Specchio Magico

Home     Chi siamo     Scrivici     Mappa del sito
Lo Scrittore Esordiente     Agenda     Nuovi Autori     Interviste
 I nostri scrittori     Pubblica con noi     Spaziofatato     Archivio     Link


 

 

HOSTESS E FULMINI
Racconto di Bruno Giuliano

I miei desideri si erano avverati; l'aereo non era il solito enorme Boeing, bensì un piccolo turbo elica della capacità massima di venti persone.
Noi eravamo in dodici così che potei sedermi da solo immediatamente dietro la cabina di pilotaggio, aperta e direttamente comunicante con la zona passeggeri.
Il rumore dei motori era infernale; vedevo chiaramente i piloti parlottare tra loro pur non riuscendo a sentirli e neppure mi era chiaro come loro potessero udirsi: abitudine forse.
La hostess era in parti uguali indiana e giapponese con un pizzico d'Europa da parte di nonno materno: il Brasile dispensa a iosa simili splendide combinazioni.
Era seduta proprio in fronte a me e la gonna le risaliva di un palmo sopra le ginocchia.
Alternavo lo sguardo tra lei e il fiumi d'acqua che si dividevano in due sulle ali che ogni tanto venivamo circondate da un bagliore rossastro facendoci rizzare i capelli sottoposti com'eravamo al campo elettrico dei fulmini.

I passeggeri Occidentali strizzavano senza pudore e la ragazza aveva il suo da fare a tranquillizzarli, invece i viaggiatori locali continuavano a farsi gli affari loro indifferenti.
Ad un bel momento la ragazza, venticinque anni al più, non poté più muoversi dal suo posto ed anche lei dovette allacciarsi la cintura mentre molti cominciarono a riempire i provvidenziali sacchetti in dotazione.
I sussulti dell'aereo-giocattolo la sballottavano nonostante la sua bravura di consumata equilibrista porta-vassoi-che-ride e le cinghie a volte le tiravano la gonna talmente da scoprirle le mutandine bianche come la neve che si incontra raramente in queste valli.
In questo caso la vallata era delimitata da floride cosce, che i sublimi descrittori dell'Eden proprio questo anticipavano.
Eppure non avevo più occhi per la ostessa; sapevo che per venti giorni la mia vista sarebbe stata premiata da altrettanto stimolanti visioni, mentre simili fulmini che si abbattevano a centimetri da me non li avrei rivisti mai.
Ero rapito; riemergeva l'insano gusto del pericolo dopo mesi di forzata inattività dopo l'ennesimo incidente di moto in corsa.
Ma è anche vero che la fortuna aiuta gli audaci e stava per regalare, proprio a me, una squisita sintesi di sesso e adrenalina.

Al rumore iniziale dell'aeroplano adesso si sommava quello della tempesta e la ragazza mi chiese con un cenno la mia lavagnetta da viaggio per scriverci su che non potevamo scendere a Passo Fundo, poiché la pista era ghiacciata.
Caspita! Era il 10 agosto del 93 e ci trovavamo appena sotto al Tropico del Capricorno!
Adesso la nuova destinazione era Porto Alegre, in riva all'Atlantico.
Un'altra ora si aggiungeva al tempo del viaggio: potevo permettermi di contemplare alternativamente le due manifestazioni della natura che tanto mi affascinavano, anzi iniziai un dialogo serrato con la hostess servendomi della lavagnetta.
Tanto per cominciare le scarabocchiai una richiesta di aiuto: avrebbe dovuto assistermi durante la telefonata alla ditta che mi attendeva, anche se non me ne importava granché di ritardare un giorno ad iniziare il lavoro.
Tanto per continuare le chiesi a quale altezza volavamo, a quale velocità andavamo, ecc, ed infine senza vergognarmi di arrossire e con il cuore che mi batteva forte, le strinsi le mani tra le mie.
Lei mi guardò neppure troppo sorpresa e mi sorrise incoraggiante; s'era posta di traverso e nessuno poteva vederci completamente.

Era ancora più bella adesso che concentrava la sua attenzione soltanto su me perdendo quell'aria distaccata e professionale per ritornare quello che era, poco più di una bambina affascinata dal gioco più bello e antico del mondo: l'amoreggiare.
Al diavolo i fulmini, al diavolo la lavagnetta!
Il guaio era che dovevo parlare in una lingua abbastanza ostica e di un argomento non contemplato dal mio serissimo istruttore in Italia.
La ragazza non capì quello che le dissi la prima volta perché il rumore continuava assordante e i fulmini esplodevano fragorosi.
Provai a ripetere: lei … magia … avvicinò il suo viso al mio roteandolo dolcemente e accostando alla mia bocca un ben modellato lobo auricolare privo di ingombranti e pericolosi orpelli metallici.
Ripetei ancora la mia richiesta mentre le sue mani si stringevano alle mie e la sua figura tendeva le cinture di sicurezza fino a trasmettermi il ritmico pulsare dei suoi sani polmoni che spingevano fortemente i seni contro una camicetta meravigliosamente troppo stretta e a rischio di foratura da puntuti capezzoli.
La mia pressione interna salì al punto da rischiare l'esplosione della patta prima e del velivolo subito dopo.
L'offerta non necessitava traduzioni, anche il più codardo dei mortali avrebbe rischiato la vita senz'esitare, anche il più imbranato dei secchioni avrebbe corso il rischio di un sei in condotta ed avrebbe ceduto, parlato, dichiarato, implorato…  allora si, allora e soltanto allora la mia passionale richiesta esplose:
"Pensi che, se glielo chiedi tu, i piloti mi faranno guidare?" 

 

IL LAGO DI GINEVRA
Racconto di Bruno Giuliano
 

Alpi Cozie, estate 1987

  Anni fa volavo su questa malandata mulattiera spinto da 30 cavalli, oggi arranco con 30 chili sulla schiena; duro contrappasso per aver aperto con gli artigliati, un tempo, questi stessi grandi solchi che oggi m'inciampano.
Il cuore mi va a 9.000 giri, ma non è una duecentocinquanta a spingermi, è uno zaino pieno di emozioni e di latte di vernice a frenarmi.
Ci sono: ecco il gruppetto di case abbandonate.
In una di esse Toni era tornato ad abitarci, unica presenza, rinselvatichita più della vegetazione che stava riprendendosi il terreno dove, da qualche secolo, era stata scacciata dal duro lavoro di intere generazioni di quelli che noi della piana saluzzese chiamiamo “Vitún”.   

***

Avevo incontrato questo personaggio sui settant'anni l’anno scorso quand’ero salito fin quassù per arrampicare uno strapiombo incombente sulle case della borgata.
La parete mi aveva impressionato non tanto per la difficoltà di salita quanto perché sembrava una lavagna grigia, pulita, pronta a ricevere un disegno.
Il vedermi salire aderendo alla roccia come un ramarro lasciò indifferente il montanaro, un po’ meno il paio di bottiglie di Dolcetto che estrassi dal sacco una volta sceso; di suo lui mise del formaggio e una gran voglia arretrata di conversare, o meglio, di raccontare.
Mi rivelò di essere tornato dov’era nato appena smesso di lavorare, dopo aver faticato in giro per il mondo quando era giovane e nella piana del saluzzese negli ultimi tempi.  
Con la minima pensione non era voluto rimanere in città e pur sentendosi più dignitoso, quassù se la passava piuttosto magra e per di più, ogni tanto, si sentiva disperatamente perduto.

Non ricordo come decidemmo di interdire a chiunque di scalare la placca e di pitturarci sopra una gigantesca cartina dell’Europa con segnati i posti dove lui aveva vissuto lavorando, ma fu certamente alla fine della seconda e ultima bottiglia.
Il mio nuovo amico aveva un mucchio di latte di vernice comprate per la casa e mai usate per sopravvenuta apatia; adesso avrebbe spennellato per qualcosa di meno banale, per un monumento a se stesso in vita, qualcosa di inutilmente bello, di artistico.
La settimana seguente tornai con un disegno di un metro per due; lo montammo verticalmente su un telaio di fronte allo strapiombo, a 50 metri e lo proteggemmo con una tettoia di frasche.
Questa volta portai quattro bottiglie; alla terza Toni si permise di domandarmi come avremmo fatto a riprodurre il disegno dieci volte più grande sulla parete e io alla quarta trovai il coraggio di esporgli il piano che ancora un paio di bicchieri prima mi sembrava piuttosto pazzerello.

Saltammo un fine settimana e finalmente risalimmo la mulattiera con un motocoltivatore stracarico di attrezzatura da montagna, dei pennelli e un cavalletto da fotografo con sopra montata la mia più bizzarra invenzione, il cuore dell’impresa, perché proprio così vivevamo il momento: come un epopea.
Piazzammo il trespolo a un metro e mezzo dal disegno; imperniato al posto della fotocamera ci avevo messo uno specchietto solidale a una leva telescopica che arrivava a tastare tutte le parti del modello grafico.
Potevamo lavorare soltanto di mattino quando lo specchietto poteva raccogliere il sole e la parete era in ombra di modo che potesse rivelare il riflesso proiettato su di essa, ma purtroppo la traccia era troppo larga e tenue; sostituii lo specchio piano con una parabola ricavata da un vecchio fanale, risolvendo il problema, ma perdendo un altra settimana. 
Finalmente mi trovavo appeso sulla parete liscia e scivolosa con un baracchino di vernice appeso all'imbracatura, un pennellino tra i denti come un Tigrotto della Malesia e molti dubbi sulla salute mentale di uno appena entrato negli “anta” e di un altro già inoltratovisi da parecchio.
Il trucco é semplice a dirsi: Toni tastava il modello con l’estremità della leva e io seguivo il segnale luminoso concentrato sulla parete dalla parabola spennellandovi sopra.
La fatica di manovrare funi e carrucole per sostenermi era tremenda ma non potevo chiedere aiuto a nessuno finché non avessi compiuto almeno metà dell’opera di tracciatura del contorno degli stati e il mio socio pretendeva anche montagne e fiumi!

La terza settimana due ragazzi ben messi, le prime persone che incontravamo lassù, ci fecero notare che la pioggia avrebbe ben presto cancellato la nostra fatica; allora Toni si lanciò in una lezione di meteorologia locale e chiarì che il vento non avrebbe permesso alle gocce di profanare l’opera.
Da parte mia li convinsi a togliere le imbracature dallo zaino e di darci una mano; con divertimento i due ci aiutarono a finire la tracciatura.
Adesso Parigi aveva la sua Senna, Saluzzo il Po e Colonia il suo Reno; per fortuna che il vecchio non era mai stato in America!
L’estate stava andandosene con dignità senza innaffiare la vendemmia e lasciando questa disgraziata eventualità all’autunno; forse avremmo fatto un buon bicchiere per l’anno a venire quando sarei tornato a rivedere “l’Europa Sudata”; così avevamo battezzato l’opera ormai compiuta.
Era raffigurata tutta la parte sud occidentale, Inghilterra inclusa e a est avevamo esteso il muro di Berlino dal confine polacco fino alla Jugoslavia seguendo una fessura straordinariamente fedele alla carta.
Nessun'altra frontiera entro il disegno perché, come diceva Toni, tutto il mondo é paese e nessuno ti chiede da dove vieni se sei disposto a fare quei lavori che nessun altro del posto è più disposto ad accettare.

Il mare era la roccia pulita, la figura era di un giallo da vecchie cucine, i fiumi di un credibile azzurro risaltavano sicuramente più puliti del reale, mentre il nord Africa lo avevamo ottenuto potando come si deve i cespugli sotto la parete.
A questo riguardo, uno dei nostri due collaboratori ci fece notare che i cespugli sarebbero presto cresciuti, perdendo i contorni e “invadendo” la parte sovrastante.
Allora il vecchio sentenziò: "Përché, a l’è gia nèn parèj ca capita ën daboun? Vénou su a pié mè post, a fée i travaj pi brut".  [perché, non é già cosi che succede davvero? Vengono su a prendere il mio posto, a fare i lavori più brutti.]
Quello che finora preso dal racconto non ho rivelato è che il vecchio diventava sempre più imprevedibile, passando sovente da un amichevole entusiasmo alla più cupa disperazione per sfociare in vere aggressioni verbali, anche verso di me.
Questo aveva allontanato i nostri improvvisati aiutanti e oggi eravamo rimasti soli a festeggiare la fine del lavoro; non potevo fare a meno di stappare qualche bottiglia anche se, come un animale, presagivo la tempesta che si sarebbe scatenata su quel posto da lupi.

Negli anni 50 Toni aveva incontrato una cameriera spagnola a Lutry in Svizzera e adesso che se lo era ricordato pretendeva anche il Lago di Ginevra sul quale portava la bella alla domenica; mi fece intendere che avrei dovuto pitturarglielo subito.
A parte la stanchezza non avevo nessuna intenzione di assecondare ogni suo capriccio; proposi di fare alla messicana: mañana!
Prese a mugugnare e insistette ancora mentre io cercavo di ignorare la cosa. Invece di calmarlo questo mio atteggiamento gli fece saltare i fusibili e lo spinse dapprima a minacciare me in Occitano per estendere poi le minacce a tutto il mondo; infine si diresse decisamente verso la base della parete con baracchino e pennello.
Il vecchio, nonostante la notevole zavorra liquida in corpo, salì come un gatto una scala che arrivava appena alla Sicilia e, prima che me ne rendessi conto, era già caduto sopra un sasso ai piedi della parete spaccandosi la testa in due, in due parti come la nostra Europa di allora.
Ridiventai lucido in un attimo; quando constatai che c’era rimasto reagii con la disperazione degli impotenti: mirai alle pianure assassine e scagliai contro la parete l’ultima latta di vernice azzurra che esplose al centro imbrattandola.

***

Ora sono sotto allo strapiombo, la vernice non servirà; come diceva Toni le intemperie non hanno minimamente intaccato l’opera.
Mi avvicino zigzagando per godermela da tutti i punti di vista e soltanto quando ci sono abbastanza vicino “vedo”.
Quello di cui mi accorgo soltanto adesso è fantastico: nel punto in cui un anno prima impattò la latta c’è ora una bocca azzurra!
É una bocca aperta in un sorriso con il taglio delle labbra più basso verso il lato francese mentre il resto sta tutto all’interno della Svizzera.
È l’omaggio postumo di un’Europa delle pianure al montanaro sradicato che l’ha percorsa sudando in su e in giù: quello è il suo Lago di Ginevra!  
File aggiornato nel Novembre 2004.

                           Bruno Giuliano