Nuovi Autori: Giovanni Nebuloni

Dio a perdere di GIOVANNI NEBULONI
Edizioni Prospettiva, Collana Il Foglio 54, 2011, Euro 12,00

Dalla prefazione di Michele Guendalini:

Il nuovo stile
Nel panorama letterario italiano, la ricerca sulla parola quasi non esiste e nell’allucinante e colpevole calma piatta, critici avveduti e lettori appassionati lamentano da decenni l’assenza di originalità nella trama e nello stile. Si è scritto “Dopo Sciascia e Calvino: il vuoto” ed è come se, dagli autori nostrani, la fantasia fosse bandita o irraggiungibile. Il novantanove per cento dei romanzi e dei racconti italiani sugli scaffali di librerie e supermercati sono fatti con lo stampino. Sono di maniera, esprimono banalità e il ritmo irritante, le costruzioni sintattiche stereotipate, i costrutti e i registri singhiozzanti e afoni di questi artefatti in formato cartaceo o elettronico sono molto simili. Sembra si tratti di surrogati l’uno dell’altro o copie adulterate e, non da ultimo, razzolano nel cortile di casa e mancano totalmente del respiro internazionale che nel villaggio globale è essenziale.

Chi s’azzarda a uscire dal seminato e a cantare fuori dal coro, viene semplicemente ignorato con una compiaciuta viltà crudele. Perché le stucchevoli cariatidi mummificate dall’establishment sanno bene che un’opera innovativa potrebbe configurarsi come una tempesta che mettendo a nudo la pochezza di certa insulsa editoria italiana, sconvolgerebbe il quieto tran tran di pennivendoli, incancreniti uomini nell’ombra e scrittorucoli prezzolati.
A seguito di La polvere eterna, Il disco di Nebra e Fiume di luce – romanzi richiedibili in qualsiasi libreria e disponibili su Internet – dobbiamo pertanto accogliere con estremo piacere, entusiasmo e interesse il dirompente Dio a perdere.
Con il quarto romanzo, Giovanni Nebuloni – un pioniere di un cambiamento di rotta e mai dimentico che siamo circondati dalle immagini – prosegue nel saputo avvicinamento artistico del linguaggio letterario al linguaggio cinematografico, tout-court. Anche qui, i personaggi vivono realmente e più che mai si possono toccare. Le battute sono splendide e vere e lo stile è realmente differente, di rottura, pur risultando scorrevolissimo, esaltante e immediatamente comprensibile. La lingua derivata da Dante Alighieri in queste pagine si sposa con la grinta, la durezza, la vivacità e i coup de théâtre dei migliori film d’azione hollywoodiani.
Come i tre romanzi precedenti e di cui sopra, noi definiamo Dio a perdere un action-thriller. Così compiuta, Dio a perdere rappresenta un’espressione del tutto nuova sulla scena italiana e leggendola, c’era sorta spontanea una domanda: attualmente, chi è il più grande romanziere italiano?
Con l’accettazione della stesura di questa breve introduzione, noi abbiamo già risposto.

La trama
La vicenda di Dio a perdere si snoda nell’arco di due settimane, da giovedì 26 giugno a lunedì 8 luglio. Come in una creazione di Roman Polanski, Clint Eastwood, Oliver Stone o della serie 007, l’incipit getta da subito il lettore nel vivo della storia.
Daniele Calefi, un professore di Mineralogia all’Università di Milano Bicocca, è anche un agente dell’Aisi, l’Agenzia italiana per le Informazioni e la Sicurezza Interna ed è sorvegliato da tempo dai colleghi dell’Aisi e dalla Cia perché sospettato di connivenza con organizzazioni segrete musulmane.
La notte del 9 luglio, Calefi viene avvicinato da alcune donne arabe che affermano di tendere ad essere jann, cioè “entità soprannaturali e intermedie fra angeli ed esseri umani, gli jann erano stati creati da Allah dopo gli angeli, prima di Adamo e dal più puro dei fuochi. Il fuoco d’un vento bruciante, una fiamma senza fumo, un fuoco ardentissimo. Avevano la facoltà di muoversi con una velocità straordinaria e potevano procreare. Si nutrivano come esseri umani. Erano assimilabili all’elfo, al genio della letteratura fiabesca occidentale o allo spirito magico della lampada di Aladino e lo stesso Profeta Maometto aveva asserito che, chiunque avesse visto Lui in sogno, avrebbe visto jann”.

Le jann convincono il professore a seguirle, gli ricordano la sua vita passata e l’informano che potrebbe essere il tanto atteso, dalla comunità sciita, Tredicesimo Imam, “il Mahdi, il Maestro del Mondo, l’Imam degli Iman, l’Imam del tempo, il Signore dell’era presente”. Le jann gli preannunciano inoltre un terremoto sulla montagna dove il professore è solito recarsi: il Pizzo Alto in Valsassina. Sul Pizzo Alto verrà scoperta una caverna di uomini dell’età della pietra in cui sono presenti batteri esiziali, plasmodi che fanno gola alla Cia come una potenziale arma batteriologica…
Di più, ovviamente, non possiamo anticipare.
Basti evidenziare che l’idea fondante di Dio a perdere, come scrive l’autore è che “con il credere, in coscienza o no, di avvicinarsi a Dio, lo stesso uomo diventa e si fa dio. Un dio che si riduce a una sorta di variabile matematica. Un cassetto con l’etichetta Dio contenente l’uomo che pensa a dio, una religione qualsiasi o anche una carriera o un amore. Dio come un involucro che aveva contenuto qualcosa di cui si era fatto uso. Un dio come un vuoto a perdere”.

La filosofia di Nebuloni
Nel corso dell’evoluzione della vita sulla terra, l’uomo non si sarebbe distinto tanto se, contemporaneamente all’hardware, cioè il cervello, non avesse sviluppato il software della comunicazione. Dapprima soltanto verbale, grazie a più raffinati scambi e acquisizioni di dati, il suo linguaggio gli consentì di comporre informazioni, di crescere e apprendere. Su questa base, con la successiva introduzione della sempre più sofisticata scrittura, oltrepassò l’effimero della parola pronunciata, fissando così, per un determinato tempo, le idee e le emozioni. Si trattava di un’espressione che, dovendo stare al passo con il progresso più cerebrale che corporeo del proprio essere, gli era divenuta imprescindibile e comunque, per coloro che vennero dopo, non fu più necessario vivere un’esperienza per conoscerla.
Ecco, con modalità naturali e chiare e in tutta onestà, una persona che ha storie da raccontare tramite la scrittura, un narratore del XXI secolo – come del resto, per esempio, fece già Poe nell’Ottocento – deve indossare le vesti strette e rigorose del filosofo e tendere a espandere la comprensione dell’umanità in generale. Questo è ciò che fa Nebuloni e noi lo intendiamo come una “fact-finding writing”, una scrittura conoscitiva. Una volta che si conoscesse davvero se stessi, se si potesse quindi rispondere razionalmente alla domanda “Perché siamo qui”, non si avrebbe infatti fra le mani anche il segreto dell'universo?

Giovanni Nebuloni vive e lavora a Milano. È traduttore da varie lingue e collabora con diverse riviste. Dopo La polvere eterna nel 2007, Il disco di Nebra e Fiume di luce nel 2008, Dio a perdere è il suo quarto romanzo pubblicato.

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