchia casa di Ernie Shaw fu totalmente abbandonata, acquistando una fama negativa.Solamente il vecchio Macombe, finché le condizioni di salute, glielo permisero, tornò qualche volta sul posto. Poiché durante questi sopralluoghi, trovava Theodor J. Fhitkenner seduto sullo steccato, o sotto il portico (proprio come faceva Ernie Shaw), decise di desistere definitivamente dal quel proposito perché, come disse poi “c’era qualcosa di strano intorno alla casa,  e soprattutto nel ragazzo”.
Ma la parte più incredibile di questa vicenda, è rappresentata dall’epilogo che ebbe, sul quale si sono fatte centinaia di ipotesi.
Nel 1997, la notte del 15 maggio, Theodor J.Fhitkennen  seguì lo stesso destino di Ernie Shaw, scomparendo anch’egli senza lasciare traccia. Anche in questo caso però furono trovati segni di combustione sull’erba e sulle assi del ponte.
La testimonianza dei coniugi Fhitkenner aiutò a ricostruire parzialmente l’accaduto: dichiararono che Theodor aveva l’abitudine di uscire la sera tardi per fare una passeggiata in campagna, cosa che lui amava fare, specialmente se c’era la luna piena, come la notte della sua scomparsa. A quel punto dissero di aver sentito della grida provenire dai campi circostanti, appartenenti sicuramente a più di una persona. Affacciandosi alla finestra avevano visto un’auto percorrere a velocità folle la strada sterrata che costeggiava i campi, conducendo poi sulla costa.
Le indagini non diedero risultati in questa direzione, cosi che la scomparsa del ragazzo fu imputata all’aggressione di ignoti, così come credevano fermamente i genitori.
   Alcuni giorni dopo la scomparsa, Frank Droghin e  Martin  Stubb si recarono a casa dei Fitkenner, per esprimere il loro rammarico per la fine oscura capitata al figlio, poiché ormai si disperava di trovarlo in vita. Non appena li videro, Droghin e Stubb rimasero sconvolti dall’aspetto della donna: il viso, il collo e le mani erano pieni di macchie rosse, simile a quelle che avevano visto addosso a Shaw alcuni anni prima.
I Fithknnen dissero, così come avevano fatto con la polizia, che qualche giorno prima Kelly si era ustionata con una sostanza particolarmente tossica che usavano come antiparassitario, ma la spiegazione non convinse i due uomini, ormai certi che sia la scomparsa di Ernie, che quella di Theodor, erano strettamente collegate con qualche avvenimento oscuro avvenuto nella zona.  
  
Kelly Fithkennen è morta di cancro nel dicembre 1997, appena sette mesi la scomparsa del figlio. Fu solamente dopo la sua dipartita che il marito George, schiacciato dal peso che aveva sulle spalle, iniziò a parlare di quello che era veramente successo: partendo dall’inquietante comportamento di Theodor, fino ad arrivare alla fatidica notte dalla quale  non si seppe più nulla di lui.
Inizialmente si confidò con Droghin, il quale riferì la storia ad altri conoscenti, fino a che la vicenda non varcò i confini di Dirsenn.
La notte del 15 maggio 1997 George Fithekenner si era svegliato all’improvviso accorgendosi che né sua moglie, né suo figlio, erano più in casa. La sua attenzione fu immediatamente attirata da uno strano ronzio che gli tormentava le orecchie. Alcuni secondi dopo sua moglie strisciò in lacrime fino alla porta di casa, con la pelle terribilmente arrossata e in alcuni punti sanguinanti, mentre gli occhi erano gonfi e semichiusi.
George aveva tentato di calmarla e di ottenere da lei delle spiegazioni, ma l’unica cosa che Kelly fu in grado di dirgli, era che aveva assistito a qualcosa di incredibile e che Theodor non sarebbe più tornato a casa. Ma sua moglie non gli riferì mai esattamente di cosa si fosse trattato, anzi lo convinse a raccontare la storia dell’aggressione poiché se avesse raccontato la verità l’avrebbero presa per pazza. George Fhitkenner, visto le condizioni pietose in cui la donna versava, senza pensarci due volte l’accontentò.
Quando Kelly si fu ripresa al punto di riuscire a parlare coerentemente, implorò il marito di non chiederle mai cosa fosse accaduto; in cambio George ricevette la promessa che quando elle sarebbe stata vicino alla morte gli avrebbe raccontato ogni cosa, come se fosse stata sicura che la sua fine fosse ormai prossima. E in effetti così fu.
Ma la promessa fu mantenuta solo in parte, poiché le ultime parole della donna, confidate al marito in punto di morte furono:  “Ernie Shaw è tornato con loro a riprendersi il  figlio che hanno in comune”.
File aggiornato nel Novembre 2004.

                                                    Marica Petrolati