Specchio Magico

Home     Chi siamo     Scrivici     Mappa del sito
Lo Scrittore Esordiente     Agenda     Nuovi Autori     Interviste
 I nostri scrittori     Pubblica con noi     Spaziofatato     Archivio     Link


 

 

MELENCOLIA (PRIMA PARTE)
di Gaetano Barbella

L’oro in Melencolia I di Albrecht Dürer- Prologo

«Per essere veramente immortale un’opera d’arte deve uscire completamente dai limiti dell’umano: in essa il buon senso e la logica mancheranno del tutto. In tal modo l’opera si avvicinerà al sogno e anche alla mentalità infantile.» (1)

Questo detto, del famoso artista contemporaneo Giorgio de Chirico, permette di capire quali siano le migliori condizioni intellettuali di chi si accinge a visitare templi d’arte come quello in proposizione, Melencolia I di  Albrecht Dürer. 

Nell'immagine a lato,
Melencolia I di Albrecht Dürer. Firenze, Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi

Dunque, conta essere come bambini, ma anche con spirito di chi è capace di svincolarsi dalle pressioni della ragione sia quella imperniata sulla concezione del materialismo, che l’altra disposta a radicali concezioni metafisiche. Perciò nel caso della lettura di opere come questa, Melencolia I, le ragioni siffatte sono di serio ostacolo.

Tuttavia la presenza del bambino suddetto tiene in vita un clima di serena fiducia, per quel tanto che basta, per disporsi all’opera di Melencolia I in studio, fuori dai canoni accademici del razionale. E a questo punto può anche cedere e disporsi ad altra fede ignota che serve per stadi superiori di verità da conseguire. Ed è questo che vuole significare la presenza del cane dormiente che tanto ricorda Argo il cane di Ulisse, dei racconti omerici, che lo riconobbe al suo rientro ad Itaca e che poi morì. Ma Argo porta alla consapevolezza del modo di riconoscere un certo suo “padrone”, cosa che ci viene dal mito. Argo (in greco, Argos) è un nome che si riscontra spesso. Esistono infatti altre quattro figure mitologiche che portano tale nome:
- Argo Panoptes (Argo “che tutto vede”) è un gigante con cento occhi. Era anche il fratello della ninfa Io.
- Argo era l’eponimo della città di Argos. Figlio di Zeus e Niobe, figlia di Foroneo, successe allo zio Apis come Re di Foronea, che ribattezzò dandole il suo nome.
- Argo è il nome della nave usata dagli Argonauti, nonché il nome del suo costruttore. Il vascello venne usato da Giasone nella sua ricerca del vello d’oro. Giasone e i suoi compagni si chiamarono Argonauti dal nome della nave.
- Argo era il figlio maggiore di Frisso e Calciope, figlia di Eeta. Argo e i suoi fratelli partirono per far ritorno nel regno del nonno, ad Orcomeno, ma fecero naufragio e vennero salvati dagli Argonauti. Argo e i fratelli Frontide, Melante e Citissoro, aiutarono Giasone e gli argonauti nella loro ricerca, e fecero ritorno assieme ad essi in Grecia.

Come si è visto, da Argo derivano gli Argonauti, ma poi Argo fa coniare altre parole  come argot, per esempio. Su argot traggo dal libro di Fulcanelli, Il mistero delle cattedrali, edizione Mediterranee, le seguenti argomentazioni.
I dizionari definiscono la parola argot come «il linguaggio particolare di tutti quegli individui che sono interessati a scambiarsi le proprie opinioni senza essere capiti dagli altri che stanno intorno». È, quindi, una vera e propria cabala parlata. Gli argotieri, quelli che si servono d’un tale linguaggio, sono i discendenti ermetici degli argonauti, i quali andavano sulla nave Argo, parlavano la lingua argotica, navigando verso le fortunate rive della Colchide per conquistare il famoso Vello d’Oro. Ancor oggi si dice d’un uomo molto intelligente, ma anche assai scaltro: sa tutto, capisce l’argot. Tutti gl’Iniziati si esprimevano in argot, anche i vagabondi della Corte dei Miracoli, – col poeta Villon alla loro testa, – e anche i Frimasons (2), o frammassoni del medioevo, «che costruivano la casa di Dio», ed edificavano i capolavori argotiques ancor oggi ammirati. Anche loro, i nautes costruttori, conoscevano la strada che portava al Giardino delle Esperidi.

Anche ai nostri giorni gli umili, i miserabili, i disprezzati, i ribelli avidi di libertà e d’indipendenza, i proscritti, i vagabondi ed i nomadi parlano in argot, dialetto maledetto, bandito dalla buona società, da quei nobili che non lo sono affatto, dai borghesi pasciuti e benpensanti, avvoltolati nell’ermellino della loro ignoranza e della loro fatuità. L’argot resta il linguaggio d’una minoranza d’individui che vivono al di fuori delle leggi codificate, delle convenzioni, degli usi, del protocollo, ad essi si applica l’epiteto di voyous, cioè di voyants (3), e quello ancor più espressivo di Figli o Bambini del sole. Infatti, l’arte gotica è l’art got o cot, l’arte della Luce e dello Spirito. Si potrebbe credere che questi siano soltanto dei giochi di parole. Noi ne conveniamo di buon grado. L’essenziale è che guidino la nostra fede verso una certezza, verso la verità positiva e scientifica, chiave del mistero religioso e non la mantengano, invece, errante nel labirinto capriccioso dell’immaginazione. Quaggiù non esistono né il caso né la coincidenza, né i rapporti fortuiti; tutto è previsto, ordinato e regolato, e non spetta a noi modificare a nostro piacimento la volontà imperscrutabile del Destino. Se il senso comune delle parole non ci permette nessuna scoperta capace di elevarci, d’istruirci, d’avvicinarci al Creatore, allora il vocabolario diventa inutile. Il verbo, che assicura all’uomo l’incontestabile superiorità e il potere sovrano, esercitato su tutti gli esseri viventi, perde, in questo caso, la sua nobiltà, la sua grandezza, la sua bellezza e diventa soltanto un’affliggente vanità. Ma la lingua, strumento dello spirito, vive di per sé, anche se è solo il riflesso dell’Idea universale. Noi non inventiamo nulla, non creiamo nulla.

Tutto è in tutto. Il nostro microcosmo non è altro che una particella infima, animata, pensante, più o meno imperfetta del macrocosmo. Ciò che noi crediamo di scoprire con lo sforzo della nostra intelligenza esiste già da qualche altra parte. La fede ci dà il presentimento di ciò che esiste; e la rivelazione ce ne dà la prova definitiva. Spesso noi passiamo accanto al fenomeno o al miracolo, quasi lo tocchiamo, ma non lo vediamo neppure, come se fossimo ciechi e sordi. Quante meraviglie, quante cose insospettate potremmo scoprire se sapessimo sezionare le parole, romperne il guscio e liberare il loro spirito, la luce divina da esse racchiusa! Gesù si esprimeva solo con parabole; possiamo noi negare la verità ch’esse ci insegnano? E, nella conversazione corrente, non sono forse i doppi sensi, le approssimazioni, i bisticci di parole o le assonanze che caratterizzano le persone di spirito, felici di poter sfuggire alla tirannia della lettera, e che si mostrano, quindi, a loro modo cabaliste senza saperlo?

Detto questo, tanto per fissare quanto sia necessario un atteggiamento peculiare che la figura di Argo suggerisce, possiamo entrare nel tema della melancholia qui sviluppato allegoricamente in Melencolia I, che tanto si accosta al comune sentimento della malinconia, che purtroppo è di casa in molte persone epocali. Ma a me preme occuparmi in particolare dei giovanissimi “malinconici” d’oggi che sin da bambini sono vittime di violenze di massa, in molti paesi di questo mondo. E questo li rende orfani di tante cose fondamentali, a cominciare dai genitori e fratelli, oltre alla privazione del necessario per vivere. Che ne è di loro? nella cui mente si insedia la morte il più delle volte come insanabile stato depressivo da cui germinano cupa tristezza ma anche stati di irrevocabile pessimismo. Ne consegue molto spesso, nel diventare adulti, l’esplicarsi in loro di una vita da violenti nel delinquere, ma anche con le parvenze di giustizia da conseguire: di qui il passo è breve per vedere molti di questi ricorrere ad atti di terrore contro la comunità.

Di seguito comincio a presentare  Melencolia I con l’intento di  predisporre le cose in modo da proporre una disamina tutta nuova con punti di osservazione concepiti a mio modo che non rispecchiano criteri accademici in generale. Ma i sorpassi innovativi non possono che concepirsi in tal modo. Il tema qui sviluppato dal Dürer riguarda un processo rigenerativo di pertinenza della pratica esoterica, questo è risaputo, ed è difficile predisporre un approccio che sia comprensibile al pubblico profano, tuttavia troverò il modo di spianare ogni cosa di quest’opera tale da disporla con criterio razionale se pure su un filo di rasoio. Ma non è facile.

 

I “Meisterstiche”  
Melencolia I fa parte di quei tre capolavori dell’incisione, cosiddetti in
tedesco “Meisterstiche”, che Albrecht Dürer realizzò tra il 1513 ed il 1514: Il Cavaliere, la Morte ed il Diavolo, San Gerolamo nel suo studio e Melencolia I. 

Nell'immagine a lato,
Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo,
di Albrecht Dürer


Queste tre opere sono da considerarsi tasselli di una concezione che doveva stare a cuore a Dürer, tale da ritenerli uniti come un trittico. Si tratta della visione che rimanda alle “tre vie” per la salvezza dell’anima: con il Cavaliere si raffigura la vita attiva disposta per l’elevazione morale dell’uomo; con San Gerolamo la vita contemplativa propria dei religiosi; e con l’arredo allegorico di  Melencolia I, una vita indirizzata ad una radicale alternativa esistenziale, una proiezione su orizzonti interiori all’insegna di una metafisica tutta da immaginare. Direi che quest’ultima opera costituisca il compendio dei primi due. C’è un elemento che accomuna questi tre bulini, la clessidra, cosa che indirizza decisamente all’idea che doveva assillare l’artista tedesco, come se egli si fosse proposto una gara contro il tempo. 

Nell'immagine a lato,
San Gerolamo nel suo studio,
di Albrecht Dürer


Ma è anche simbolo che si lega alle cose di Saturno, se visto dal lato esoterico e questo porta a capire quanto debbano contare le scienze per Dürer. Questo orologio a polvere, in Melencolia I e in San Gerolamo è fissato su una parete, come si vede nelle illustr. 3 e 4, mentre in Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo è nelle mani della morte stessa.
In prima istanza le tre rappresentazioni sembrano scollegate, invece non lo sono per Albrecht Dürer, poiché nei tre bulini, ma anche in tutte le sue opere, fa spicco la sua firma che è frutto di una sua precisa capacità di legare le sue opere attraverso il significato riposto in essa. Di lui non si fa mistero che sia molto incline alla matematica e in particolare a studi che hanno assillato tanti ricercatori affannati per la famosa “quadratura del cerchio” in stretta relazione con il noto numero irrazionale e trascendente pi greco. Pi greco doveva
troneggiare nella sua mente, al punto da trasformare l’iniziale del suo nome nella relativa lettera greca, come si può constatare nell’immagine a lato.

Ma c’è di più per immaginare che la stessa lettera, attraverso l’altra presente al suo interno, la D quale iniziale di Dürer, stia a rappresentare un emblema di grande significato, poiché il vero nome del padre di origine ungherese era Ayas che poi, successivamente al trasferimento in Germania, venne mutato in Dürer, di lingua tedesca, conservando però l’etimologia della parola, ossia porta. Nello stemma di famiglia infatti è rappresentata una porta. Dunque non si entra nelle sue opere se non attraverso la sua porta, e se A sta pure per alfa greca, questo non stupisce avendo egli eseguito con dovizia molte incisioni su rame sul tema dell’Apocalisse. Inoltre se si vuole dare significato ad una peculiarità della serie suddetta dell’Apocalisse di Giovanni, non resta che andare a vedere tutte le firme apposte su queste incisioni. Sono tutte disposte al centro sul margine in basso e solo una è posta, sempre in basso ma leggermente a sinistra, quasi a dare valenza al personaggio che vi è rappresentato sopra, di certo per significare una occulta relazione. Questi è Giovanni inginocchiato davanti al «simile a figlio di uomo» [Ap 1, 13]: «Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’onnipotente» [Ap 1, 8].

 

Dürer si dipinse come Cristo
Come prefigurare, a questo punto, Albrecht Dürer, poiché da questo si può risalire alle sue intenzioni nel concepire le sue opere? Un uomo eclettico, che oltre alla predisposizione eccezionale per le arti figurative, è preso da molteplici interessi che il suo tempo gli poteva offrire. Prima d’altro le scienze pratiche a cominciare dalla matematica come si è visto e poi l’amore per le scienze esoteriche che cercava di conciliare con la fede nel cristianesimo, ma questa doveva anche tener conto della notevole influenza del luteranesimo. 

Nella figura a lato,
Autoritratto di Dürer, eseguito nel 1500 (a 28 anni)
. Alte Pinakothek, Monaco di Baviera

Certo è che dal suo autoritratto si evince chiaramente la sua predisposizione per quel che ho rilevato, or ora, sinteticamente sul suo conto. Si può dire che Dürer si dipinse come Cristo, proprio con l’effettiva intenzione di dare all’arte in tal modo una nuova dignità umanistica.

Così scrive, dopo il 1523, Albrecht Dürer: 

«Solo gli artisti potenti potranno capire questo strano discorso, che io parlo il vero: uno può disegnare qualcosa con la sua penna su mezzo foglio di carta in un giorno o tagliare un pezzetto di legno con il suo coltello e si rivela qualcosa di migliore e di più artistico della grande opera di un altro, che vi ha prodigato la massima diligenza per un anno. E questo dono è meraviglioso. Dio infatti spesso dà la capacità di apprendere e l’attitudine a fare qualcosa di buono a un uomo di cui non trova l’eguale nella sua epoca, né per molto tempo prima né in quella immediatamente seguente».                

Detto questo, si comprende in pieno quanto gli stia a cuore il tema inscenato con le tre incisioni suddette che riguardano le “tre vie” da percorrere per giungere alla cristificazione. Meglio, le “tre porte” da valicare e uscirne come uomini nuovi. Ma tralasceremo le due opere del Cavaliere e di San Girolamo per dedicarci alla disamina di Melencolia I come già preordinato dal tema di questo saggio.

Dirò subito che lo scopo che mi prefiggo di raggiungere è di fare ciò che non è stato ancora concepito per questa opera incisa su rame. Molte altre opere del Rinascimento sono state eseguite con l’ausilio di una preventiva disposizione strutturale geometrica, in gran parte all’insegna della nota proporzione aurea, perciò mi sono proposto di risolvere l’enigma centrale, che poi farò delineare, di Melencolia I servendomi, non solo di un’insolita geometria composita, ma anche della moderna scienza, giusto l’indicazione di uno dei segni accuratamente predisposto nell’opera in studio, che poi sarà oggetto di riflessione. 

Si tratta di una tavoletta nelle mani del putto alato dell’incisione in discussione (vedi particolare a lato). Ritengo che rappresenti la famosa Tavola Smeraldina assai preziosa ai cultori di esoterismo. La tavola di smeraldo o tavola smeraldina è un testo sapienziale che secondo la leggenda sarebbe stato ritrovato in Egitto, prima dell’era cristiana (4). La prima frase del testo dice così:

«È vero senza menzogna, certo e verissimo. Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli della cosa una...».

Perché è singolare il particolare di questa presunta tavoletta per considerarla così importante per cominciare ad aprire un primo spiraglio della “porta” di Melencolia I? Perché il putto alato, che secondo me, in prima istanza, indica il mitico Amore (5) soggetto appunto dalla cupa melancholia (mentre la donna alata accanto indica Psiche, ovvero l’anima), ha in mano un chiodo col quale presumo che voglia servirsene per appendere su una parete la tavoletta che è munita di un foro con cappio di corda (farò vedere in seguito a cosa allude e dove verrà sospesa). Ma c’è di più perché la donna accanto (la sua Psiche) sembra servirsi del compasso fra le mani, come di un fare distratto, ma così com’è posto a mo’ di freccia, è giusto in direzione della tavoletta in questione. Non solo, la mano della presunta Psiche impugna il compasso dalla parte della punta, come di un perfezionismo per confermare l’idea della funzione del chiodo di Amore. E la cosa è anomala perché normalmente il compasso si impugna dalla parte dell’articolazione: così è assai scomodo (è squilibrato e comporta un notevole sforzo per la presa che, invece deve essere delicata tale da permettere di tracciare precisi archi di cerchio), giusto per attirare l’attenzione su cose assolutamente scorrette. 

Inoltre la punta del compasso si dispone su un centro di un cerchio da eseguire: ergo, la cosa potrebbe alludere ad un punto focale di estrema significazione per indicare il preciso scopo di Melencolia I perché vi sia fatta luce con quell’astro da venire, per esempio. Ma con la geometria composita che ho annunciato di esibire, si vedrà che il compasso suddetto porterà a identificare più di un punto strategico, uno dei quali è appunto la porta, attraverso cui transiterà l’astro per produrre il miracolo, risolvendo il tenebroso incantesimo e portando a nuova vita ogni cosa di Melencolia I. Si vedrà, in modo traslato, il ritorno a Itaca di Ulisse che mette fine alle pretesi arroganti dei Proci, come raccontato da Omero.

Il lettore mi domanderà il perché di Amore e Psiche, che secondo il mito si amarono tanto legandosi l’uno all’altro, ma che qui sono relegati in mondi lontani fra loro, prova ne è lo strazio di Amore ridotto com’è ad un putto dal viso corrugato, ma in Psiche sembra notarsi un barlume di speranza. Ma ella forse sa come risolvere l’incantesimo e col compasso sembra indicarne il modo, ossia con la scienza, di certo riposto nel libro serrato fra le sue mani da potersi solo aprire nel futuro. Infatti così è perché la moderna scienza può spiegare questo incantesimo, che si vedrebbe strettamente legata al tempo, giusto l’emblema della clessidra presente nella rappresentazione allegorica di Melencolia I. Ma la stessa scienza, anche se a modo mio appare per il momento fuori dai suoi confini accademici, spiega la natura del mondo cui si riferisce in modo misterioso e quindi il tema che qui si sta sviluppando su Melencolia I. Si tratta di un mondo parallelo disposto all’inverso sul quale se ne parla di seguito, un vero e proprio universo allo specchio. Dopo di questo riporterò un articolo preso dal web che accenna a certi esperimenti per individuare il discusso corpo eterico che compenetrerebbe il corpo biologico umano ma anche quelli degli animali, vegetali e minerali: un corrispondente corpo simmetrico da immaginare simile agli universi paralleli e inversi suddetti. Ma siamo, come si vede, ai confini, anzi oltre, della scienza accademica.

 

L’universo allo specchio 
«E se... il tempo tornasse indietro», «Le leggi fisiche non lo impediscono affatto. Anzi, in un certo senso è già successo: in laboratorio, all’universo e a una medusa».
Si tratta del titolo e sottotitolo di un articolo di Andrea Parlangeli del noto periodico FOCUS di aprile 2009. È messo su in prevalenza sul “fanta ipotesi”, ma fino ad un certo punto.La sfida per gli scienziati, alla  fine, è una: capire perché l’universo è nato in uno stadio così particolare. Il fisico indiano Abhay Ashtekar ha un’idea: era necessario che questo avvenisse. Perché secondo i suoi calcoli, basati sempre sulla Loop quantum gravity il Big Bang non era veramente il momento iniziale: prima del nostro universo ce n’era un altro. «Era esattamente uguale, cioè aveva la stessa massa e la stessa energia» dice il fisico Carlo Rovelli (vedi immagine sotto) «solo che invece di espandersi si contraeva, fino a diventare così piccolo da rimbalzare su se stesso e tornare a espandersi».  

Rovelli non esclude che in questo universo “speculare” anche la freccia dell’entropia puntasse in senso contrario, dando origine nella realtà a un mondo simile a quello immaginato da Philip K. Dick (1928-82) (vedi immagine sotto), in cui gli attriti generano energia, i gas di scarico rientrano nelle marmitte, i commercianti elargiscono denaro senza restituire le tasse e i pensionati versano la pensione affinché i giovani ricevano i contributi quando restituiscono lo stipendio.
A proposito di stranezze, avete notato come è stato perfetto il tempo con  Philip K. Dick? È nato nel 1928 ed è morto nel 1982, un simmetria di fine secondo millennio!

E tornando ad Amore di Melencolia I, si può capire la sua situazione che è quella di un processo vitale all’indietro, del tutto simile al riquadro in alto a destra dell’illustrazione! Però Albrecht  Dürer è stato geniale nel risolvere questo paradosso concependo una geometria degna di un genio al pari di Leonardo da Vinci, meritandosi, appunto, l’appellativo di Leonardo del Nord.

Rimandando lo sviluppo di questa tematica della geometria, cui darò ampio spazio in seguito, proseguo sull’onda dei ragionamenti sul mondo della scienza moderna, considerato che essa, per la legge smeraldina di cui alla nota 2 suddetta, deve assolutamente trovare il parallelo che attiene al mondo del pensiero cui si riferisce la melanconia di Psiche dell’opera düreriana in questione. In più viene in aiuto l’illustre artista Giorgio De Chirico a dire, come già indicato all’inizio, che: «Per essere veramente immortale un’opera d’arte deve uscire completamente dai limiti dell’umano: in essa il buon senso e la logica mancheranno del tutto. In tal modo l’opera si avvicinerà al sogno e anche alla mentalità infantile». Che è quanto basta per suggerirci di far capo a qualcosa che vi potrebbe attenere secondo me, la famosa storiella di Alice nel paese delle meraviglie, giusto l’immaginario di un universo “speculare” del fisico Rovelli di cui sopra.

Questa famosa storiella fu ideata da Charles Lutwidge Dcdgson, più noto con lo pseudonimo di Lewis Carroll (l832- 1898). È un classico non solo della letteratura per ragazzi ma, come il suo seguito Dietro lo specchio, anche della letteratura fantastica, i giochi di parole, i paradossi e le molteplici interpretazioni possibili fanno di questi libri due capolavori dell’immaginazione. L’idea geniale di Lewis Carroll è di collocare in fondo alla tana del Coniglio Bianco e dietro la tranquilla superficie del domestico specchio un universo strano, dove si agita una folla di personaggi miti e violenti, bizzarri o flemmatici che, con le loro azioni e parole, ci fanno divertire e riflettere.

 

Alice nel paese dei buchi neri
Traggo dalla storiella di Alice (6), Dietro lo specchio di  Lewis Carrol, questa frase:

«Come sarebbe bello poter entrare nella Casa dello Specchio! Sono sicura che ci sono delle cose meravigliose! Facciamo finta che il vetro sia diventato morbido come la nebbia e che possiamo passare dall’altra parte. Ecco, guarda: sta diventando una specie di brina, proprio in questo momento, te lo dico io! Andate di là sarà facilissimo...»

E una volta attraversato lo specchio ecco le stranezze:

«... Alice si deve comportare  come se fosse la sua immagine riflessa: per andare verso la Regina rossa, deve allontanarsi da lei»;

oppure,

«Oltre lo specchio, Alice si trova a parlare con un uovo: discorrono dei 364 giorni dell’anno in cui si festeggia il nono compleanno».

Licenze poetiche,  si dirà, ma oggi queste fantasie hanno una base  sia pur  vaga, nelle teorie cosmologiche, alle quali non è più estraneo il concetto di una molteplicità di universi con qualche (minima) possibilità di collegamento.

Nell'immagine a lato,
A
lice valica lo specchio. Immagine di John Tenniel

Come spesso accade, la letteratura ha preceduto la scienza: le prospettive aperte dalla meccanica quantistica, con l’ipotesi dei i molti mondi, e dalla teoria della relatività, con i ponti di Einstein-Rosen, sono state anticipate nel corso dei secoli, sia pure in forme ingenue, bizzarre e puramente immaginative, da scrittori e poeti: gli antichi mitografi, Luciano di Samosata, Ariosto, Verne sono stati gli anticipatori dei cosmologi che oggi, con l’ausilio  delle teorie fisiche e matematiche moderne, ci narrano una nuova storia dell’universo. Certo allo scrittore e al fisico stanno a cuore due realtà diverse, se diversi sono gli strumenti per indagare queste realtà: l’universo parallelo di Lewis Carroll è ricalcato sul nostro. Per quanto bizzarri siano, i personaggi incontrati da Alice sono pur sempre creature umane, coi vizi e le virtù che conosciamo. Al cosmologo stanno invece a cuore le caratteristiche fisiche di questi mondi. Se potessimo visitarli li troveremmo probabilmente più  inospitali di quelli degli scrittori (ammesso che, in qualche senso, «esistano»). Ma questi viaggi sono rischiosi e, a quanto pare, inenarrabili per rapida evaporazione del viaggiatore nel nero forame di passaggio in relazione ai noti buchi neri dell’astrofisica. Sarà difficile che una moderna Alice possa tornare da un buco nero come la Alice di Lewis Carroll dal paese delle meraviglie o dalla terra dietro lo specchio. Ma nella fisica, si è appurato che le favole in questione non sono affatto balzane.

Tuttavia nel caso di Melencolia I, là dietro uno specchio, altrettanto immaginario, non si corrono pericoli eccetto che smarrirsi a causa dei numerosi personaggi che il misterioso artista Dürer ha posto qua e là. Alla fine, però, accadrà il miracolo, grazie proprio all’imbeccata della fisica e con l’aiuto della geometria, sarà consentito ad Alice di incontrare ed abbracciare la Regina rossa. Ma è un modo di dire da metafora, poiché una volta valicato lo “specchio” di Melencolia I potremo interrogare i tanti “personaggi” ivi presenti, fra esseri, come il putto alato e la donna alata , il cane dormiente e cose di vario genere, a cominciare dall’astro in alto a sinistra. Ma di una cosa potremmo già immaginare di capire l’identità, se si accetta la metafora dei racconti di Lewis su Alice. Nelle due storie di Lewis, all’inizio è Alice che si conosce molto bene, poiché appartiene al mondo della realtà, mentre è tutto da scoprire sulle cose “dietro lo specchio” che lei tenta di valicare. Dunque se controvertiamo le cose e i personaggi di Melencolia I, quale di questi può ritenersi Alice? Certamente qualcosa di assolutamente estraneo, come sorgente da un altro mondo, dunque la sola cometa e quale se no?

Ecco a che può servire la ragione che non deve mancare mai, per quel poco che occorre al giusto momento poiché altrimenti si dissolve l’astrazione senza lasciare nulla di costrutto su cui meditare. Tuttavia resta da scoprire la natura, la funzione e forse ancora altre cognizioni su questo astro che proviene chissà da dove. E qui ancora la ragione ci potrebbe suggerire che la messa in scena del filatterio nelle mani del vistoso pipistrello, non certo simbolo di bene, tutt’altro e decisamente di sofferenza cui sottostare, è un probabile messaggero di cose funeste però quale medicina, per vincere lo stato di melancholia della donna alata che certamente riguarda la psiche umana nelle tenebre, l’anima.

E con la ragione potremmo procedere per capire tutto il resto “dietro lo specchio”, così com’è stato presumibilmente fatto da molti commentatori di Melencolia I, ma questo è diverso dal possibile “dialogare” alla maniera di Alice del racconto suddetto.  Non si creda di valicare la porta di un’opera d’arte con l’esclusiva ragione e ce lo dice un artista di rispetto, Giorgio de Chirico, con il suo detto riportato all’inizio. Dunque per Melencolia I non funziona per niente «il buon senso e la logica» che sono assenti, mentre è «il sogno» a regnare indisturbato e solo il pensare di un infante ha buona probabilità di afferrarne i concetti. E se non si è capito l’antifona serve il simbolo della campana, presente fra le tante cose del lavoro di Dürer, a far capire che dipende dal ritocco di essa, azionata dall’esterno, a far risuonare in noi l’euforia della precisa scoperta del significato che si cerca. Dunque se non vediamo cadere la famosa mela gravitazionale di Newton mai si perverrà alla scoperta dell’arcano.

Ecco ora la prima lezione per ottenere i lumi in questo genere di cose e le modalità che non sono dissimili da come uno scienziato – mettiamo – perviene a singolari scoperte. E qui ora entra in discussione il concetto di “serendipity” (7) per dar corpo al fatto che “da cosa nasce cosa”, come si suol dire, ma nel nostro caso le due cose riteniamole prudentemente associate casualmente. Per dirla in breve si usa il termine di serendipity per riferirsi a quelle scoperte e teorie che nascono dall’osservazione di un dato inaspettato, inusuale o imprevisto (come la famosa suddetta mela della teoria gravitazionale di Newton). Resta solo da personalizzare l’esperienza di “serendipity”, che naturalmente riguarda in particolare colui che scopre questo o quell’arcano, e nel caso di Melencolia I, sono io che, in seguito all’osservazione di certe mele newtoniane fortuite (e non “tanto” cercate) che mi piovono dal cielo, traggo delle conclusioni interessanti. Così come mi è giunto ad hoc la lettura dell’articolo, precedentemente riportato, del periodico Focus, sul tempo all’incontrario, che è stato acquistato in edicola proprio ieri da mio figlio, mentre stavo scrivendo le suddette cose. Faccio seguire ora un altro articolo già annunciato in precedenza, cioè il nostro corpo biologico che fa capo in modo inverso ad un altro corpo al pari dei due suddetti universi paralleli e inversi.

 

Il corpo vitale è un aggregato di ioni? (8)
Gli esperimenti furono condotti da Watter. Egli prese dei topi e li introdusse in una camera Wilson. La camera Wilson è una camera a nebbia dove è possibile vedere anche le conformazioni materiali più sottili. Preparò un dispositivo per raffreddare il fondo della camera Wilson in modo da provocare la morte per assideramento dei topi. Quindi aspettò che la morte delle cavie avvenisse” (9).

  Nella camera di Wilson (vedi figura sotto), o ad espansione, mediante un pistone l’aria satura di vapore viene sottoposta a rapida espansione. Il conseguente raffreddamento rende l’aria sovrasatura e il vapore acqueo si viene a trovare in equilibrio tanto instabile da condensare sugli ioni prodotti dal passaggio di particelle cariche che lo attraversano; queste sono rese visibili dalla scia luminosa di minute goccioline e fotografate. Lo scienziato poté constatare che l’istante in cui il topo cessava di vivere coincideva con la comparsa di una sagoma scura che si staccava dalla testa dell’animale morto per assideramento. Detta sagoma presentava la stessa forma e le stesse dimensioni del corpo dell’animale. Egli notò inoltre che in qualche caso non si riusciva a fotografare questo “doppio” dell’animale, ma ciò era dovuto semplicemente al fatto che l’animale stesso non era morto e poteva infatti essere rianimato. Questo esperimento sembra confermare, in chiave moderna, quanto ci è stato tramandato dalle più antiche dottrine e dalle descrizioni dei sensitivi circa il distacco di un quid energetico (corpo pranico, doppio eterico, ecc.) dal corpo dei defunti al momento della morte.

La camera a nebbia, o di Wilson, è un rivelatore di particelle elementari il cui funzionamento si basa sulla proprietà dell'aria satura di vapore d’acqua di divenire soprasatura in seguito ad un brusco raffreddamento. Se vi sono opportuni centri di condensazione, il vapore d’acqua condensa in una fitta nebbia di goccioline. Se l’aria, dopo essere stata purificata, è improvvisamente raffreddata, le gocce di acqua indicano la presenza di ioni prodotti dall’urto di particelle cariche. Quando una particella carica passa attraverso la camera, le coppie di ioni lungo il suo cammino sono prontamente circondate da gocce d'acqua. La disposizione di queste ultime, che possono essere fotografate su di uno sfondo nero, mostra il percorso della particella. Se il corpo vitale che si libera al momento della morte da un organismo vivente è in grado di ionizzare l’aria soprasatura della camera a nebbia, in modo di riprodurre la forma dell'animale che ha cessato di vivere, c’è da pensare ad una emissione, da parte di detto corpo vitale, di particelle cariche (ioni) e/o di radiazioni ionizzanti.

Al russo V. S. Grishchenko si deve l’invenzione del termine “bio-plasma” che vuole estendere al mondo biologico il concetto di plasma, termine col quale, nella fisica moderna, viene definito un gas ionizzato ad alta densità emacroscopicamente neutro. Questo corpo di plasma biologico sarebbe, secondo il professor Vladimir Inyushin ed i suoi collaboratori dell’Università di Alma Ata, il responsabile della bioluminescenza visibile nelle foto ottenute con la camera Kirlian (10). Questi sperimentatori non hanno avuto difficoltà ad ammettere che il corpo bioplasmico altro non sarebbe che una riscoperta del corpo eterico (spesso confuso col corpo astrale) o doppio eterico, o corpo fluidico delle antiche filosofie e delle dottrine orientali (11).

Circa cinquant’anni fa i professori Harold Burr e F.S.C. Northrop di Yale enunciavano la loro “teoria elettrodinamica della vita”, secondo la quale tutti gli esseri viventi possiedono un “campo elettrico organizzatore”, al quale diedero il nome di “campo-V” (V da vita). Questo non va confuso con la variazione di conduttività della pelle o con le correnti ioniche trasmesse dai tessuti. Si tratta invece di deboli correnti continue e alternate a bassa frequenza, la cui tensione è dell'ordine dei millivolt. È un campo elettrico presente in ogni organismo del mondo biologico, dal più piccolo seme, all’animale e all’uomo e fin dallo stato embrionale presenta tutte le caratteristiche che poi si manifesteranno nell'individuo adulto, comprese le anomalie dovute a difetti congeniti o a malattie. Il campo-V si genera nel corpo ma è possibile apprezzarlo anche ad una certa distanza da esso. I suoi valori subiscono variazioni con lo stato di salute del soggetto, il che avrebbe reso possibile effettuare diagnosi di malattie prima che se ne manifestassero i sintomi. Le variazioni del campo-V sono in relazione anche con lo stato elettrico dell’atmosfera (onde elettriche a bassa frequenza), con i cicli lunari e solari e con gli stati d’animo. A questo proposito sono particolarmente interessanti le ricerche del dottor Leonard Y. Ravitz, allievo di Burr, circa l’esistenza di cicli nel campo vitale “elettrodinamico”, cicli diurni, stagionali e semiannuali. In una sua memoria pubblicata negli Annali dell’Accademia delle Scienze di New York, n. 96-1962, egli riferì di aver potuto registrare, attraverso le misure del campo-V, “un’ampia varietà di stati emozionali” (12).

Come si è verificato con l’articolo sul tempo all’incontrario suddetto, lo stesso è stato per farmi capire bene la natura dell’astro di Melencolia I, che mi è parso funesto se pur medicamentoso per il tema della melencholia da risolvere. Nel caso della cometa dell’opera in osservazione è accaduto qualcosa di più, perché ho letto, non pochi giorni fa, un articolo sul quotidiano locale che fra poco esporrò, giusto in sintonia di questo saggio in gestazione. E così è stato per altre cose di cui se ne parlerà. Questa condizione favorevole che permette utili intuizioni non è nuova a tanti che sono predisposti, chi a fare poesie, altri a fare romanzi e via dicendo: si chiama ispirazione ma che giunge nel momento adatto in seguito ad abbrivi del genere di serenditipy, come già specificato. Come ho detto all’inizio, Albrecht Dürer arriva a dire in proposito che si tratta di un «dono è meraviglioso. Dio infatti spesso dà la capacità di apprendere e l’attitudine a fare qualcosa di buono a un uomo di cui non trova l’eguale nella sua epoca, né per molto tempo prima né in quella immediatamente seguente».  Dürer  era  Dürer, e aveva tutti i titoli per mettersi in cattedra (ma era così per gli artisti arrivati nel Rinascimento), mentre io sono men che niente per fare come lui e poi la cosa non rientra nel mio temperamento. Insomma nel caso mio mi servo dell’imbeccata casuale, come quella che ora esporrò, ed in seguito altre, per il preciso scopo di descrivere molto bene come vedo certe cose di Melencolia I in questione, tutto qui. Per precisare che per è superfluo indagare (se potessi) sulla eventuale relazione fra le due cose in parallelo fra loro, pur non escludendo che vi possa essere. Questo vale anche per i fatti della scienza moderna tirati in ballo per vederci meglio nel mondo di “dietro lo specchio” valicato a suo tempo da Albrecht Dürer con Melencolia I.
Ed ora ecco l’articolo sull’etimologia «astrale» del ferro che mi ha indotto a confermare l’idea che l’astro di Melancolia I sia connesso con un evento meteoritico che poi farò vedere.  

L’etimologia «astrale» del metallo (13)
Nella pagina della cultura del giornale di sabato 21 marzo ho letto con vivo interesse il bell’articolo intitolato «L’Arte del Ferro». In esso veniva offerta un’ampia e pregevole relazione concernente il convegno «Siderurgia arte e industria», tenutasi nei giorni scorsi presso Brixia Expo nell’ambito della rassegna Made in Steel. Vorrei a questo riguardo offrire però un’interpretazione diversa circa la storia della parola «siderurgia» che l’articolista propone, per altro non di suo, ma relazionando l’intervento al convegno del critico d’arte professor Domenico Montalto. Ovviamente chiedo anticipatamente venia perché magari scriverò delle inesattezze, ma io non ho alcun titolo in materia e solo mi affido alla memoria, magari traballante, del liceo classico frequentato ormai trent’anni oro sono. Tuttavia mi pare proprio di ricordare una splendida lezione del professor Tullio Cavalli circa questo splendido argomento, ed è soprattutto per far memoria di questo meraviglioso insegnante, purtroppo prematuramente scomparso nel 1982, che mi sento di condividere con i lettori questi pensieri.
Tornando all’articolo, in buona sostanza vi si afferma che il legame tra il greco «sideros» (ferro) ed il latino «sidus, sideris» (astro)... «rimanda ad un senso di splendore e luminescenza che accomuna il ferro alla luce...». In realtà credo di poter dire invece che il rapporto tra i due termini si giustifichi dal fatto che agli albori della civiltà l’unico tipo di ferro conosciuto era quello di provenienza, per così dire «astrale», cioè meteorico, indipendentemente quindi da un discorso di lucentezza.

La lavorazione, esclusivamente a freddo, era difficilissima e costosissima, in relazione anche alla estrema esiguità della materia prima, a tal punto che era riservata solo ai gioielli, arredi sacri e funerali destinati a personaggi regali. Il ferro quindi è concettualmente accomunato all’astro non per via della luce  di questo, ma per via del fatto che proviene da un meteorite. Il ferro come lo conosciamo e lo intendiamo noi, infatti, ha preso piede sul bronzo solo attorno al 1200 a.C., probabilmente a causa di ripetute crisi per approvvigionamento del rame e della stagno necessari per creare la lega. La tradizione letteraria greca offre anche una spiegazione di natura vagamente storica (che in realtà lascia il tempo che trova) a questo passaggio di consegne tra il bronzo ed il ferro. Si dice, infatti, che con la perdita di potere dell’impero Hittita il popolo dei Calibei, ritenuto l’inventore del processo di produzione del ferro battuto, ed in precedenza soggiogato da quella popolazione anatolica, poté liberarsi e diffondere le proprie conoscenze.
Una conferma di quanto detto sopra circa questa materia la offre Omero, che raccontando della presa di Troia ci parla di uomini che si muovono ancora nell’età del bronzo, sia pur nella sua fase terminale, e che con armi di bronzo combattono e si uccidono. Infatti, anche l’articolo del giornale, rifacendosi al tema letterario di Efesto che forgia le armi di Achille, cita il libro XIII dell’Illiade (nei versi 468-618) che narrano la splendida descrizione dello scudo di Achille) dove non si fa alcun riferimento al ferro, ma di Efesto si dice: «Kalkon den pyri ballen ateirea kassitroo te»...(...metteva sul fuoco rame puro e stagno...). Ovviamente queste cose di cui ho parlato, sono solo le mie idee, anzi memorie un po’ offuscate e magari non del tutto esatte. Tuttavia un valore l’hanno comunque avuto, cioè quello di avermi ricordato le lezioni del professor Cavalli, che serbo tra i ricordi più belli della mia vita.
Paolo Zanetti  

 

Nell'immagine a lato,
i
nsieme figurativo-simbolicodella fase di influenza etrusca. Due personaggi armati, forse danzanti, con casco raggiato, doga e scudo combattono contro un simbolo (la “rosa camuna”); sul lato destro un animale. Foppe di Nadro (Ceto), roccia 24, media età del Ferro, periodo IV E-F.

L’oggetto di questa illustrazione camuna non è menzionato nell’articolo suddetto, ma vi trova aderenza. Riguarda un incisione rupestre in cui è in mostra la cosiddetta Rosa Camuna che è diffusamente presente in molte incisione della Val Camonica di Brescia. Si tratta anche dell’emblema della Regione Lombardia. É mia opinione, condivisa anche da altri, che si riferisca una caduta di una meteorite, in seguito alla quale l’antico popolo camuno lo deve aver ritenuto come un segno del cielo e così divenire emblema religioso di cui aver sacro timore.

Fin qui il resoconto di un fatto che non sembra riguardare l’argomento di Melancolia I, tuttavia, averlo letto mi ha fatto sorgere l’idea che l’astro di quest’opera sia anch’essa una meteorite piovuta dal cielo.  Questo fatto mi ha suggerito di indagare su eventuali avvenimenti analoghi, magari, noti a Dürer. Se sì sarebbe l’appiglio per immaginare che egli vi si sia ispirato. Giusto la solida ragione della presenza del metallo ferroso che, in modo traslato, è l’elemento di cui ha bisogno tutto il contesto soggetto alla malsana melancholia per vincerla attraverso la lotta. Di qui la mia supposizione della ragione principe dell’opera di Melancolia I:

«L’Agnello, il Signore dei signori e il Re dei re» (Ap 12, 5), «destinato a governare  tutte le nazioni con scettro di ferro» (Ap 17,14).

Infatti mi è bastato poco per risalire ad un effettivo caso clamoroso della caduta di una meteorite in una località della Francia nel 1492 e Dürer, che era nato venti anni prima ne doveva essere informato. Ma c’è di più perché in questo avvenimento è implicato l’imperatore Massimiliano d’Austria e sappiamo che Dürer è stato al suo servizio eseguendo fra l’altro il suo ritratto ed altro di assai interessante. Fatto casuale? No per chi come me ha un’immaginazione fervida, per giunta servita a puntino da un Argo che fiuta in continuazione. Certo è che il rapporto di Dürer con questo imperatore è così stretto da lasciare intuire che egli poteva riporre in lui tutte le sue speranze di un Cesare terreno, germanico soprattutto, tale da identificarlo con il mezzo umano per attuare la profezia del Signore e Re con scettro di ferro dell’Apocalisse di Giovanni.

Nell'immagine a lato,
La Festa del Rosario. Galleria nazionale Národní di Praga

Prova ne è la famosa grande tavola La Festa del Rosario (das Rosenkranzfest) per la chiesa di San Bartolomeo. Il dipinto, rappresenta la Madonna che viene incoronata da due angeli che a sua volta incorona l’imperatore. Più tardi venne acquistato dall’imperatore Rodolfo II, fu portato a Praga ed esposto nel convento di Strahov. Attualmente si trova nella galleria nazionale Národní. Occorre anche credere a tali eventi, poiché si tratta di concezioni relative nel tempo. Per significare che non si contano tali possibili Cesari pur necessari per svolte evolutive decisive per l’umanità, buone e cattive. Questo non significa che il profeta in Dürer ci abbia azzeccato con la clessidra, ovvero che Massimiliano sia il giusto Cesare, mentre lo potrà essere un altro di là da venire, ma non si può sapere se anche lui germanico e/o austriaco. Non si deve dimenticare che Dürer è stato fortemente influenzato dal Rinascimento italiano. Giusto un immaginario germe latente in prospettiva di eventi futuri. Verso la fine si affacceranno le condizioni per un serio esame di reperti che mostreranno un barlume su questo arcano (file aggiornato nel Luglio 2009).

                                                                       Gaetano Barbella

Note
1- De Chirico Giorgio. Il senso del presagio in Metafisica, a cura di E. Coen, Electa Mondadori, Milano, 2003, pag. 52.
2- Dall'inglese free+mason (libero muratore), da cui derivano i corrispondenti termini in italiano (framassone) e in francese (franmacon).
3- In italiano, teppisti e anche veggenti. Come si nota, la radice dei termini francesi deriva dal verbo voir, vedere, per cui in italiano è un doppio senso intraducibile.
4- 
Il testo era inciso su una lastra di smeraldo ed è stato tradotto dall’arabo al latino nel 1250. Esso rappresenta il documento più celebre degli scritti ermetici ed è attribuito allo stesso Ermete Trismegisto. La tradizione vuole che Ermete incise le parole della Tavola su una lastra verde di smeraldo con la punta di un diamante e che Sara, moglie di Abramo, la rinvenne nella sua tomba (altre versioni indicano come scopritore Apollonio di Tiana o Alessandro il Grande).
5-
La storia di Amore e Psiche viene messa per iscritto da Apuleio, scrittore latino del II secolo. L’unico romanzo latino a noi giunto sono Le metamorfosi, opera parzialmente autobiografica di Apuleio in 11 libri, nella quale il protagonista narra la sua trasformazione in asino. Nel testo Apuleio aggiunge molte sotto trame nate da leggende popolari. Tra le più belle troviamo senza dubbio “Amore e Psiche”. Eros e Psiche, favola che occupa addirittura due libri, e, come il resto delle Metamorfosi, ha un significato allegorico: Cupido (identificato con il greco Eros, signore dell’amore e del desiderio), unendosi a Psiche (cioè l’anima), le dona l’immortalità, ma Psiche per giungervi deve affrontare innumerevoli prove, tra cui quella di scendere agli Inferi per purificarsi. Anche la posizione centrale della favola nel testo originale aiuta a capire lo stretto legame che lega questo “racconto nel racconto” con l’opera principale; è infatti facile scorgere in questa favola una “versione in miniatura” dell’intero romanzo: come Lucio, anche Psiche è una persona “simplex et curiosa”, e come Lucio compie un’infrazione, che viene duramente punita, e solo in seguito a molte peripezie potrà raggiungere la salvezza. Il nome Psiche (in greco significa “anima”) allude al significato mistico della storia. E riconduce alle prove che la donna dovrà affrontare nel corso della storia, simbolo delle iniziazioni religiose al culto di Iside. Vedasi Sito internet: http://it.wikipedia.org/wiki/Amore_e_Psiche
6- Jean Pierre Luminet, Specchio n.9, 23.03.1996
7- Il termine serendipity entra nel vocabolario delle scienze sociali grazie al lavoro di Robert K. Merton, il quale, interessato da sempre alla sociologia della conoscenza, ne fa uso per elaborare una teoria sulla accidentalità delle scoperte scientifiche. Egli riprende questo termine inglese, comparso a fine XVIII secolo, da Horace Walpole il quale, leggendo il racconto Tre principi di Serendippo di Cristoforo Armeno, conia la parola serendipity per identificare tutti quei casi che si scopre inaspettatamente una cosa, mentre si era alla ricerca di un’altra. Merton affronta l’analisi delle scoperte scientifiche nella sua opera più nota Teoria e struttura sociale, dove usa il termine di serendipity per riferirsi a quelle scoperte e teorie che nascono dall’osservazione di un dato inaspettato, inusuale o imprevisto (come la famosa mela della teoria gravitazionale di Newton). Con serendipity, dunque, non si intende la casualità della scoperta, bensì l’accidentalità insita nella ricerca scientifica che lo scienziato deve saper cogliere o seguire, anche inconsapevolmente, e che conduce a scoperte fondamentali per l’avanzamento dell’uomo nella conoscenza. Il concetto di serendipity rafforza l’idea di una realtà che deve essere letta attraverso i segnali che ci fornisce, allo scienziato spetta il compito di saperli leggere. Attraverso questo concetto, Merton sottolinea anche il carattere di necessaria apertura che uno scienziato deve avere nel suo lavoro di ricerca. Più tardi il sociologo americano lavorerà anche su uno studio storico e semantico della serendipity, attraverso l’analisi dei significati che la parola ha assunto nella storia. Il libro uscirà postumo con il titolo The Travels and Adventures of Serendipity: A Study in Sociological Semantics and the Sociology of Science. Molti sono gli esempi delle scoperte avvenute attraverso la serendipity, tra le quali è possibile citarne alcune: il nuovo continente scoperto da Cristoforo Colombo, l’acido lisergico di Hoffman, la scoperta di Urano di Herschel mentre era alla ricerca di comete, la bioelettricità da parte di Galvani e molti altri. Vedasi Sito Internet: http://sociologia.tesionline.it/sociologia/
 8- Vedasi Sito Internet: http://www.edicolaweb.net
9- Ugo Plez: “Le Scienze perdute”, Ediz. M.E.B., 1974, Torino, p. 123.
10- S. D. Kirlian, elettrotecnico di Krasnodar, scoprì per caso nel 1939 che una misteriosa luminescenza, emessa da tutte le cose viventi e non captata dall’occhio umano, può essere fotografata senza l’impiego di macchina fotografica, ma semplicemente facendo attraversare l’oggetto, applicato sulla lastra fotografica, da una scarica ad alta tensione (da 20.000 a 200.000 volts) e ad alta frequenza (da 30.000 a 200.000 Hz). Le foglie, appena tolte dalla pianta, appaiono circondate da un’aura variamente colorata, costituita da minuscoli punti luminosi e brillanti, che si attenuano fino a scomparire a mano a mano che la foglia appassisce. Le dita umane sembrano lanciare energia fiammeggiante d’intensità e di colore variabile con lo stato di salute del soggetto.
11- P. Tompkins e C. Bird, La vita segreta delle piante, Ed. Sugarco, Milano, 1975.
12- G.L. Playfair S. Hill, op. cit., pagg. 199, 237, 291.
13- L’arte del ferro di Paolo Zanetti, lettere al Direttore, Giornale di Brescia – 39.03.2009.