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MELENCOLIA (SECONDA PARTE)
di Gaetano Barbella

La meteorite di Ensisheim
Gli abitanti di Ensisheim, un piccolo villaggio dell’Alsazia fra Bale e Colmar, verso mezzogiorno del 7 Novembre 1492 (il 17 secondo il calendario gregoriano) furono testimoni di un avvenimento considerato soprannaturale, la caduta di una grossa pietra (1) del peso di 127 kg in un campo di grano vicino al villaggio, preceduta da un terribile tuono e accompagnata da un fragore tale che nei villaggi circostanti si pensò ad una scossa di terremoto. 


Le cronache dell’epoca e in particolare la Cronaca di Lucerna di Diebold Schilling del 1513 racconta che il boato udito al passaggio del meteorite risvegliò gli abitanti di Lucerna. Il fatto straordinario muove le coscienze, si parla di miracolo e di volontà divina e i curiosi che si recano sul luogo dell’impatto iniziano immediatamente a staccarne delle “reliquie”. Solo l’intervento del magistrato capo di Ensisheim impedisce che la meteorite venga fatta a pezzi.
Uno dei più completi resoconti del fatto risale al sedicesimo secolo ed è conservato nella biblioteca di Strasburgo. Purtroppo non reca la data ma è comunque interessante leggerne il contenuto: 

Nell’anno di grazia 1492 il mercoledì prima di S. Martino, il settimo giorno di novembre si produsse uno strano miracolo. Tra la undicesima e la dodicesima ora del giorno, un gran tuono seguito da un lungo frastuono furono uditi molto lontano intorno, poi una pietra di centosettanta libbre cadde dal cielo nel territorio di Ensisheim. Ed il colpo fu più potente intorno che qui. Un giovane ragazzo la vide cadere in un campo di grano verso il bosco situato verso il Rhin e l’Ill, nei pressi di Gissgang, e questo accadde senza fare del male al ragazzo. Quando il consiglio ne fu informato, si recò sul posto dove già molti pezzi erano stati staccati al punto che il podestà poi lo vietò. Si provvide a portare la pietra nella Chiesa dove si doveva custodire come qualcosa di meraviglioso e molta gente venne da tutte le parti per vederla e si raccontano anche molte cose curiose a proposito di questa pietra. I sapienti dicevano di non sapere neppure loro di che cosa si trattasse, e che una tale pietra caduta dal cielo era qualcosa di soprannaturale. Si trattava sicuramente di un tale segno divino del quale prima di allora non si era mai visto, letto, o scritto qualche cosa di simile. Quando la pietra fu trovata, si trovava ad un metro di profondità nel suolo, così come Dio aveva voluto che la si trovasse. E se il rumore fu così grande da essere sentito fino a Lucerna ed a Villingen, in certi villaggi fu udito così forte che la gente credette che le loro case stessero crollando”.

Ma il documento che ha reso popolare la notizia della caduta della meteorite è una lettera di Sèbastian Brandt, professore di Diritto all’università di Bale, il quale pubblicava regolarmente un editoriale politico sotto forma di lettera aperta. La caduta del meteorite di Ensisheim fu l’occasione buona per questo editorialista di collegare l’evento a un segno divino mandato dal cielo, grazie al quale egli cercò di influenzare il principe regnante Massimiliano d’Austria a dichiarare guerra ai francesi. Infatti in quell’epoca questioni di alleanze e rivendicazioni territoriali opponevano il re di Francia Carlo VIII all’imperatore Massimiliano. 

Nell'immagine a lato,
ritratto di Massimiliano I, 1519. Norimberga, Germanisches Nationalmuseum

Sembra proprio che la lettera del professore Brandt abbia dato i suoi frutti, in quanto l’imperatore passò con le sue truppe presso Ensisheim in 26 novembre 1492 (durante le fasi preliminari della campagna contro i francesi), prelevò due pezzi della pietra e quindi ordinò agli abitanti di sospendere la pietra nel coro della Chiesa di Ensisheim ove rimase per molti secoli, fino alla rivoluzione francese. Presagio divino o meno, in effetti la guerra contro il re di Francia Carlo VIII ebbe esito positivo e le due parti sottoscrissero il trattato di Senlis (23 maggio 1493), in cui Massimiliano si riprese, oltre alla figlia, promessa in sposa al re di Francia, anche le province di Artois, Charolais e la France-Comtè.

La meteorite rimase sospesa, al sicuro, per molti secoli nel coro della Chiesa di Ensisheim, fino a quando nel III anno della rivoluzione francese, venne posta sotto sequestro come bene ecclesiastico, rimossa dai sostegni metallici del coro e collocata nel museo di Colmar. Nel 1800 un chimico francese analizzò la meteorite e concluse erroneamente che si trattava semplicemente di una pietra ferrosa proveniente dai vicini Vosgi. Finalmente nel 1803, anno in cui a L’Aigle, in Francia, avviene una pioggia di meteoriti e Jean-Baptiste Biot pubblica un rapporto dove conferma che quei pezzi di pietra provenivano dallo spazio, altri tre chimici analizzarono la “pietra caduta dal cielo” concludendo, indipendentemente, che si trattava di una meteorite.
Nel 1804 venne restituita alla cittadina di Ensisheim dopo ulteriori prelievi di frammenti (uno al museo di Colmar e uno di 10 kg. al museo di Parigi) per cui il peso della meteorite si ridusse a 55 kg; venne ricollocata nel coro della Chiesa antica senza effettuare alla struttura dell’edificio alcun lavoro di manutenzione edilizia e il 6 Novembre 1854, esattamente 362 anni dopo la caduta del meteorite, cadde il campanile della Chiesa! A quel punto la pietra di provenienza extraterrestre venne collocata nella scuola e in un secondo tempo nel Municipio; ora costituisce il pezzo forte del Museo della Reggenza, ospitato nell’antico “Palais de la Règence” a Ensisheim, meta obbligatoria per gli amatori di meteoriti.

Gli studi effettuati hanno rilevato che la meteorite è una Chondrite Amphoterite del tipo LL6 cioè a basso contenuto di ferro, composta da olivina e pirosseni. Molti pezzi si trovano sparsi in giro per il mondo come a Parigi, Berlino, Washington, Vienna, Budapest, Londra e altri paesi. Molti pezzi si trovano anche in mano ai vari collezionisti di meteoriti, me compreso. La meteorite di Ensisheim costituisce il primo ritrovamento del quale si abbiano notizie scritte nel mondo occidentale, e gode del primato di essere stata l’unica meteorite ad aver suscitato un continuo interesse per ben 500 anni. 
Matteo Chinellato.

 

Spesso è colpa del sale se ti svegli con le mani gonfie (2)
Ecco un altro articolo che mi ha permesso di spiegare un particolare della donna alata di Melencolia I che mi è parso anomalo e mi ha insospettito. A fine articolo ne seguirà un altro preso a prestito che metterà in luce in modo determinante il personaggio in questione.

Ancora nel letto, svegliandosi al mattino, può capitare di sentire le mani più gonfie del normale e avvertire un ben preciso senso di fastidio. Se una cosa di questo genere capita solo ogni tanto, non c’è da preoccuparsi. Ma molte persone, in buona salute, si svegliano quasi tutte le mattine con le mani un po’ gonfie ed è giusto allora domandarsene il motivo e cercare delle soluzioni sensate. Le cause più importanti sono un eccesso di sale nell’organismo, oppure la presenza di uno stato infiammatorio persistente e di lieve entità come quello provocato da una intolleranza alimentare. Quando c’è troppo sale in giro, l’organismo “butta acqua” per diluirlo, e quando c’è un’infiammazione l’acqua serve invece per “spegnere” il surriscaldamento causato dall’intolleranza. Usando il buonsenso pratico è possibile avvicinarsi alla soluzione del problema, o talvolta anche risolverlo del tutto. La prova che chiunque può fare a casa propria è di modificare per tre giorni l’alimentazione del pomeriggio e della sera in modo da evitare un sovraccarico di sale. Si può ad esempio fare una merenda pomeridiana a base di frutta (l’ananas, che è diuretico, ma vanno benissimo anche le mele) e poi durante la cena mangiare uno o due piatti di pasta o di riso conditi con olio e qualche verdura saltata, accompagnati da un pinzimonio di verdure. Per almeno tre giorni vanno aboliti i cibi ad elevato contenuto di sale, cioè qualsiasi tipo di formaggio (il parmigiano compreso) o di salume e in particolare non vanno nemmeno assaggiati pane, crackers, grissini, dolci o altri prodotti da forno, né tantomeno va utilizzato il dado da brodo; il sale da tavola può, invece, essere normalmente utilizzato, magari senza eccedere, sia per condire le verdure sia per l’acqua di bollitura di pasta, riso o patate. Se in tre giorni di questi “sacrifici” pomeridiani e serali il problema delle mani gonfie si risolve, significa che c’è solo bisogno di ridurre l’eccesso di sale. Se invece la riduzione del sale non dà alcun effetto, può essere indicato approfondire il tema delle intolleranze alimentari per mezzo di test non convenzionali come il test Dria o alcuni test cellulari, e poi impostare un adeguato piano alimentare. Alcuni oligoelementi possono spesso impedire il gonfiore delle mani riattivando le normali funzioni dell’organismo. Si possono utilizzare con ottimi risultati una miscela di oxiprolinati di Manganese, Magnesio, Potassio e Cobalto, di cui prendere un cucchiaio prima di coricarsi per un periodo di un mese. 
Attilio Speciani specialista in allergologia e immunologia.

La Sophia, il sale della sapienza (3)
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.» (Matteo 5, 14)
Chiedo venia se mi permetto continuamente di far ricorso ad articoli altrui e disporli con un certo “copia e incolla” in modo sfacciato in questo saggio. Ma non vedo di meglio, per me e per i lettori che chiedono prove, fare in tal modo onde dare forza ai miei sviluppi delle correlazioni riguardanti, poiché è questo che conta per arrivare a capire l’arcano di Melencolia I.
L’articolo che segue spiega ampiamente il concetto della Vergine Maria, ovvero la Sophia, il sale della sapienza in aderenza ad un particolare riscontrato nella figura della donna alata di Melencolia I. Si tratta delle sue mani visibilmente gonfie, cosa che porta a correlarla con un peculiare vaso di sale strettamente connesso con la Santa Sophia, il “sapore” della Sapienza, giusto in aderenza al passo evangelico di Matteo 5, 14 di cui sopra. Non riporto le correlazioni della Vergine Maria con l’Alchimia, che l’autore dell’articolo ha fatto seguire a quello di seguito, intravedendo in Dürer una predisposizione per l’esoterismo del Cristianesimo.

Nel senso comune e nella visione materialista del mondo che caratterizza la nostra epoca, “l’anima” è spesso intesa come il veicolo di una “ricerca spirituale” tesa a ricercare la produzione di eventi straordinari o il possesso di poteri paranormali. Si tratta di una via rovesciata che utilizza il contatto con le “realtà sottili” per finalizzarlo al potenziamento dell’Io. Le anguste prospettive del materialismo ci hanno fatto dimenticare che l’anima è essenzialmente, come suggerisce l’etimologia del termine, da anemos, vento, un soffio interno collegato al respiro, una domanda che emerge in tutti gli esseri senzienti spingendoli a cercare un senso per le loro vite e a collegare il loro interno con l’esterno, il microcosmo al macrocosmo. Questa domanda può essere trascurata o coltivata, cosi come possiamo rimuovere dalle nostre coscienze il rapporto col dolore e con la morte oppure utilizzare queste realtà come vie di trasformazione interiore.

E’ certo che la sordità del mondo moderno nei confronti delle domande poste dall’anima ha terribili conseguenze: ognuno è occupato unicamente dal proprio destino personale e diviene incapace di scorgere i legami sottili che tengono uniti i popoli e consentono la convivenza civile tra le nazioni, si perde anche la capacità di vedere con il cuore, di scorgere il proprio cammino attraverso il labirinto dell’accadere, si diventa ciechi alla bellezza dovunque essa si manifesti in ciò che ci circonda, negli oggetti di uso comune , negli edifici in cui viviamo, nelle meraviglie che caratterizzano la Natura, nella scintilla immortale che abita ogni essere vivente. Per questo motivo molti esseri umani divengono disponibili a distruggere la bellezza in tutte le sue forme.

Uno dei simboli più potenti che costellano l’idea di anima nell’immaginario cristiano è quello della Vergine. Nel simbolismo mariano la Vergine Maria è la Ianua Coeli, la porta misteriosa che, per opera dello Spirito Santo, può trasfigurare la terra che vincola l’uomo al mondo e alla morte e introdurlo al cospetto di Dio. Questo ruolo di Mediatrice tra uomo e Dio viene svolto dalla Vergine in uno spazio puro e incorrotto, celato nel profondo dell’anima e che dell’anima costituisce l’aspetto più vitale. Ogni uomo nasconde nel cuore, secondo questa concezione, un calice che ha il potere di ricevere in sé una “sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4, 14) e che rende fertile quella parte di Terra Vergine che portiamo in noi. Per molti padri della chiesa il concepimento del Cristo è anche una allegoria di ciò che ogni uomo è chiamato a ripetere dentro di sé (citiamo, tra gli altri, Sant’Ambrogio: “Quando un’anima si converte viene chiamata Maria”… “e diviene un’anima che spiritualmente genera Cristo”, De Virginitate, 4,20 PL 16, 271 e San Giovanni Crisostomo che sostiene che ogni anima porta con se, in un grembo materno, il Cristo, De Caeco et Zachaeo, 4, PG 59, 605).

Secondo il Vecchio Testamento la morte profana è il risultato della perdita della condizione edenica, l’azione del frutto offerto da Eva ad Adamo, che spezzò l’unità tra l’interno e l’esterno dell’uomo, tra microcosmo e macrocosmo (un’interpretazione, questa, certamente avvalorata dalla lettura dello Zohar). La morte profana sarebbe dunque un fuoco che disperde e smembra , risultato ultimo dell’essersi sottomessi alla ciclicità e all’amore verso un Esterno che viene vissuto attraverso le nostre forme - pensiero e che si nutre di energie che sarebbero destinate alla nostra evoluzione interiore. La morte iniziatica, invece, consiste, all’opposto, in una reintegrazione in cui l’Amore, attivato dalla preghiera del cuore, dalla contemplazione e dal contatto col Princìpio della Vergine, è a-mors, cioè senza morte, diretto verso Maria, porta del cielo e della Sophia, della sapienza, calice destinato ad accogliere il Cristo sulla terra. In questo senso Maria è porta del Cielo anche perché collega Cielo e terra in senso inverso:è attraverso di lei che il verbo si fa carne , divenendo attivo e percepibile nel regno delle cose visibili.

E’ per il suo legame con lo Spirito Santo che Maria rappresenta la Sophia, il sale della sapienza (dice Sant’Agostino: “La verità è nata dalla Vergine Maria”, Enarrationes in Psalmos, 84, 13, PL 37, 1079), nonché la Theotokos, la Madre di Dio fondamento e origine di tutto il creato, (Prv, 8, 22-36). L’angelo, messaggero delle cose celesti, le annuncia infatti che la nascita di Cristo avverrà per mezzo dello Spirito Santo (Lc 1, 26-38) e la dichiara “benedetta tra tutte le donne”. Già nell’Antico Testamento la discesa di Dio sulla Terra per mezzo di una Vergine era stata predetta dal profeta Isaia (Is 7,14). La Vergine Maria accoglie in sé una luce che non è di questo mondo, è il mezzo perché l'invisibile divenga visibile, perché lo spazio e il tempo profani divengano sacri, perché ciò che è divino e trascendente si faccia umano. A ogni anima è stata data la possibilità di concepire il Verbo nel silenzio e nell’intimità del raccoglimento interiore. Maria rappresenta quindi quel luogo inaccessibile e misterioso, puro da ogni contagio e condizionamento, che si nasconde in ognuno di noi e che ci rende capaci di ricevere, concepire e generare il Logos. Raggiungere tale spazio sacro, che si cela in noi, significa prendere nella propria casa la Vergine santa, cioè interiorizzarla, seguendo l’invito di Gesù al discepolo prediletto Giovanni,

Attraverso il dogma della sua Assunzione in cielo, infine, Maria ci riconduce al mistero del corpo glorioso che ci attende nel regno dei cieli e, nella pratica quotidiana, attira la nostra attenzione sul ruolo della preghiera profonda e della meditazione che sono “partecipazione all’assunzione della Vergine” e “recettività dell’anima che si apre all’azione dello Spirito Santo”. (Cfr lo scritto di Giovanni Vannucci: La Vergine e l’anima del mondo in Fraternità n. 3. 1982 ) Le diverse ricorrenze mariane (Immacolata Concezione, Presentazione al Tempio, Annunciazione, Natività del Verbo, Assunzione) ci riconducono ad altrettante tappe del percorso iniziatico. In un suo studio sul simbolismo della quaternità, (in C.G. Jung: La simbolica dello spirito, Einaudi , Torino, 1975) Jung prende in considerazione le polarità:

Spirito Santo
Padre Figlio
Maria

e considera Maria come polarità femminile della SS. Trinità a causa del suo rapporto con lo Spirito Santo, che la rende il vaso puro che può generare l’essere che realizza in sé le due nature : l’umana e la divina. Jung rileva che alla rappresentazione di Dio trino corrisponde spesso un Satana Tricefalo, che appare come Umbra Trinitatis, avversario di Cristo e Signore della Materia e della molteplicità. Solo l’integrazione delle qualità del principio femminile, rappresentate da Maria, può riunificare e pacificare l’anima umana, che è il teatro del lacerante conflitto tra i princìpi opposti. 

Così l’Assumptio Beatae Mariae comporta il passaggio del corpo materiale e mortale, soggetto allo spazio e al tempo, al regno dei Cieli. Maria incarna la possibilità data all’uomo di sottrarsi al dominio del Principe di questo mondo e di reintegrarsi nel principio creatore e trinitario. Negare o rimuovere questo archetipo in quanto principio attivo in noi, significa rinunciare a quell'amore verso l’alto che unifica e rende elevata e piena di senso la nostra esperienza terrena. Nel linguaggio della psicoanalisi junghiana l’uomo, rimuovendo il principio femminile salvifico e sapienziale legato a Maria, condanna se stesso a doverlo vivere attraverso la propria Ombra. La costellazione archetipica della quale abbiamo fin qui parlato viene allora ad assumere caratteristiche sataniche e lavora per la frammentazione e la dispersione dell’esistenza e dei rapporti. L’archetipo mariano, al contrario, opera attraverso l’amore, secondo la via del cuore e tende a realizzare l'integrazione e l'armonizzazione degli opposti che si agitano nell’anima e a dissolvere le barriere innalzate tra gli uomini dalla brama di potere e dalle distinzioni di razza e di censo.

Lungi da me il voler fare sommariamente piazza pulita delle considerazioni che, muovendo dai (falsi) “Protocolli dei saggi di Sion” e da una lettura particolare di alcuni vangeli gnostici, interpretano il simbolismo della “queste du Graal” come ricerca della discendenza di Cristo dalla Maddalena e dai Plantageneti…ma mi è sempre parso evidente che il simbolismo principale della coppa del Graal sia quello legato al significato esoterico e interiore della tradizione cristiana, capace di renderla sempre viva ed applicabile alla vita reale di ognuno di noi. In questo senso la Vergine Maria, il calice destinato ad accogliere il Cristo sulla terra, viene accostata al santo Graal, il calice con cui Giuseppe di Arimatea raccolse il sangue e l’acqua che sgorgavano dal costato di Gesù crocefisso. Secondo la leggenda il Graal fu intagliato all’inizio dei tempi in uno smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero, quando questi si ribellò a Dio (lo stesso calice era denominato da Wolfram Von Eschembach lapsit exillis, cioè pietra esiliata, da exilium, o caduta dai cieli, da ex coelis, stesso nome dato alla loro Pietra dagli alchimisti). Il Graal rappresenta, nell’uomo, lo spazio sacro del cuore, destinato ad accogliere il Verbo, il calice invisibile che custodisce il senso interiore della tradizione cristiana. Nel mondo esterno rappresenta la Chiesa in quanto custode nel mondo della stessa tradizione, in quanto Gerusalemme terrena che può condurci a quella celeste, cioè all’aspetto iniziatico della tradizione. Narrava ancora la leggenda che la coppa del Graal scomparve dalla terra e che i cavalieri della Tavola Rotonda si proposero come meta suprema di ritrovarla. Questo pellegrinaggio verso la Terra Santa, questo vagare nel labirinto del mondo alla ricerca del Centro e della Parola Perduta è destinato al fallimento se il viaggio non diventa anche un cammino interiore.
Alessandro Orlandi

Pongo in evidenza lo smeraldo della frase suddetta «... Secondo la leggenda il Graal fu intagliato all’inizio dei tempi in uno smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero, quando questi si ribellò a Dio...». È di smeraldo anche la tavoletta di Ermete Trismegisto in mano al putto di Melencolia I. Ecco due chiavi che serviranno per permettermi di dar corso, come farò vedere, alla geometria composita che ho promesso di eseguire. Ecco anche il possibile significato delle chiavi della donna alata. È sempre lei ad aprire e chiudere tutte le porte tanto da ricordare la dea egizia Iside. Tutto merito del suo sale miracoloso. Ma questo supposto sale ci porterà diritti diritti, verso la fine, all’Alfa e Omega di Albrecht Dürer, ovvero all’oro di Melencolia I, giusto il titolo del presente saggio. Ma la concezione iniziale di Psiche e Amore come si spiega? Sappiamo che da questa coppia nasce il figlio Piacere, Voluptas dei latini, che però riguardano il paganesimo: dunque la cosa non può che essere correlata alla «grande prostituta» dell’Apocalisse e la Vergine Maria alla «donna vestita di sole».

 

Pietra di paragone in Melencolia I
In Melencolia I compare una grossa pietra squadrata (vedi immagine sotto) che sta a indicare, prima d’altro, la pietra su cui viene fondata la Chiesa di Roma, giusto il presupposto del trittico delle incisioni di Dürer trattato all’inizio in cui compare San Geronimo nel suo studio. Ma non è che la pietra grezza anche, che dovrà essere lavorata e perfezionata. Non è una vera pietra però, poiché si tratta della materia che in Alchimia viene chiamata in tanti modi a cominciare da Alkaest che è il primo agente magnetico che serve a preparare il solvente, in relazione al principio alchemico solve et coagula ripetutamente.  E noto come Leone verde, non tanto perché possiede una colorazione verde, ma perché non ha ancora acquisito i caratteri minerali che distinguono chimicamente lo stato adulto da quello nascente. È un frutto ancora verde ed acerbo, e paragonato al frutto rosso e maturo. È la giovinezza metallica, sulla quale non ha ancora agito l’Evoluzione, ma che contiene in sé il germe latente di una energia reale, che più tardi sarà destinata a svilupparsi. È lo stadio in cui sono l’arsenico ed il piombo in confronto all’argento ed all’oro. Il Leone rosso, dunque, secondo i Filosofi, non è altro che la stessa materia, o Leone verde, portata mediante speciali procedimenti a questa tipica qualità che caratterizza l’oro ermetico o Leone rosso (4).

Detto questo non basta per essere ammaestrati sulle implicazioni che Dürer ha cercato di inserire in questa singolare pietra, ma che non è tale. Così come ho disposto con l’illustrazione, completandola secondo una geometria dei solidi, è evidente che si tratta di una figura romboedrica, detto anche trigonale, se correlata alle forme dei cristalli in mineralogia (vedi a lato). Risulta chiaro che la pietra in questione è posta in un preciso modo perché la si debba mettere in relazione, attraverso l’asse passante per i suoi vertici X e Y, che riguardano parti della pietra mancante, con il centro Z dell’arcobaleno. Perché? La spiegazione, come si capirà fra poco, risiede nella natura della pietra (che non è solo pietra calcarea – mettiamo) che ha particolari proprietà ottiche per far scaturire dalla luce bianca (così come è stata concepita a bulino da Dürer, i sette colori dell’iride.

La successiva domanda, perciò, è che genere di minerale attribuire a questa pietra perché dia luogo a tale fenomeno ottico? Ma si tratta anche di una pietra che in un certo qual modo si leghi, prima d’altro, con la meteorite caduta ad Ensisheim in Alsazia che era Chondrite Amphoterite del tipo LL6 cioè a basso contenuto di ferro, composta da olivina e pirosseni, ossia silicati vari. Il ferro, non è altro che il germe latente che sarà risolutore per dar luogo allo scopo da me supposto di Melancolia I, ovvero il «Signore dei signori e il Re dei re» dell’Apocalisse con in mano lo «scettro di ferro», appunto. Ma da quale pietra grezza ha inteso far derivare il germanico Albrecht Dürer? Vado a naso, come a voler mettere in moto l’Argo dell’opera di Dürer in continua e incessante osservazione. Mi viene in mente di quando ci fu il soggiorno dell’artista nei Paesi Bassi, e volle recarsi personalmente in Zelanda per vedere lo scheletro di una balena ivi arenatasi. Non la trovò, poiché il mare se l’era già portata via, ma caso volle che durante questo viaggio egli fu colpito da una grave forma di malaria che, mal curata, non lo abbandonò più. Infatti Dürer, a causa di questa malattia che si prolungò, morì il 6 aprile 1528 e fu sepolto nel cimitero della chiesa di S.Giovanni a Norimberga, ove riposa tuttora. Sulla lapide fu incisa l’epigrafe latina dettata dall’amico umanista Willibald Pirckheimer, che recita: “Ciò che di mortale fu di Albrecht Dürer riposa in questa tomba”. Non avendo avuto figli, lasciò in dote alla moglie la casa ed una cospicua somma in denaro (era uno dei dieci cittadini più ricchi di Norimberga).

Colgo a mio, modo ormai noto, le “chiavi” (una di quelle della donna alata di Melencolia I) che intravedo in Zelanda, lo scheletro della balena portato via dal mare, la sua morte e la ricchezza lasciata in eredità alla moglie. Di qui il mio Argo mi indirizza ai Vichinghi e la loro storia in cui c’entra appunto la Zelanda, e la carcassa della balena che essendo il più grosso pesce che esista, può benissimo alludere alle prestigiose navi dei Vichinghi che il mare del tempo ha portato via. L’eredità lasciata alla moglie allude all’oro spirituale, ovvero il sale della sapienza in seno alla donna alata della sua opera arcana, Melancolia I. È da notare come le nazioni celtiche (cioè la Scozia, l’Irlanda, il Galles, la Bretagna e la Cornovaglia, le prime nell’865 e l’ultima nel 722) decisero di allearsi ai Vichinghi nelle loro battaglie contro gli Anglosassoni. Da ciò alcuni credono che derivi l’orgoglio di queste popolazioni per quello che è visto come il loro retaggio vichingo, giusto il germe latente supposto nella pietra grezza che si cerca, ovvero il “ferro”.

Adamo da Brema (5) scrive nel suo libro Gesta Hammaburgensis Ecclesiae Pontificum (volume quarto):

«Aurum ibi plurimum, quod raptu congeritur piratico. Ipsi enim piratae, quos illi Wichingos as appellant, nostri Ascomannos regi Danico tributum solvunt», 

ossia, «C’è molto oro qui (in Zelanda), accumulato dalla pirateria. Questi pirati, che sono chiamati wichingi dal loro stesso popolo e Ascomanni dal nostro, pagano un tributo al re di Danimarca». Se Argo ha fiutato bene, e sembra di sì, gli orgogliosi Vichinghi ci portano diritti, diritti, alla pietra che si cerca, che è un  meraviglioso cristallo, che loro chiamavano “pietre da Sole” e erano grossi cristalli di Cordierite.

 

L’astronomia dei Vichinghi e le “pietre da sole” (6)
«Ecco, sono 350 anni che noi e i nostri antenati abitiamo in questa che è  la più bella delle terre, e mai prima d’ora la Britannia è stata percorsa  da un’ondata di terrore simile a quella che siamo stati costretti a subire  da una razza pagana, né si riteneva possibile che tanta disgrazia potesse  arrivare dal mare...».

Con queste parole, il monaco Alcuino da Lindisfarne descrisse nel 793 la  furia devastatrice delle incursioni vichinghe lungo le coste della Britannia dopo che lo stesso monastero di Lindisfarne fu completamente distrutto e gran parte dei monaci, uccisi. Ma chi erano i Vichinghi? Questo insieme di tribù di ceppo germanico settentrionale che abitava le  coste della Scandinavia compare sulla scena europea nel periodo compreso tra  l’800 e il 1100 d.C. invadendola con la loro prorompente espansione, spingendosi fino al Mar Nero, a Costantinopoli, attraverso la Russia. Circondata l’Europa occidentale, si infiltrarono nel Mediterraneo, invasero e occuparono ampie zone della Francia, dell’Inghilterra, dell’Irlanda e  della Scozia, fondarono colonie in Islanda e Groenlandia, e ampliarono i confini del mondo conosciuto stabilendo per breve tempo un insediamento sulle rive del continente nordamericano. In quel periodo sembrò che all’improvviso i mari del nord pullulassero di  navi predatrici dalla linea sottile e dagli scafi bassi, dalle polene  raffiguranti teste di drago.  Gli equipaggi erano dotati di spietato coraggio e invincibile ferocia. Il loro cammino era segnato da saccheggi, incendi e stragi.

La Chiesa, in particolare, divenne l’obiettivo della loro inusitata violenza, e i tesori ecclesiastici trafugati in grande quantità durante il saccheggio di chiese e monasteri fluirono verso le terre scandinave. Il terrore e la protesta degli ecclesiastici oltraggiati contribuirono a creare, la fama dei Vichinghi come selvaggi assetati di sangue. Il clero e gli ordini religiosi non solo crearono una fama terrificante per i Vichinghi, ma inventarono anche la loro natura satanica: il “pericolo  vichingo” fu ritenuto un castigo divino, e per questo era necessario il pentimento accompagnato da cospicue offerte alla chiesa.  Attualmente questa valutazione storica nei confronti dei Vichinghi sta  mutando.  La storiografia moderna è giunta ad un’interpretazione più obiettiva del “fenomeno” vichingo.  Oggi si tende a rilevare maggiormente la loro importanza in termini di politica europea, di commercio, di pensiero, d’esplorazione, colonizzazione e arte. Ovviamente i Vichinghi non furono dei santi, ma è chiaro che non furono nemmeno quei demoni contro i quali la Chiesa medioevale tuonava. Queste popolazioni furono note anche per la loro abilità nella navigazione, anche attraverso mari infidi e pericolosi quali erano quelli artici. La navigazione non era limitata ai tragitti rasenti la costa, ma i  “drakkar”, cioè le loro navi si spingevano anche in mare aperto dove  l’unico mezzo per orientarsi erano il Sole, la Luna e le stelle. Per questo potremmo aspettarci che i Vichinghi fossero depositari di una rilevante competenza nel campo dell’Astronomia. L’analisi dei reperti archeologici e dei testi scritti, per lo più di redazione islandese, che sono giunti fino a noi ha confermato pienamente  questa ipotesi. Da questo punto di vista esistono alcuni reperti archeologici molto singolari.  Il primo è una ruota in legno con infisso un ago perpendicolare al piano del disco e alla base di quest’ultimo era incernierato un ago libero di ruotare sul piano della ruota.  L’archeologo danese Bertil Almgren che studiò alcuni di questi reperti rinvenuti durante gli anni ‘60 è stato in grado di ricostruirne l’uso.

In pratica si trattava di un dispositivo che mediante la misura della  lunghezza dell’ombra proiettata dall’ago verticale, uno gnomone, permetteva di stabilire l’altezza del Sole a mezzogiorno rispetto alla linea dell’orizzonte marino. L’ago orizzontale serviva per indicare la rotta che la nave doveva seguire determinata sulla base della posizione del Sole in cielo.  È improbabile che i Vichinghi avessero il concetto di latitudine, ma si erano accorti che navigando verso sud la lunghezza dell’ombra dello gnomone tendeva ad accorciarsi.  L’ombra proiettata dallo gnomone a mezzogiorno varia di giorno in giorno per  effetto del cambiamento di declinazione del Sole, quindi l’uso di un  dispositivo quale quello descritto richiedeva alcuni calcoli che evidentemente chi navigava doveva saper eseguire.

Un altro interessante dispositivo erano le “pietre da Sole” le quali oltre  ad essere state rinvenute negli scavi archeologici, sono molto citate nella letteratura antica, per cui sappiamo esattamente com’erano usate. Le “pietre da Sole” erano grossi cristalli di Cordierite giallo-grigia i quali posti controluce assumono riflessi azzurri a causa della rifrazione  della luce.  Il cristallo assume tinte azzurre quando la luce vi incide con un certo  angolo e il colore è più vivace se la luce che lo colpisce è intensa e  diretta.  Quando il cielo era coperto il cristallo permetteva di stimare la posizione del Sole nel cielo poiché, anche con la presenza di nuvole, il settore dove il Sole era posto era più luminoso del resto del cielo. Quando il cristallo era orientato in quella posizione il suo riflesso blu diveniva maggiormente intenso. L’archeologo danese Torkild Ramskov ne ha rinvenuti svariati esemplari  durante le campagne di scavo. È documentato che i comandanti delle navi erano tenuti a conoscere a memoria questi metodi di navigazione astronomica per poter condurre le imbarcazioni. Considerando quale fu l’efficienza marinara dei Vichinghi appare chiaro che erano metodi che se ben applicati funzionavano molto bene. Oltre alla navigazione esistono grosso modo tre direzioni verso cui indagare al fine di rendersi conto di quanto di astronomico era comunemente noto presso i Vichinghi. La prima è rappresentata dai testi scritti, redatti intorno all’anno 1000, ma che contengono un corpus di leggende e miti molto più antico le quali ci spiega quale fosse la cosmologia e come fosse la loro visione  dell'Universo e della sua evoluzione. La seconda fonte è il calendario, il quale è perfettamente noto e documentato e che nelle sue linee fondamentali era usato ancora in Islanda nel 1940.
Adriano Gaspani

 

Note tecniche sulla Cordierite
Cordierite o Iolite (v. illustrazione a lato) è un minerale appartenente al sistema rombico, di lucentezza vitrea e di aspetto variabile da incolore a blu zaffiro. Chimicamente si tratta di un ciclosilicato di alluminio e magnesio, di formula Mg2Al3[AlSi5O18]; ha durezza 7 e densità circa 2,6.
La cordierite, un tempo erroneamente denominata ‘zaffiro d’acqua’, prende nome dal geologo francese Pierre-Louis Cordier (1777-1861), ma è anche nota come dicroite (dal greco díchroos, “a doppio colore”) o, nei suoi esemplari di migliore qualità gemmologica, iolite. Molto variabili sono le inclusioni nei cristalli di questo minerale; in alcune pietre provenienti dallo Sri Lanka sono presenti laminette di ematite che, se viste sotto una certa orientazione, producono un colore rosso vivo, da cui il nome di blood shot iolite (cordierite a macchie di sangue). Pietre di buona qualità provengono anche dal Myanmar e dal Madagascar.

Nell'immagine a lato,
la cordierite da un'altra angolazione

La proprietà della cordierite, come già accennato in merito alle “pietre da sole”, è relativo al cosiddetto pleocroismo. Il pleocroismo, dal greco “più colore” è una strana proprietà che hanno alcune sostanze cristalline che presentano colori diversi a seconda della direzione da cui si osservano. Le variazioni di colore possono essere impercettibili o molto evidenti. I colori possono essere anche notevolmente diversi fra loro.

La cordierite (silicato di magnesio e alluminio), gemma poco nota anche se conosciuta e lavorata sin dall’epoca romana,ad esempio, presenta un pleocroismo bene evidente anche ad occhio nudo. Si presenta  normalmente in cristalli prismatici di colore grigio ma, se osservata secondo la base del prisma è blu o viola se, invece, viene osservata perpendicolarmente appare incolore. Questo fenomeno può essere molto importante specialmente nel momento del taglio delle gemme di cordierite presentando un evidentissimo pleocroismo, come si vede nell'immagine a lato. Il taglio di una gemma va infatti eseguito in modo che questa presenti la tinta più bella. 

 

Ma perché i minerali sono colorati?
Le “pietre da sole” di Vichinghi ci portano a fare riflessioni sulle pietre in genere per porci la domanda perché i minerali sono colorati? E se leghiamo la “pietra da sole” supposta nella pietra squadrata di Melencolia I, a ragione di questa capacità di colorarsi secondo la direzione del fascio luminoso che vi si imbatte, forse si spiega perché l’evidente arcobaleno di quest’opera non presenta i caratteristici suoi colori cosiddetti dell’iride. Nel senso che l’autore lo ha fatto di proposito per far porre all’osservatore la questione, ma è vero anche che è notte per le cose dell’anima, ovvero della donna alata, a causa della melancholia, appunto. Perciò cominciamo a rispondere sulla domanda iniziale.

Noi viviamo in un mondo pieno di colori e siamo circondati da oggetti colorati, ma vediamo i colori solamente quando gli oggetti sono illuminati e non riusciamo a distinguerli al buio. Ma perché  un oggetto appare verde, un altro giallo e un altro ancora rosso? Un semplice esperimento può essere utile per comprendere molte cose sulla natura della luce e sulle sue proprietà. Si tratta del prisma ottico. La luce del sole è una luce bianca e se dirigiamo un fascio di luce verso la faccia laterale di un prisma ottico, la luce esce dal prisma decomposta in un fascio di raggi colorati, come si vede nell'immagine a lato, nei sette colori dell’arcobaleno. La luce bianca quindi non è semplice, ma composta dalla fusione di sette radiazioni ottiche diverse, che sono onde elettromagnetiche con lunghezza d’onda di valore diverso: da 0,7 a 0,4 micron (millesimo di millimetri). I corpi, per la natura della sostanza di cui essi sono costituiti hanno il potere di assorbire certe radiazioni e di rifletterne altre. Un corpo, illuminato con luce bianca, si vede  verde quando assorbe tutte le altre radiazioni colorate riflettendo quella verde, appare rossa quando assorbe tutte le altre radiazioni colorate riflettendo quella rossa e così via. Naturalmente un corpo si vede bianco, quando illuminato da luce bianca, riflette tutte le radiazioni che lo colpiscono, si vede invece nero quando tutte le radiazioni che lo colpiscono vengono assorbite. 

L’artista e fisico e matematico Dürer è un meraviglioso maestro (non a caso l’altro famoso artista suo amico, Iacopo de’ Barbari lo stimo tale), e ci conduce passo passo alla sua gemma smeraldina, già sfiorata in precedenza da Amore e Psiche, il putto alato e la donna alata. È lo smeraldo strappato dalla fronte di Lucifero che ora vedremo sospeso in alto sul quadro cesellato di Melencolia I, che è proprio ciò che intendevano dirci Amore e Psiche presi irrimediabilmente dalla melancholia. Sì è così e si tratta proprio di un prisma che servirà a convogliare la luce dell’astro in esso e dirigerlo nell’universo parallelo dell’anima ed unirsi con essa e generare l’atteso «Signore dei signori e il Re dei re» con «scettro di ferro». Ed ora passa ogni cosa nella mani del fisico e matematico, il geometra di pi greco, per la promessa geometria composita.  

La sezione aurea e pi greco
Ricorrere alla geometria composita, allorché gli artisti del Rinascimento si apprestavano ad eseguire un’opera pittorica, per quelli esigenti e rigorosi di stampo matematico, come doveva essere per Dürer, comportava il primo grande problema che è quello dell’esatta delimitazione della figura geometrica. Poiché la si intende riferire a dei parametri dettati da regole matematiche tradotte i rapporti, a cominciare dai due lati della figura che poi sarà oggetto di temi raffigurativi. Generalmente nel Rinascimento il rapporto in questione è la cosiddetta sezione aurea, con la quale si indica il rapporto fra due grandezze disuguali, di cui la maggiore è medio proporzionale tra la minore e la loro somma. 

In termini geometrici è quella parte di un segmento che è medio proporzionale tra l’intero segmento e la parte restante.

AB : AX = AX : XA

II rapporto AX : XB, che è uguale al rapporto AB : AX, è un numero irrazionale a cui viene attribuito il valore approssimativo 1,618...
Numericamente questo rapporto è espresso da:

(1 ± √5)/2 ≈ 1,618033989

Si tratta di un numero irrazionale e lo si può far derivare dai rapporti fra due termini successivi della serie di Fibonacci, a cui è intrinsecamente legato. È frequente ritrovare tale rapporto in questione in svariati contesti della natura e questo, nel tempo, ha indotto filosofi, architetti e artisti a tenerne da conto, stimandolo quale canone di bellezza, intravedendovi un ideale di bellezza e armonia. Tale che molte creazioni architettoniche, pittoriche e persino musicali venivano informate a questo canone. Si può aggiungere che la sezione aurea compare in molte figure geometriche regolari, come si vedrà. Per esempio nel pentagono e nel decagono tra le figure piane. In relazione ai solidi, nell’antichità, dall’interconnessione del rapporto aureo con i cinque poliedri regolari o platonici (tetraedro, esaedro o cubo, ottaedro, dodecaedro, icosaedro), considerati simbolo di perfezione fin dall’antichità classica, gli studiosi e gli artisti rinascimentali trassero la convinzione che la sezione aurea debba necessariamente essere presente in ogni struttura regolare della natura tale da denominarla «divina proporzione».

Questo è in sintesi ciò che riguarda la sezione aurea cui, come anzidetto, non c’era artista rinascimentale che non vi si adeguava per tracciare in anteprima una struttura geometrica calla quale poi faceva seguire il lavoro di pittura, di affresco e quant’altro. Per Albrecht Dürer, deve essere stato diverso, secondo la mia opinione. Non si fa mistero della sua predilezione per la matematica ed in particolare per il numero irrazionale e trascendente pi greco a ragione delle sue ricerche relative nel tentativo della cosiddetta “quadratura del cerchio”. Senza contare sulla possibile allusione a pi greco nel concepire la sua firma, e di questo ne ho parlato all’inizio, come pure il resto anzidetto. Allora mi sono convinto che Dürer si sia servito della “quadratura del cerchio”, ossia di pi greco diviso quattro per proporzionare il rettangolo di rame su cui ha inciso Melencolia I. Utile sapere ora alcune nozioni su pi greco, prima di entrare nel vivo della geometria composita che ho pensato di allestire per l’opera di Dürer in questione.

La costante pi greco, espressa dalla lettera greca π, di ordine matematico e non fisico o naturale, nella geometria piana, è il rapporto tra la circonferenza e il diametro di un cerchio, o anche come l’area di un cerchio di raggio 1. Pi greco è noto anche come la costante di Archimede (non i numeri di Archimede), la costante di Ludolph o numero di Ludolph. Pi greco è un numero irrazionale, perciò non può valere come rapporto di due interi, cosa che è stata dimostrata nel 1761 da Johann Heinrich Lambert. Inoltre, è un numero trascendente (ovvero non è un numero algebrico): tale fatto è stato provato da Ferdinand von Lindemann nel 1882. Questo significa che non ci sono polinomi con coefficienti interi o razionali di cui π è radice. Di conseguenza, è impossibile esprimere π usando un numero finito di interi, di frazioni e delle loro radici. Vi deriva di conseguenza l’impossibilità della quadratura del cerchio, cioè la costruzione, con soli riga e compasso, di un quadrato della stessa area di un dato cerchio. I matematici, indipendentemente dalle leggi, hanno voluto calcolarlo con una precisione sempre maggiore. Nel 1999 erano note 206 miliardi di cifre (file aggiornato nell'Ottobre 2009).

                                                                       Gaetano Barbella

Note
1- 
Sito Internet: http://www.castfvg.it
2- Corriere della Sera, 14.04.1997, p.12 – Articolo di Speciani Attilio. Sito Internet: http://archiviostorico.corriere.it
3- La Vergine, L'anima e il sale filosofico degli alchimisti di Alessandro Orlandi. Sito Internet: http://www.fuocosacro.com/
4- Il Mistero delle Cattedrali di Fulcanelli – Edizioni Mediterranee.
5- 18 Adamo di Brema (Adam Bremensis in latino) (ante 1050 – 12 ottobre 1081/1085) è stato uno storico
tedesco vissuto nella seconda metà dell’XI secolo. La sua opera più famosa è Gesta Hammaburgensis ecclesiae pontificum.
6- L’astronomia dei Vichinghi di Adriano Gaspani. Sito Internet:
http://www.antiqui.it/