SPECCHIO MAGICO
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Nuovi Autori: Giovanni Nebuloni
La polvere
eterna di GIOVANNI NEBULONI
Edizioni LucidaMente, collana La Scacchiera di Babele
2007, Pagine 226, Euro 16,00
Copertina di Matteo Scanavini, Introduzione di Rino Tripodi
La vacanza in Alta Engadina di una giovane coppia, la romena Diana e il marito Giorgio, giornalista del Corriere della Sera, viene turbata dalla loro scoperta sul Bernina del cadavere di un uomo, un ebreo di nome Saul Veil, cui la donna sottrae ciò che sembra una comune scheda telefonica...
Un romanzo
d’azione, una
coppia in fuga, forse
un presentimento del
mondo che ci attende.
Senza un attimo di respiro: il tumultuoso pianeta di Giovanni Nebuloni.
Questo il titolo dell’Introduzione di Rino Tripodi - che riportiamo di
seguito per intero - a La polvere eterna di Giovanni
Nebuloni, romanzo in cui avventura, fantapolitica, esoterismo, spy story,
si combinano in una miscela affascinante e chiaroscurale, composta da
fulminei colpi di scena e da sorprendenti stratificazioni narrative
all’interno delle quali si collocano ambienti tentacolari e si muovono
personaggi sfuggenti.
Il giallo, l’horror, persino la fantascienza, hanno alfine - ma non da
molti anni e con tempi diversi - trovato spazio e accoglienza nel nostro
Paese, sia con la produzione straniera, sia con quella, abbastanza
recente, degli scrittori italiani.
I successi - tanto per fare qualche nome - del commissario Montalbano di
Camilleri, di Dylan Dog di Sclavi, di Heymerich di Evangelisti, dimostrano
che abbiamo accolto i generi letterari citati all’inizio, sia come
“fruitori”, sia come “produttori”. Del resto, in un passato più o
meno recente, alcuni, come Sciascia ed Eco, hanno anche tentato di rendere
una certa loro produzione, allo stesso tempo, letteratura, opera
commerciale, ricerca.
Le sfaccettature di
un genere ibrido
Un’altra tipologia letteraria “di consumo”, molto popolare nel mondo
anglosassone, ma che fatica a trovare autori in Italia, è quel genere un
po’ misto, tra romanzo d’azione, d’avventura, di spionaggio, di
fantapolitica, di intrighi internazionali, con l’aggiunta di esoterismo,
esotismi - e magari erotismo -, il tutto incastonato nelle meraviglie
delle più straordinarie innovazioni tecnologiche, che trova il suo padre
putativo nello 007 di Fleming e i suoi figliocci e nipotini in Crichton,
Cussler, Clancy, fino al famigerato Il codice da Vinci di Dan Brown. Ad accettare la sfida,
prova il milanese Giovanni Nebuloni, col romanzo che vado introducendo.
La polvere eterna, in effetti, presenta tutti gli ingredienti del genere:
dagli aspetti macronarrativi dell’azione frenetica, del complotto
internazionale, della minaccia terroristica, delle “leggende”
religioso-esoteriche, delle tecnologie - con approfondite conoscenze
informatiche, telematiche, ingegneristiche, chimiche -, ai topoi
micronarrativi, quali l’eliminazione spietata e sadica di “chi
sbaglia”, la spettacolarità degli attentati, gli enigmi a chiave, gli
spunti ironici, la cattura con proiettili narcotizzanti, gli inseguimenti
in auto, gli elicotteri in volo, gli imprigionamenti e le liberazioni dei
personaggi, le azioni aeree… Una sorta di ingranaggio ben oliato,
costituito da reti e snodi, da scintille lampeggianti e da serpeggianti,
illusorie, eccentriche deviazioni, da strozzature allarmanti e
imponderabili e da lampi che forano il buio, fino all’accecante
rivelazione finale.
Le innovazioni di
Nebuloni
In Nebuloni, però, coinvolta nella effervescente trama e
nell’avventura, viene a trovarsi non un agente dai poteri e dalle armi
quasi da supereroe, ma una coppia “normale”, consueta ormai
nell’orizzonte sociale italiano, costituita da un giornalista milanese e
da una bella rumena. Anche
lo spazio narrativo, se si guarda bene, a paragone dei continui cambi di
scena di altre opere dello stesso genere, dislocati in paradisi esotici e
mete - almeno un tempo - privilegio di pochi, è estremamente concentrato
in un quadrato i cui lati sono Svizzera-Vaduz-Milano-Provenza. Se ne La
polvere eterna vi è la coscienza, come in poche altre opere, della
globalizzazione - il mondo di Nebuloni è già globalizzato -, altrettanto
vivo è l’amore per i luoghi vicini, conosciuti, prediletti, che sovente
vengono descritti con cura. Del
resto, è questa una delle caratteristiche, apparentemente
contraddittorie, del nostro “nuovo ordine mondiale”: da un lato uomini
e merci si spostano vorticosamente come non mai, dall’altro si assiste
al recupero del proprio milieu, in forme talvolta legittime, come
antiomologazione e difesa identitaria - anche di cibi, tradizioni, cultura
-, altre volte con modalità meschine, egoistiche e particolaristiche o
retrograde.
Pure dal punto di vista formale-narrativo, l’autore va alla ricerca di
nuove strade, con l’uso del dialogo spesso intercalato all’azione e,
quindi, con qualche licenza rispetto alle norme della riproduzione, anche
tipografica, del discorso diretto.
Altra originalità, i riferimenti alla cultura “alta”: le citazioni da
Shakespeare che introducono ogni capitolo, la lunga dissertazione su
Durrell e le sue opere, il riferimento al film La tragedia di Pizzo Palù…
Per non dire della palpitante ricerca spirituale del divino, presente
ovunque nel libro, con considerazioni “teologiche” come la seguente:
«[…] per l’ennesima volta si era chiesto “chi è Dio”. Questa volta la risposta gli era giunta immediata: “Cristo è il Tempo, il Padre è lo Spazio, lo Spirito Santo è l’Energia che correla il Tempo allo Spazio”. Tempo, Spazio ed Energia in senso assoluto, intesi come formule matematiche, come astrazioni, le regole ultime e prime che definivano, che informavano, che regolavano, che facevano girare il mondo. […] [Einstein] era arrivato vicino alla formulazione definitiva di Dio, proprio con la formula “E=mc2”. Se alla “E” si sostituiva lo Spirito Santo, alla “m” il Padre, se alla velocità della luce - gli sembrava che non importasse che fosse o no al quadrato -, se alla “c” si sostituiva Gesù Cristo, ecco: «Il cerchio quadra». Tutto, così, si poteva spiegare. Con metafora informatica, la Santissima Trinità poteva costituire un ambiente, o L’Ambiente, di programmazione, creazione, preesistente alla programmazione, alla creazione stessa».
Femmine dominanti…
Riprendendo il discorso sulla coppia protagonista e senza anticipare nulla
delle sorprese del libro, c’è da annotare, però, che, dei due, è la
donna ad assumere sempre più il ruolo di personaggio principale: Diana,
bella rumena, ha un vissuto biografico e una personalità ben più
“vivaci” rispetto a quelle del “povero” Giorgio, suo compagno di
vita e di avventura. Ma
pure gli altri personaggi femminili del romanzo appaiono “dominanti” e
più interessanti rispetto ai personaggi maschili. Dalla glaciale Tania
alla superagente Jasmine, dalla sensitiva Sofia a Constance, matura,
quanto sensuale e disponibile a una sessualità senza preamboli… Segno
dei tempi, che, almeno nell’Occidente, vedono la donna assumere ruoli e
atteggiamenti “virili”, con l’aggiunta di una disinvolta aggressività
e spietatezza postfemminista. Eppure, ne La polvere eterna, esse non
tendono a trasformarsi del tutto in figure androgine o scaturite da
un’eccitata fantasia sadomasochista.
Il personaggio forse più bello e originale, e al contempo inquietante,
del romanzo è, infatti, Fatima, donna rapita, “imprigionata” per
l’eternità nel suo burka, che diventa un immenso universo interiore e
immaginativo, territorio di buio, di deriva, di orrore psicotico, penombra
di follia attraversata da mormorii, fruscii e fiati di voci, amaro
controcanto a una vita spezzata:
«[…] all’unica domanda che le accadeva di rivolgere a se stessa, e non alle voci, cioè “Perché credi alle voci?”, si rispondeva: “Tutte le donne devono portare il velo, il burka; il Corano dispone infatti che tutte le donne debbano coprirsi di veli il capo ed entrambi i seni e che non debbano far mostra di ornamenti femminili, se non ai mariti. Per una donna senza marito, che non si è mai sposata, cos’è il burka, se non una casa, un giardino, una città, dove, grazie alle voci dentro, lei non è mai sola”. […]
“Quanti soli!”.
“Quante donne sole sotto a un burka”.
“Quante donne sole sotto a un burka, vero com’è vero Dio!”».
Fatima, «che scivolava fra gli uomini come un fazzoletto di nebbia», si toglierà alfine il suo terribile abito e rivelerà conoscenze linguistiche inaspettate. Una forte e solidale denuncia, quella di Nebuloni, che proietta la propria sensibile immaginazione entro quella assurda prigione. È molto femminile Diana, coi suoi pupazzi e quando - più volte nel corso del romanzo - desidera fortemente la maternità:
«Le mancava l’aria e cercò di respirare profondamente, ricordando di avere un grembo liscio e armonioso, perfetto se non fosse stato una porta sul vuoto. Non avevano ancora un figlio e non erano sterili, non avevano difetti. Tuttavia qualcosa non funzionava. Non era ancora incinta e desiderava avere un bimbo come il pane e l’aria».
Pure nei confronti dei bambini Nebuloni assume un atteggiamento sensibile e dolce. Verso il terrorismo - anche quello “economico”-, invece, il narratore è severissimo e il seguente passo diventa un simbolo dell’aggressività del fanatismo islamico, e, quindi, delle nostre paure, dominate da orizzonti tetri e magmatici:
«In prossimità della Pietra, sentii sorgere davanti ai miei occhi come una paratia di cristallo che mi parve visibile. Mi dicevo che era impossibile andare avanti e che era ovvio che non potessi procedere perché, con la Pietra a pochi metri, non si poteva proseguire, non oltre la Pietra, un punto assolutamente fermo al di là del quale c’è il nulla e il tutto. Mi chiesi: io vorrei andare oltre la pietra? Quella lastra di cristallo si piegò allora su di me e iniziò a opprimermi e a schiacciarmi».
Le intuizioni
epifaniche della letteratura
La polvere eterna si presenta, in conclusione, come un
unicum nel panorama narrativo italiano. Se,
per dichiarazione dello stesso autore, il libro vuole essere, parafrasando
un vecchio slogan legato alla sua città - Milano -, «un romanzo da bere»
e «che si legge come se si vedesse un film», vale a dire facilmente
fruibile, coinvolgente e “commerciale”, non mancano, come abbiamo
visto, le sperimentazioni linguistico-narrative, le innovazioni
all’interno del genere stesso, la creazione di personaggi originali.
Infine, sarà pur vero che spesso la realtà, come recita la famosa
sintesi di Mino Milani, è più romanzesca della fiction: la caduta dei
regimi comunisti del tra il 1989 e il 1991 e il tremendo attentato alle
Twin Towers dell’11 settembre 2001 lo hanno dimostrato, mortificando,
anzi svergognando, gli analisti della politica internazionale. Tuttavia,
ancor più spesso la letteratura è stata in grado di prevedere gli
scenari del reale di più e meglio della politologia. C’è
dunque da sperare che il mondo immaginato da Nebuloni - dominato da
potentati economici, da terroristi, da personaggi che attribuiscono scarso
valore all’individuo e alla vita umana, da tumulti incontrollabili e
stordenti - resti appunto solo fantastico. E, pertanto, concludiamo,
rivolgendoci al lettore con una citazione di Leopardi: «Stagion lieta
è cotesta. | Altro dirti non vo’; ma la tua festa | ch’anco tardi a
venir non ti sia grave».
Recensione a cura di Claudia Mancuso.
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