Opinioni: Mario Luzi, vero talento poetico, di Rossana Tinelli

Mario Luzi è stato un grande poeta italiano, uno dei pochi a essere stato chiamato a scrivere le meditazioni per la Via Crucis da Papa Giovanni Paolo II per il Venerdì Santo, al Colosseo. Un tale incarico non era mai stato dato ad un poeta. Nella secolare storia della chiesa i Papi sono stati committenti di artisti, architetti, di musicisti, ma forse questa è stata l’unica volta che un Papa ha commissionato delle liriche ad un poeta.

Mario Luzi era un laico che ha meditato e scritto sul cristianesimo; non era un uomo di chiesa, ma ha evidenziato il rapporto profondo che lega l'uomo al Cristo, nel monologo incessante che ambedue rivolgono al Padre, nel dibattersi tra la natura umana e il divino, nella ricerca spasmodica del significato del dolore e del perché della sofferenza. Forse in Vaticano avranno letto L'opera poetica di Mario Luzi nei Meridiani Mondadori e leggendo i versi del poeta si saranno accorti che le sue poesie si fanno preghiera quando ricerca un Dio fraterno che gli risponda con la voce interiore dell'anima.

Per Luzi il Cristianesimo è nel Cristo, in questa divinità che si è messa sul piano degli uomini, in questa divinità che è emissaria di bontà, che non è più il Dio biblico del Vecchio Testamento, il Dio paterno che regola la vita del suo popolo, ma è un Dio che scende nella vita individuale dell'uomo, dell'uomo che ascolta l'aria, i suoni, i silenzi in cui sono intessute le parole, la vita quotidiana di un uomo che diventa in questo caso "poeta".

Mario Luzi aveva dentro di sé la costanza della poesia, la frequentazione dei versi, nel più che sessantennale percorso lirico. Egli ha contribuito con argomenti sostanziosi alla fisionomia di un secolo, essendo nato nel 1914 in una frazione di Sesto Fiorentino, portando un contributo non solo all'ermetismo, ma ad altre inquietudini sperimentali come l'avanguardia, e le sue nuove opere affrontano problemi morali di drammatica attualità.

Percorrendo il cammino poetico di Luzi dal suo primo libro di poesie, La barca del 1935, fino al Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini del 1994, si ha la sensazione che sebbene divergano nell'intonazione e nel ritmo, i due estremi cronologici appaiano legati da un filo sottile di coerenza:

O fresca, scoscesa tortora
che distendi i tuoi tersi domini
per la pianura
mietuta di folte arene
solari, cerca tu in quali opache
profondità l'amore
abbia perduto i suoi passi"

così si leggeva nell'avvio de La Barca e mezzo secolo dopo nel citato Viaggio...

"Scivola giù, sfrascando
lei furtivamente,
oglia moribonda,
si congeda dalle altre.
Un poco ne patiscono il distacco,
un poco si ritemprano
nel verde e nel vigore, esse, 
battute dai contrari sensi
del mondo, soggiogate
dal suo inesauribile tormento…"

Accostando quindi le due prove poetiche si evince come Luzi durante la sua vicenda creativa si è affidato a folgoranti testi brevi, in una tessitura che permette una coesistenza di narratività; sono opere nelle quali il senso dell'enorme fluire esistenziale, dell'eterna "metamorfosi", giunge alla vera sapienza come quella naturale, animale che sa di "non sapere".

Il pensiero e le meditazioni del poeta sembrano ovunque e danno la sensazione che ci sia un respiro affannato e che la brevità permette di entrare in un "territorio che non ha parametri, quindi che non ha limiti", territorio ove si percepisce "il canto dell'universo", e la poesia che traduce il " richiamo" come di fronte al tempo:

"S'accorge il tempo
della sua furtività, tradisce
un soprassalto l'uomo.
Tempo, l'uomo, 
che s'allarma
dentro il tempo fermo 
insediato nella sua durata,
immobile nel suo trascorrimento…"

oppure di fronte all'amore:

"Rimani dove sei, ti prego,
così come ti vedo,
non ritirarti da quella tua immagine,
non inviolarti ai fermi
lineamenti che ti ho dato
io, solo per obbedienza.
Non lasciare deserti i miei giardini
d'azzurro, di turchese
d'oro, di variopinte lacche
dove ti sei insediata
e offerta alla pittura
e all'adorazione
non farne una derelitta plaga,
primavera da cui manchi
mancando così l'anima
il fuoco, lo spirito del mondo.
Non fare che la mia opera
ricada su se medesimo
diventi vaniloquio, colpa"

Il carattere della poesia di Luzi è assorto, meditativo; si colgono delle atmosfere purgatoriali dove appaiono, con straordinari effetti figurativi, umili presenze imprigionate entro orizzonti chiusi, dentro una " cupa eternità animale".
Si tratta di una vicenda comune in cui il dolore, cristianamente, è prova e valore dell'esistere. Forse per la tendenza a un'esposizione drammatica della parola, dove la parola usa lo spazio della pagina come uno spazio scenico entro cui disporsi come movimento, e la sua stessa produzione teatrale che per Mario Luzi è una derivazione della poesia con i drammi Ipazia (1972), Rosales (1984), Histre (1986), tutto ciò ha spinto il Vaticano a dare l'incarico al grande poeta italiano di mettere in scena la passione di Cristo.

Luzi darà sicuramente un'immagine e un exemplum del valore divino di Cristo poiché era l'unico poeta laico che è stato in grado in questo fine millennio di trovare le parole giuste e " fatali" per tentare un dialogo con Dio. Il poeta viveva a Firenze, dove da qualche anno aveva cessato l'insegnamento di letteratura francese e in una sua ultima intervista aveva dichiarato: "Ho imbrattato parecchia carta nella mia vita, e non mi sono impegnato a non scrivere più".
Si potrebbe dire a questo punto che l'assillo di quest'arte ne ha fatto un "mestiere" continuamente perfettibile e che giustamente poteva meritare un premio Nobel.

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