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Storia della magia
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STORIA DELLA MAGIA NELLA ROMA IMPERIALE
di Devon Scott

Nella sua Storia naturale Plinio il Vecchio, nel I secolo d. C., analizzò le scuole di magia in uso a Roma (1): la principale era quella persiana, seguita dalla giudaica e dalla cipriota, figlia della magia egizia. 
Quest'ultima magia, di carattere molto pratico, era diretta soprattutto a combattere due grandi mali dell'epoca: la mortalità infantile e quella delle madri dopo il parto. La sapienza ostetrico-ginecologica e pediatrica degli Egizi era proverbiale, mescolanza di nozioni religiose, mediche e magiche; c'era addirittura il trattato Incantesimi per la madre e per il bambino, che insegnava alle donne come tutelare se stesse e la propria prole. Da Cesare in poi, dopo la venuta di Cleopatra a Roma, la magia egizia si diffuse in tutto il territorio dell'Impero.
Lo stesso Plinio, che non perdeva mai un'occasione per tuonare contro l'empietà dei maghi, consigliava un coleottero rinsecchito, appeso al collo, come amuleto per la salute del bambino, su imitazione degli scarabei egizi.



 

 I maghi egizi esercitavano a Roma, alcuni con scarso credito, come il mago Petosiris menzionato da Giovenale, figura grottesca di ciarlatano, altri invece molto rispettati. Fra questi ricordiamo lo "hierogrammateus", lo scriba sacro, che nel tempio di Iside aveva il compito di leggere i testi sacri, regolamentare le cerimonie e compilare opere letterarie e scientifiche per la biblioteca del tempio; inoltre aveva l'incombenza di esercitare la magia per il benessere della comunità. 

Nell'immagine a lato,
"Cleopatra", in un disegno di Michelangelo Buonarroti


Dione Cassio racconta come uno di questi scribi sacri, Harnouphis, nell'estate del 172 d. C., fosse stato protagonista del "miracolo della pioggia": con un'operazione di magia teurgica (cioè la magia bianca, opera degli dei, contrapposta alla magia nera goetica, opera dei demoni), invocando Thot ed il dio dell'aria Shu, avrebbe provocato un nubifragio sui nemici ed una pioggia benefica e ristoratrice sui soldati romani, arsi dalla sete, mentre sulle rive del Danubio combattevano contro i barbari Quadi.

La magia persiana era arrivata a Roma portata dai soldati, affascinati dal culto maschile del dio Mithra. Divinità solare e guerriera, che veniva invocata in battaglia, con mille orecchie e diecimila occhi, Mithra, il cui nome significa "amico", vegliava sulla concordia fra gli esseri umani. Il mito narrava come egli avesse catturato ed ucciso il toro primordiale; dall'animale morente erano nati gli animali, le piante e gli uomini, benedetti dal sangue del sacrificio. Quando sulla terra nasceva un uomo, l'anima scendeva dai cieli per entrare nel corpo; questa discesa la contaminava, ma nella vita terrena essa aveva la possibilità di purificarsi con un comportamento coraggioso e retto; al momento della morte, gli spiriti della luce e quelli delle tenebre si contendevano l'anima, ma Mithra l'aiutava a raggiungere il cielo.
Per accedere ai misteri di Mithra (2) c'erano sette gradi iniziatici: il più basso era il Corvo, poi c'erano il Nascosto, il Soldato, il Leone, il Persiano, il Corriere del Sole ed infine il Padre, grado che spettava solo alle guide religiose; tutti questi passaggi comportavano prove molto dure. Per commemorare il sacrificio del toro fatto da Mithra si svolgevano rituali in cripte o grotte di forma allungata. Su di un lato corto c'era la porta, sull'altro un altare e sui due lati lunghi c'erano le panche per gli iniziati; accanto all'altare stavano il rappresentante del dio, con un berretto frigio, e due Dadofori (portatori di fiaccole), uno con una fiaccola alzata, l'altro abbassata; una testa di leone raffigurava il tempo, un leone intero il fuoco, un'anfora l'acqua, un serpente la terra. Intorno all'altare si svolgevano le agapi rituali di vino e carne. Questo culto militaresco fu avversato dai Cristiani e cancellato dopo Costantino, ma sopravvisse per lungo tempo nelle province del Nord.

Per quel che riguarda la magia giudaica citata da Plinio, fu responsabile della sua diffusione la setta degli Esseni, costituita da comunità che vivevano sulle sponde del Mar Morto e che si sottoponevano ad una rigida disciplina volta all'ascetismo. Essi erano molto vicini alle dottrine orfiche e neo-pitagoriche; credevano alla pre-esistenza dell'anima, alla vita dopo la morte, ai demoni ed alla possibilità di prevedere il futuro. 

Nell'immagine a lato,
"Arco di Tito", particolare. Le spoglie del Tempio di Gerusalemme entrano in Roma. Si noti la Menorah, il leggendario candelabro a sette braccia

 

La parola Esseni significa "i puri, i pii"; infatti essi avevano la convinzione di essere l'unico vero popolo di Dio, in contrapposizione ai seguaci del tempio di Gerusalemme, da loro giudicati corrotti ed impuri. Nel 1947 furono scoperti i primi di una serie di documenti, chiamati Rotoli del Mar Morto, che contenevano testi da meditare e le regole alle quali la comunità essena si sottoponeva (3). Sono state anche trovate copie di parti del Vecchio Testamento in ebraico, risalenti al primo secolo a. C.; queste scoperte hanno aperto nuove prospettive nell'interpretazione della Bibbia.

La costituzione dell'impero, territorio vastissimo con gente di razza, religione, usi e costumi molto diversi, favorì la mescolanza delle credenze religiose, che Roma guardava con tolleranza. Nelle grandi città, tra cui Antiochia, Alessandria, Bisanzio e la stessa capitale Roma, si incontravano culture differenti, che finivano con l'influenzarsi a vicenda. Questo diede origine al fenomeno del Sincretismo, che era "la tendenza a fondere dottrine filosofiche e religiose molto diverse fra loro, in sintesi che instauravano punti di contatto e di accordo spesso soltanto superficiali" (4). Le dottrine che arrivavano dalle varie regioni dell'impero attiravano per il loro legame intimo e personale con la divinità, in contrasto con il carattere più esteriore e formale della religione ufficiale, che era soprattutto una religione politica. Un valido esempio è dato dalle religioni misteriche, fatte di rapporti di fratellanza e di uguaglianza fra gli adepti, al di fuori delle abituali gerarchie sociali; il Cristianesimo trovò un fertile terreno fra i poveri e gli oppressi, terreno già preparato dall'incontro con questi culti iniziatici. In particolare, Alessandria d'Egitto aveva molti cenacoli intellettuali ed era il terreno propizio per la nascita di nuove correnti di pensiero. Fu proprio qui che si sviluppò la nuova filosofia neo-pitagorica, definita "ellenistico-alessandrina" proprio perché tenuta a battesimo dagli ambienti colti della città egiziana. Pare che proprio ad Alessandria sia nato Claudio Tolomeo, nella prima metà del II secolo d. C., autore del Tetrabiblos, una delle più importanti opere di astrologia dell'antichità, e dell'Almagesto, che trattava di astronomia.

In questo clima culturale e psicologico maturò la "rilettura" in chiave mistica ed esoterica dei filosofi dell'antica Grecia, tra cui Pitagora, che era stato fondatore di una scuola mistico-magica. Furono pubblicati alcuni scritti a lui attribuiti, come le Lettere, i Simboli ed i celeberrimi Versi aurei, creando la fama della sua saggezza iniziatica. Il principale artefice della diffusione dell'idea di Pitagora come mago fu Apollonio di Tyana, a sua volta famoso mago e taumaturgo del primo secolo d. C.; la sua vita fu raccontata da Flavio Filostrato un secolo più tardi. Nato a Tyana, in Asia Minore, contemporaneo di Cristo, Apollonio fu educato a Tarso, in Cilicia, poi presso il tempio di Esculapio di Egea, dove gli fu proposto di diventare seguace di Pitagora, alla cui rigorosa disciplina egli si sottopose per tutta la vita. Egli viaggiò in Oriente, per conoscere quanto più poteva delle varie dottrine, e la leggenda dice che faceva cose mirabolanti ovunque andasse.
Ad Efeso avvertì la popolazione dell'avvicinarsi di una terribile pestilenza, ma non fu creduto, finché la malattia non cominciò a mietere vittime; allora Apollonio affermò che ne era responsabile un povero mendicante, che egli chiamò "nemico degli dei". Avendo egli consigliato di lapidarlo, gli Efesini rifiutarono, considerando la cosa troppo crudele; ma poi qualcosa nello sguardo del mendicante li convinse che Apollonio aveva ragione. Il mendicante fu coperto con un cumulo di pietre; una volta rimosse, per dargli pietosa sepoltura, non vi si trovò sotto il corpo dell'uomo, ma quello di un enorme cane nero: il demone responsabile della peste. Recatosi a Roma, Apollonio richiamò dalla morte una fanciulla, figlia di un importante console; costei, prossima alle nozze, era caduta esanime, all'apparenza morta, e veniva pianta da tutta la città per la sua bellezza e bontà.

L'impresa più famosa di Apollonio fu, però, il salvataggio del suo discepolo preferito, Menippo. Questo giovane di Corinto, buono, saggio e gentile, ma molto povero, aveva incontrato una donna bella e ricchissima, la quale aveva insistito per sposarlo, nonostante la differenza di ceto sociale, dicendosi di lui innamorata. Invitato al matrimonio come ospite d'onore, egli si accorse subito che gli innumerevoli servi, le ricche vesti, il prezioso vasellame e gli addobbi sfarzosi della casa della sposa non erano che apparenza: la donna era un vampiro. Con una formula magica egli fece scomparire la casa e tutto il resto, costringendo poi la donna a confessare il suo piano: ingrassare il povero Menippo per poi divorarlo, poiché era sua abitudine nutrirsi di giovani dal sangue puro e forte.
Apollonio rifiutò sempre la qualifica di mago; egli si considerava un filosofo e se, talvolta, le sue parole potevano dimostrare che aveva il dono della prescienza, come era successo quando aveva avuto la visione dell'incendio di Roma o dell'assassinio di Domiziano nello stesso momento in cui questi fatti avvenivano, questo dono era per lui solo la "saggezza rivelata da Dio a tutti i saggi". Egli amava ripetere spesso questa preghiera: "Accordatemi, o dei, di possedere poco e di desiderare nulla". La leggenda dice che Apollonio capiva il linguaggio degli animali; a questo proposito Filostrato riferisce che, mentre stava parlando ad un gruppo di Efesini circa il dovere di aiutarsi l'uno con l'altro, molti passeri stavano sui rami degli alberi ad ascoltare; ad un tratto arrivò un passero, che si mise a cinguettare, quasi annunciando una notizia: tutti i passeri gridarono e si slanciarono dietro di lui. Gli Efesini, molto superstiziosi, videro nel fenomeno qualcosa di funesto; ma Apollonio rise e disse loro che il passerotto aveva semplicemente detto agli altri che un garzone del fornaio aveva fatto cadere del grano sulla strada e ne aveva raccolto poco, lasciandone una grossa parte a terra: non era nulla di funesto, ma solo un invito ad un banchetto. Gli Efesini vollero controllare e si trovò che ciò che aveva detto Apollonio era proprio vero: lo stormo di passeri stava mangiando a quattro palmenti il grano.
Apollonio scrisse numerose lettere e trattati, dei quali restano pochi frammenti riportati da altri autori: una Vita di Pitagora, un'opera in quattro volumi sull'astrologia, un manuale sul come fare sacrifici agli dei ed un Inno alla memoria. Gli viene attribuito anche il Nyctemeron, uno strano testo magico che elenca dodici ore, corrispondenti ai dodici segni dello Zodiaco, e dà indicazioni per arrivare all'iniziazione (5). La sua morte non fu meno spettacolare della vita: egli scomparve misteriosamente ed i suoi discepoli affermarono che era stato portato in cielo. I suoi concittadini gli dedicarono un tempio a Tyana e molte statue furono erette in suo ricordo.

Mentre Apollonio girava per l'Oriente, a Roma regnava l'imperatore Tiberio (14-37 d. C.), il quale fu responsabile del diffondersi dei processi per stregoneria; egli fece condannare a morte coloro che consultavano maghi ed astrologi, ma non esitò a servirsi del proprio astrologo privato. In questo periodo prese corpo la temutissima figura della strega, che assunse caratteristiche precise che avrebbe conservato, col passare dei secoli, fino ai tempi moderni. 
Famosi poeti come Orazio, Ovidio, Lucano, Virgilio, Tibullo e Properzio parlarono di riti magici nelle loro opere, dimostrando di conoscerli piuttosto bene.
Orazio (6) ci ha lasciato un'accurata descrizione di riti negromantici (per notizie sulla stregoneria nella Roma antica, cliccate qui).           
Abbastanza repellente è anche il corredo di Panfila, la maga descritta da Apuleio ne L'asino d'oro. Lucio Apuleio nacque nel 125 d. C. a Madaura, colonia romana nell'odierna Algeria; di famiglia ricchissima e potente, passò la giovinezza a viaggiare ed a studiare retorica e filosofia. Poco più che trentenne, dopo aver sperperato il suo patrimonio, dovette subire un processo, perché accusato dai parenti della moglie Prudentilla di averla sedotta con arti magiche per derubarla dei suoi averi, dato che ella era di dieci anni più vecchia e molto ricca. Il processo lo discolpò e gli lasciò la fama di uomo versato nella magia, fama che egli aumentò con le sue opere (7), come il Della magia ed in sua difesa, le Metamorfosi, o l'asino d'oro, il Demone di Socrate. Morì a Cartagine attorno al 175.  
L'asino d'oro narra l'avventura del giovane Lucio, che si reca in Tessaglia, terra della magia, e qui conosce la bella Fotide, serva nella casa di Panfila; l'ancella, che amoreggia con lui, gli rivela che la padrona è una strega. Nel suo abbaino, aperto a tutti i venti, Panfila conserva erbe misteriose, tavole di metallo con strani segni incisi, frammenti di cadaveri, sangue di persone assassinate ed unguenti di ogni sorta. E' proprio grazie ad uno di questi unguenti che la strega può tramutarsi in uccello e volare. Lucio viene preso da una smania: vuole volare come Panfila; convince allora Fotide, con mille moine, a rubare per lui un poco del magico unguento. Ma la fanciulla sbaglia barattolo ed il povero Lucio viene tramutato in asino. La sua vita si fa drammatica: finisce nella mani di crudeli ladroni, poi di contadini che lo strapazzano, poi di soldati romani, patendo la fame, stremato dalle fatiche e segnato dalle percosse; come ultimo oltraggio lo vorrebbero strumento della punizione per una donna perversa di Corinto, condannata ad accoppiarsi pubblicamente con lui. Inorridito, Lucio-asino fugge, invocando la pietà della dea Iside, che gli compare davanti, spiegandogli cosa fare per recuperare forma umana: il giorno seguente Lucio incontra una processione e mangia delle rose. In questo modo può tornare uomo e cominciare una nuova vita come iniziato ai misteri di Iside, la dea misericordiosa che l'ha aiutato.  
E' stato detto che L'asino d'oro non è una storia di magia, ma di destino umano; il romanzo è carico di significati simbolici numerici di influenza pitagorica; la magia viene vista come uno strumento usato dall'uomo per accostarsi al dio e permettergli di trasformarsi aderendo ai sacri misteri. Questo tema viene ripreso nel Della magia, in cui Apuleio, riferendo le fasi del processo subito, difende se stesso difendendo anche l'arte magica, che egli definisce scienza pietosa e divina, arte gradita agli dei e pratica essenziale per chiunque voglia accostarsi ai misteri divini. A far circolare la voce di Apuleio grande mago furono, alcuni secoli dopo, soprattutto sant'Agostino e gli altri commentatori cristiani, convinti che la magia di Apuleio fosse dono di entità demoniache; negli ambienti intellettuali pagani dell'epoca egli fu invece considerato un insigne letterato ed uno spirito inquieto: non un mago, ma il degno figlio del suo tempo di crisi della cultura tradizionale, in cerca di una dimensione spirituale interiore forse troppo difficile da raggiungere.  

Gli imperatori romani ebbero un atteggiamento ambivalente nei confronti della magia: questa provocava già di per sé reazioni ambigue, perché da un lato suscitava scherno, dall'altro paura nei confronti di chi la esercitava; quasi tutti condannarono pubblicamente la magia, ma ebbero il loro codazzo di maghi ed astrologi personali. 

Nell'immagine sopra, "esaltazione della Madre Terra"; Roma, porta orientale dell'Ara Pacis, il monumento costruito per celebrare la grandezza di Augusto

Il primo imperatore, Ottaviano Augusto, molto scettico sull'astrologia, si era convertito ad opera di Teogene, che gli aveva predetto che sarebbe diventato sovrano di tutto il mondo. Nerone (54-68) aveva la sua reggia, l'elegantissima Domus Aurea, sempre piena di stregoni, perché sua moglie Poppea era una patita della magia. Marco Aurelio (161-180), l'imperatore saggio e filosofo, ricorse ad un mago quando sua moglie Faustina si accese di passione per un baldo gladiatore; il mago consigliò di uccidere il giovane e di costringere Faustina a strofinarsi il corpo col suo sangue ancora caldo. L'espediente, magari non molto magico, ma di fine psicologia, funzionò; l'imperatrice non riuscì più a pensare all'innamorato defunto se non con orrore e si può prevedere che la sola idea di un altro adulterio le ispirasse un invincibile disgusto.  
A Marco Aurelio successe Commodo, alla cui corte si trovava il non più giovane Settimio Severo, da poco vedovo, al quale un astrologo aveva predetto che sarebbe divenuto imperatore se avesse fatto il giusto matrimonio. Avendo saputo che in Siria c'era una fanciulla alla quale era stato predetto che avrebbe sposato un sovrano, egli si affrettò a partire per chiederla in moglie. Sposata la ragazza, egli tornò a Roma, convinto che il trono lo aspettasse; ma Commodo regnava indisturbato. Pensando che gli astrologi avessero sbagliato i calcoli, Settimio chiese un nuovo oroscopo; ma Commodo, informato della cosa, si infuriò, tanto più che era un terrore costante, per chi regnava, l'ipotesi che qualcuno potesse conoscere esattamente la durata del regno, traendone vantaggio. Settimio rischiò di essere giustiziato come stregone, ma provvidenzialmente Commodo fu assassinato ed egli gli successe sul trono imperiale.

Nel 244 giunse a Roma Plotino a diffondere le idee dei Neo-platonici. Egli era nato in Egitto; suo maestro ad Alessandria era stato Ammonio Sacca, che dirigeva una scuola di netta impronta esoterica, con l'obbligo del segreto su ciò che vi veniva insegnato. Per rispetto a questa regola Plotino cominciò a scrivere solo dieci anni dopo l'apertura della sua scuola a Roma; pressato dai suoi allievi, che volevano qualcosa di più del puro insegnamento orale, egli scrisse cinquantaquattro testi, raccolti in sei gruppi di nove, le Enneadi; quest'opera diede della filosofia greca una sintesi così mirabile da influenzare la religione ebraica, cristiana e maomettana. Plotino, già di per sé orientato verso la vita mistica, fu infiammato dalla lettura della Vita di Apollonio di Filostrato; studiò la filosofia pitagorica, poi quella platonica, infine le nuove teorie che arrivavano dal Medio Oriente. Questo fece sì che nel Neo-platonismo ci fossero anche concetti che nulla avevano a che vedere con Platone, ma molto col misticismo orientale. Per Plotino esisteva sopra ogni cosa l'Unità, che governava tutto; questa unità era un dio che trascendeva ogni cosa e di lui non si poteva sapere nulla, ma solo parlarne facendo analogie con le cose inferiori. Ciò che emanava dal dio era necessariamente a lui inferiore, come una luce è per forza meno luminosa della sorgente della luce stessa; gli esseri che emanavano da dio erano sempre più imperfetti man mano che si andava verso la molteplicità. L'Uno, immobile e identico a se stesso, emanava quindi l'universo come una luce emanava i suoi raggi; ma questo era molto diverso dall'universo come creazione, perché la creazione è un atto volontario da parte del Creatore, mentre l'emanazione è un processo eterno. 
Fu il suo discepolo Porfirio a raccogliere le opere del maestro; egli scrisse una Vita di Pitagora, Sulla filosofia tratta dagli oracoli ed una Introduzione alle categorie di Aristotele, opera importantissima, che fu in seguito tradotta in latino da Severino Boezio; questa lettura della logica aristotelica in chiave neo-platonica influenzò l'insegnamento della logica per tutto il Medioevo. Porfirio scrisse anche un trattato contro il Cristianesimo, a sostegno della nuova spiritualità pagana. Ma fu Giamblico a recuperare il patrimonio mitico e magico. Nato in Siria, nella seconda metà del III secolo, fu discepolo di Porfirio a Roma, poi tornò in Siria ed aprì ad Apamea una scuola, nella quale rimase ad insegnare fino alla morte. Egli scrisse molto, ma oggi ci restano solo i cinque libri del saggio Sui misteri degli Egiziani, oltre ad opere sulla matematica, nelle quali egli affermava che "chi non conosce le matematiche non potrà mai vantarsi di apprendere facilmente la più bella e più divina natura che Dio abbia concesso agli uomini di conoscere". Fu l'ispiratore delle idee di tolleranza religiosa dell'imperatore Giuliano, perché, sostenendo che l'Uno era inconoscibile ed ineffabile, ognuno poteva venerarlo come gli piaceva e questo rendeva lecito ogni credo religioso. 

Non erano solo le idee filosofiche greche a prosperare. Tra il I ed il III secolo fiorirono gli Apologeti cristiani, con Tertulliano in testa; convertitisi al nuovo credo, giunto dalla Palestina, essi cercarono di dimostrare che il Cristianesimo era una religione di pace ed amore, per niente pericolosa per il governo di Roma, e che non c'erano intenti eversivi nel rifiutare la figura dell'imperatore come un dio. 
"Ci raduniamo in gruppo- scrisse Tertulliano nell'Apologeticum- per ricorrere a Dio con le nostre preghiere. Questa è la forza che piace a Dio. Preghiamo anche per gli imperatori, per la loro corte e le loro alte magistrature, per lo stato del secolo, per la pace del mondo e per il ritardo della fine ultima. Ci raduniamo per interpretare le Sacre Scritture. Coi sacri canti nutriamo la fede, erigiamo la speranza, rinsaldiamo l'intima fiducia e rafforziamo l'apprendimento dei principi divini". 

Nell'immagine a lato,
Catacombe Romane, le sante Veneranda e Petronilla (particolare)

 


Ma il neonato pensiero cristiano cominciava già a dividersi in sette eretiche, contrarie al dogma. Questo si verificava anche perché c'era una grossa confusione dottrinaria, che rimase fino a quando non apparve sulla scena la Gnosi, che nasceva dal tentativo di interpretare il messaggio di Cristo in maniera non convenzionale. Il successo della Gnosi ebbe la conseguenza di convincere i Cristiani dell'urgenza di chiarire le proprie dottrine, stabilendo l'esatto significato della tradizione per evitare errori e contaminazioni.  
Le cronache riportano che sotto il regno di Valentiniano I, attorno al 370 d. C., un giovane fu processato e decapitato, perché scoperto nelle terme mentre toccava con una mano le piastrelle di marmo di una parete e poi il suo petto, contando sette lettere dell'alfabeto greco, un innocuo incantesimo da lui ritenuto utile per i suoi disturbi di digestione. Egli era un seguace della Gnosi, che il Merker ha definito "il più fastoso e romanzesco insieme di miti e cosmologie che l'ansia religiosa e l'accavallarsi di spiegazioni fantastiche dell'universo abbiano mai prodotto" (8). Le sette lettere greche, usate dal malcapitato nel suo scongiuro, corrispondevano ai sette pianeti ed erano considerate magiche dagli Gnostici, tanto da essere riprodotte sulle cosiddette "gemme gnostiche", o Abraxas, manufatti provenienti dal quartiere ebraico di Alessandria, dove c'erano valenti orafi. Questi talismani erano ornati di pietre semi-preziose, come ematite o diaspro, i cui colori e proprietà erano parte dell'efficacia magica. Dal nome Abraxas pare derivi la più famosa parola magica di tutti i tempi, Abracadabra, che aveva lo scopo di allontanare il male. La parola veniva scritta in vari modi; il più comune era il seguente:

                                                A B R A C A D A B R A

                                                A B R A C A D A B R

                                                   A B R A C A D A B

                                                     A B R A C A D A

                                                       A B R A C A D

                                                         A B R A C A

                                                           A B R A C

                                                             A B R A

                                                               A B R

                                                                 A B

                                                                   A

 

La formula assumeva la forma di un triangolo capovolto, cosa che fece supporre connessioni col mistero della Santissima Trinità; nel Basso Medioevo si diffuse l'abitudine di inciderla sulle croci. La derivazione gnostica sembra la più probabile, ma alcuni studiosi pensano che Abracadabra sia la contrazione della frase ebraica "Abreg ad habra", che significa "invia la tua folgore sino alla morte".
La cultura gnostica, nata ad Alessandria d'Egitto e fortemente influenzata dalla magia egizia, fu introdotta in Italia alla fine del II secolo d. C. dai Sethiani, setta che prendeva il nome da Seth, detto anche Tifone, fratello e nemico di Osiride; a differenza degli Egizi, però, gli Gnostici accostavano Seth all'omonimo biblico e lo consideravano una divinità benevola. Il suo nome era usato come sigillo sulle "Defixiones", rituali di magia ritrovati in tombe del III-IV secolo vicino a Roma e presso Cuma, incisi su lamine di piombo. Due documenti gnostici furono scoperti verso la fine del Settecento, anche se pubblicati molto più tardi: il Codex Askewianus, che prende il nome dal medico inglese Askew, ed il Codex Brucianus, dal nome del suo possessore J. Bruce. Il primo si trova al British Museum, è in copto e contiene la Pistis Sophia. Il secondo è alla Bodleian Library di Oxford; è scritto anch'esso in copto e contiene i due Libri di Jeu, pieni di formule magiche, ed un trattato di teologia senza titolo.

Le formule magiche gnostiche si rivolgono a divinità egizie e riportano serie di sillabe che in apparenza non hanno alcun senso, come la seguente, che mettiamo come esempio, contenuta nella Pistis Sophia: "Aeeiouo-iao-aoioia psinother-therinops-nopsither zagoure- pagouri nethmomaoth-nepsiomaoth markhkhatha" (9).  
Queste sillabe sarebbero crittogrammi che nascondono "nomi di potenza" segreti, dei quali ci si serve per le invocazioni ai Daimones, spiriti intermedi del cosmo platonico, pratica contro la quale si scagliavano gli autori cristiani.  
Pare che le sette gnostiche esistessero già in Palestina ai tempi della predicazione di Gesù: il rappresentante più famoso fu Simone di Samaria, detto Simon Mago, la cui storia è narrata negli Atti degli Apostoli, 8-9, 24.

"Vi era un tale, di nome Simone, che aveva esercitato in città le arti magiche e faceva sbalordire la gente della Samaria, spacciandosi per qualcosa di straordinario; e tutti, dal più piccolo al più grande, lo seguivano e andavano dicendo: "Costui è la virtù di Dio, quella che è detta la grande". Lo seguivano, dunque, perché già da lungo tempo li aveva incantati con le sue magie. Ma quando ebbero creduto a Filippo, che annunziava loro la buona novella del regno di Dio ed il nome di Gesù Cristo, uomini e donne si fecero battezzare. Allora anche Simone credette e, dopo essere stato battezzato, seguiva Filippo; e nel vedere i miracoli e i grandi prodigi che si compivano, era pieno di meraviglia" (10).

Ma le vecchie abitudini sono dure a morire; quando Simone vide che gli Apostoli potevano dare lo Spirito Santo con l'imposizione delle mani, offrì loro del denaro per poter avere lo stesso potere; allora Pietro si infuriò e gli rispose: "Va in perdizione, tu e il tuo denaro, poiché hai creduto che il dono di Dio si potesse acquistare col denaro. Tu non hai parte alcuna a questo riguardo, perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio. Pentiti di questa tua malvagità e prega il Signore che ti sia perdonato". Allora Simone si accorse del suo errore e chiese agli Apostoli di pregare Dio per lui, affinché non gli succedesse niente.  
I Vangeli non dicono altro di Simone e nulla indurrebbe a credere che sia stato il capostipite degli Gnostici; ma i critici cristiani identificarono il Simone del Vangelo con un omonimo nativo di Gitton, in Samaria; questo Simone, dopo aver conquistato la fiducia della gente con l'esibizione di prodigi magici, avrebbe pubblicato un libro, l'Esposizione, nel quale erano enunciate la dottrina degli Eoni ed altre credenze tipiche degli Gnostici. Attribuendosi poteri miracolosi, avrebbe ottenuto vantaggi materiali; dal suo nome deriva la simonia, che per il diritto canonico consiste nel fare traffico di cose spirituali. 
A confermare l'immagine di Simone come mago dai poteri diabolici c'è il Vangelo apocrifo Atti di Pietro, una novella che racconta le gesta di san Pietro, visto come un eroe del bene in lotta contro i nemici di Cristo. Essa riferisce che Simone, volendo dimostrare agli abitanti di Roma di essere un grande mago, sfidò san Pietro a un duello di prodigi. Dapprima finse di resuscitare un morto, facendo fare al corpo piccoli movimenti; allora intervenne san Pietro, che lo fece davvero rivivere. Simone si infuriò ed affermò di essere in grado, come Gesù, di ascendere al cielo; riuscì, infatti, a levitare, ma san Pietro, temendo che il falso profeta facesse proseliti, pregò Dio di farlo cadere. I diavoli che gli reggevano la veste, permettendogli di volare, udendo la fervida preghiera di Pietro lasciarono andare Simone e scapparono; il mago cadde, rompendosi le gambe.  

La dottrina della Gnosi deve il suo nome al termine greco gnosis, che significa conoscenza ed è preso dai Pitagorici, che con esso intendevano la conoscenza del divino propria degli iniziati; essa viene illustrata nei Vangeli Gnostici, datati fra il 120 ed il 200 d. C. Essi (11) non assomigliano né ai Vangeli canonici, né a quelli apocrifi, ma sono meditazioni sulla figura, sulle opere e sulle parole di Gesù Cristo, con un'impronta nettamente intellettuale ed inviti al lettore perché si fermi a riflettere su ciò che viene detto. La maggior parte di questi vangeli gnostici fu scoperta nel 1947 a Nag-Hammadi, nell'Alto Egitto, in una giara contenente tredici testi in copto del III-IV secolo d. C.; altri testi ci erano già noti, più che altro frammenti citati da autori cristiani, soprattutto i Padri Apologisti. Quindi oggi disponiamo della già citata Pistis Sophia, dei vangeli dei due codici inglesi, del vangelo di Giuda Tommaso, di quello di Filippo, di Maria, del vangelo apocrifo di Giovanni, della Rivelazione di Adamo a Seth, del vangelo di Verità, del Pensiero della grande potenza e dell'Ipostasi degli Arconti, oltre ad altri numerosi testi minori. Tutti questi testi circolavano liberamente fra i primi Cristiani.  
Il credo degli Gnostici, fondamentalmente pessimista, si basa sul fatto che alle origini del nostro mondo assurdo non può esserci un'intelligenza divina creatrice, la quale ha invece creato un mondo archetipico di luce, molto simile al mondo delle idee di Platone, in cui c'è l'Adamo primordiale, Adam Kadmon, prima della sua caduta. Per un incidente misterioso, attribuito ad uno dei principi femminili, appunto la Pistis Sophia, deriva il mondo materiale, creato da un dio malvagio. La materia è vista come una tragica ed oscura prigione per l'anima, che anela a tornare a Dio; si salveranno solo gli Eletti, che sono gli uomini spirituali, ed anche gli uomini psichici, che, grazie alla conoscenza, cioè alla Gnosi, comprenderanno la propria origine divina. Invece gli uomini materialisti e carnali saranno distrutti. Gli Gnostici rifiutavano la concezione di un cosmo come bellezza ed armonia, opponendosi ai Neo-platonici; Plotino, in polemica con gli Gnostici, scrisse nelle Enneadi che bisognava considerare il mondo come il più bello e perfetto degli esseri corporei; il mondo veniva da Dio ed a Dio tendeva.  

A partire dalla metà del III secolo ci fu un atteggiamento altalenante nei confronti della nuova religione, il Cristianesimo: alcuni, come Decio e Diocleziano, la perseguitarono ferocemente, definendola "malvagia superstizione", altri la tollerarono. Questo fino al 313 d. C., quando l'imperatore Costantino, convertitosi al Cristianesimo dopo un sogno premonitore, emanò l'editto di Milano, che, pur non dichiarando il Cristianesimo religione dello stato, concedeva a tutti libertà di culto; la legislazione religiosa di Costantino si oppose invece alle pratiche magiche ed all'arte aruspicina. All'inizio del secolo le "Sententiae Pauli" avevano cercato di rispolverare le vecchie pene della legge di Silla contro le pratiche di magia nera; Costantino, più tollerante, decise la pena di morte solo per quegli atti magici che mettevano in pericolo la vita di qualcuno o conducevano alla dissolutezza.
Nel 325 d. C. si fece il primo Concilio Ecumenico nella città di Nicea; si parlò soprattutto dell'eresia di Ario, un prete di Alessandria d'Egitto, che affermava che nella Trinità c'era una precisa gerarchia e solo il Padre era il vero Dio, mentre non c'era natura divina in Cristo, intermediario fra il Creatore e il creato. L'eresia fu condannata ed i vescovi dissidenti furono esiliati nelle regioni del Danubio, cosa che giovò moltissimo all'Arianesimo, che si diffuse fra le popolazioni barbare cristianizzate di quelle zone, in particolare fra i Goti. A partire da questo concilio, la magia si identificò col paganesimo, quindi con l'eresia, e come tale condannata senza appello dagli imperatori cristiani. La parola "pagano" deriva da pagus, villaggio: infatti gli abitanti dei piccoli villaggi furono i più restii ad abbandonare i vecchi culti. I due figli di Costantino non ammisero altra religione che il Cristianesimo: fecero chiudere i templi pagani, vietarono i sacrifici agli antichi dei e condannarono a morte chi si macchiava del reato di superstizione.  
Unica eccezione alla regola fu Giuliano, chiamato per disprezzo l'Apostata (12) dai Cristiani, perché aveva abiurato la fede nella quale era stato cresciuto. Giuliano, vissuto alla corte di Costantino, aveva potuto toccare con mano l'arroganza e lo strapotere che regnavano tra gli aristocratici cristiani, ai quali egli rimproverava la frivolezza, la corruzione e l'intolleranza. Innamorato della Grecia classica, al punto da farsi crescere la barba per assomigliare di più ad un filosofo antico, egli cercò di tornare al culto dei vecchi dei ed agli ideali di un tempo ormai finito, restaurando una forma di paganesimo neoplatonico, imperniato sulla figura di una divinità solare, alla quale ogni altro dio era subordinato. Egli sostenne "il profondo valore conoscitivo ed emotivo del mito in quanto tale, come manifestazione perfetta di una realtà ineffabile, al di là di ogni manifestazione, riconducendo al mito la stessa tradizione cristiana, che può essere accettata e rispettata come una verità fra le altre". Giuliano fu costretto a chiudere le scuole cristiane, dato che i maestri si rifiutavano di insegnare la letteratura classica e la filosofia antica, retaggio da loro considerato pagano. Nonostante le sue convinzioni religiose, egli non perseguitò mai chi la pensava in modo diverso: anzi, con un "editto di tolleranza" revocò le condanne all'esilio e le confische di beni fatte sotto il regno di Costanzo.
Egli fu iniziato ai misteri di Mithra e grande ammiratore dei filosofi neoplatonici, in particolare di Giamblico, che lodò nella quarta delle sue Orazioni, dedicata al Sole sovrano, divinità per la quale egli aveva una particolare devozione). Scrisse anche un trattato Contro i Cristiani, che metteva in evidenza le contraddizioni della fede, a partire dal problema della trinità. Perfino i suoi detrattori non possono negare che fu persona di cristallina onestà e di grande rigore morale.

Guliano morì dopo tre anni di regno, durante la spedizione militare contro i Persiani, assassinato da un romano cristiano, indignato per la restaurazione dei vecchi culti. Il suo messaggio di tolleranza andò perduto. Uno dei suoi successori, Valente, divenne famoso per una serie di processi per magia, nei quali gli accusati erano membri dell'aristocrazia pagana che non era stato possibile corrompere. Fu così inventato un espediente che avrebbe avuto nei secoli un successo incredibile: quello di accusare nemici o persone scomode di esercitare la magia per liberarsene legalmente e pulitamente.   L'atteggiamento di Valente e del fratello Valentiniano nei confronti degli avversari, anche se prendeva come pretesto la magia, era dettato da una paura ben più reale ed incombente: l'impero era ormai immenso, quindi difficilissimo da gestire politicamente. Era sempre più marcato lo sbilanciamento fra i ceti sociali: una smisurata ricchezza era nelle mani di pochi, aristocrazia e classe dirigente. La povertà dilagava tra il popolino, crollavano le attività commerciali, aumentava il brigantaggio sulle strade, prima proverbialmente sicure, e con questo crescevano la paura, l'insicurezza, la sfiducia nello stato. La società imperiale si stava disgregando, nemmeno troppo lentamente, e non c'era mezzo di fermare questo processo. Gli storici Sallustio e Tacito avevano tentato un'autocritica, riconoscendo che, più che la pressione barbarica, erano stati i problemi interni a causare l'irreversibile decadenza politica e spirituale; il discorso non era nuovo, perché già centocinqant'anni prima di Cristo Catone il Censore aveva fustigato i costumi corrotti e la decadenza morale della classe dirigente romana.
Il colpo decisivo al paganesimo ed alla magia fu dato da Teodosio; influenzato dal vescovo di Milano, Ambrogio, egli promulgò gli Editti di Tessalonica (nel 380) e di Milano (nel 391), dichiarando il Cristianesimo unica religione ufficiale e proibendo i culti pagani (13). L'imperatore vietò la profanazione degli animali sacrificati, l'ispezione delle loro viscere a scopo divinatorio, la visitazione dei templi per adorarne gli idoli, minacciando sanzioni divine ed umane ai trasgressori. Inoltre ordinò al prefetto del Pretorio di nominare dei "denunciatori", delatori prezzolati che dovevano individuare i pagani che erano riusciti a nascondersi. "Vogliamo che tutti i popoli da noi governati seguano la religione trasmessa dal divino apostolo Pietro ai Romani", affermò Teodosio, e con lui finì ogni possibilità di atteggiamento tollerante nei confronti delle altre religioni; il Cristianesimo venne imposto a forza di legge. Alla sua morte, avvenuta nel 394 d. C., l'impero venne diviso fra i due figli: ad Onorio venne dato l'impero d'Occidente, ad Arcadio quello d'Oriente. Il nipote, Teodosio II, ebbe il discutibile privilegio di aver fatto entrare nella legislazione romana la prima discriminazione religiosa: egli escluse dalle funzioni amministrative e giudiziarie coloro che erano "contaminati dall'errore e dal crimine dei riti pagani". Dobbiamo inoltre a lui ed al suo successore se siamo stati privati di moltissimi testi antichi, tra i quali le opere dei Neo-platonici, bruciate nel tentativo di eliminare il paganesimo facendo scomparire i libri che ne sostenevano le idee. La costituzione dell'8 giugno 423 d. C. sancì la pena della proscrizione per chiunque non fosse cristiano: pagani, maghi, eretici ed ebrei. "Se non possono essere recuperati dalla ragione, che lo siano dalla paura", si legge nella costituzione; ma questa si rivelò insufficiente: quindici anni dopo, poiché minacce ed esili non avevano eliminato i dissidenti, il codice si arricchì di torture e pena di morte per reati ideologici (file aggiornato nel Novembre 2005).  

                                                        Devon Scott

 

Il testo è tratto da Tradizioni perdute di Devon Scott, edizioni Lunaris.
Copyright, tutti i diritti riservati.

Note bibliografiche
(1) Da Storia naturale di Plinio in Vecchio, editrice BUR, Milano.

(2)               Da Mitra. Un antico culto misterico tra religione e astrologia di Alexander Von Pronay, edizioni Convivio, Firenze.

(3)           Da I manoscritti del Mar Morto di J. A. Soggin, opera citata.

(4)           Da Storia delle filosofie a cura di Nicolao Merker, opera citata.

(5)           Il testo del Nyctemeron si trova in Lo specchio della magia di Kurt Seligmann, opera citata.  

(6)        Le notizie sulla magia antica sono tratte da La magia nel mondo antico di Fritz Graf, editrice Laterza, Bari; da Storia della magia di Maurice Bouisson, editrice SugarCo, Milano; da Lo specchio della magia di Kurt Seligmann, editrice Casini, Roma; da Storia della magia di Richard Cavendish, editrice Mondadori, Milano; da Il ritorno della Grande Madre di Gabriele La Porta, editrice Il Saggiatore, Milano; da Storia della magia di Francois Ribadeau Dumas, edizioni Mediterranee, Roma; da The Encyclopedia of the Occult di Lewis Spence, editrice Bracken, Londra. 

(7)           Di Apuleio si possono leggere Le Metamorfosi. Sulla magia dell’editrice Edipem, Novara.

(8)           Da Storia delle filosofie a cura di Nicolao Merker, opera citata.

(9)           La citazione è da Storia delle filosofie a cura di Nicolao Merker, opera citata. Sulla gnosi, la sua storia ed il suo pensiero, si veda L’attesa della fine. Storia della gnosi di Giovanni Filoramo, editrice Laterza, Bari.

(10)            Da La sacra Bibbia, opera citata.

(11)           I Vangeli gnostici a cura di Luigi Moraldi, editrice Adelphi, Milano.

(12)           Giuliano l’Apostata di Gaetano Negri, editrice I Dioscuri, Genova.

(13)          Sull'argomento si veda Introduzione al cristianesimo antico di A. Pincherle, editrice Laterza, Bari.; L’intolleranza cristiana nei confronti dei pagani a cura di Pierfranco Beatrice, editrice Dehoniana, Bologna; Storia dell’intolleranza e dell’ingiustizia legale di Henry Charles Lea, editrice i Dioscuri, Genova.