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STORIA DELLA MAGIA NEL MEDIOEVO
L'ANNO MILLE E I CAMBIAMENTI SOCIALI
di Devon Scott

Dopo le crociate, alla fine del Duecento, ci si ritrovò con una società del tutto diversa, ma i cambiamenti erano cominciati già attorno all'anno Mille, con l'inizio del Basso Medioevo (1). Il periodo era stato caratterizzato dalla grande paura del "mille e non più mille", della fine del mondo profetizzata dall'Apocalisse di san Giovanni, il monaco autore di uno dei Vangeli, che nel 95 d. C. si era ritirato nell'isoletta di Patmos, nell'Egeo, a scrivere la sua "Rivelazione" (questo è l'esatto significato della parola Apocalisse) sui destini dell'umanità. 
Orribili presagi avevano avvertito l'Europa dell'ormai imminente disastro; le cronache del monaco Rodolfo il Glabro (2), dell'Abbazia di Cluny, ci informano minuziosamente dei tragici fatti successi nel passaggio di millennio. A Orléans il vessillo con l'immagine di Cristo, custodito nel monastero di Saint Pierre-le-Puellier, aveva cominciato a versare lacrime ed aveva continuato per molti giorni; la gente arrivava da ogni parte per vedere il fenomeno.



 

Poi un lupo era entrato nella cattedrale della stessa città ed aveva afferrato con la bocca la corda della campana, suonandola a distesa finché i sacerdoti non erano riusciti a scacciarlo. Era chiaro che qualcosa di terribile incombeva su Orléans ed infatti l'anno seguente la città era stata distrutta da un incendio. Numerosi altri incendi scoppiarono nelle città europee per tutto il decimo secolo; il Vesuvio entrò in eruzione, emettendo frammenti di roccia mista a fuoco. Nel 997 iniziò una spaventosa carestia, durata cinque anni, che regalò miseria e fame a tutto il continente. Ovunque cadevano pietre dal cielo ed apparivano mostri annunciatori di disgrazie. Lo stesso Rodolfo fu visitato da Satana in persona, sotto forma di un nano deforme, con denti da cane, mento sfuggente, barba caprina, cranio appuntito e orecchie pelose, che gli annunciò l'approssimarsi del Giorno del Giudizio. I segni della collera divina erano sempre più evidenti; quando la pestilenza cominciò a mietere vittime, la gente credette realizzate le profezie apocalittiche. In verità qualche voce fuori dal coro cercava di arginare il panico, come quella di Abbone, abate di Fleury-sur-Loire, che scrisse nel 998 la sua Apologia, dichiarando che era impossibile stabilire la data della fine del mondo e quindi era assurdo pensare che vi si fosse prossimi. Il monaco Adso, su richiesta della sorella del re dei Franchi, scrisse un libro sull'Anticristo, affermando categoricamente che non era ancora il tempo del Giudizio Universale, ma i predicatori itineranti continuavano a terrorizzare la gente con l'annuncio della vicina distruzione.

Nel 1000 sul trono pontificio sedeva da un anno Silvestro II, noto come il papa mago. Il suo nome secolare era Gerberto d'Aurillac; monaco benedettino, aveva studiato in Catalogna ed a Toledo matematica, astrologia ed astronomia, logica a Reims, che aveva lasciato nel 983, per diventare abate di Bobbio. Morto il pontefice precedente, l'imperatore scelse a succedergli l'amico Gerberto; la carica fu accettata dal clero ed acclamata dal popolo, ma i suoi avversari misero in giro la voce che egli aveva fatto un patto col demonio per diventare papa. Si diceva infatti che avesse il De astrolabio, un libro di magia sottratto ad un arabo di Cordoba, maestro di stregoneria, della cui figlia Gerberto era stato in gioventù l'amante. Il libro riportava rituali per ottenere dai demoni tutto ciò che si voleva ed anche indicazioni per costruire un Golem, creatura d'argilla animata dalla magia, che Gerberto subito si affrettò a fabbricare, pensando che potesse essergli di aiuto. Il Golem del papa era un'opera un po' rozza e non poteva parlare altro che con cenni del capo per dire sì o no; Silvestro gli chiese se sarebbe morto prima di aver cantato messa a Gerusalemme e la creatura rispose di no.

Rassicurato sulla propria sorte, ovviamente egli si guardò bene dal recarsi in Terrasanta, convinto che in tale modo non sarebbe mai morto; ma un giorno, mentre stava celebrando una messa, seppe che la chiesa in cui si trovava anticamente veniva chiamata Santa Croce in Gerusalemme. Certo di essere prossimo alla morte, convocò i suoi cardinali e confessò il patto col demonio, facendo loro promettere che, alla sua morte, avrebbero seguito un rituale per imbrogliare Satana e non dargli l'anima. Il 12 maggio 1003 Silvestro morì; la sua salma fu messa su un carro tirato da due cavalli, uno nero e uno bianco; i cavalli furono spinti a partire, ma nessuno li guidava. Da soli arrivarono davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano e si fermarono; il rituale aveva funzionato e si sentirono le orribili grida del demonio sconfitto. Il corpo di Silvestro fu sepolto nella chiesa; la leggenda dice che, quando sta per morire un papa, la sua tomba trasudi un liquido trasparente; e si racconta che nel 1864, quando la cassa fu aperta, il corpo sia stato trovato in perfetto stato di conservazione, ma a contatto con l'aria si sia dissolto in sale e cenere, a dimostrazione che Silvestro, esperto di magia e di alchimia, era davvero riuscito a sovvertire le leggi della natura.

Giunse finalmente il fatidico Anno Mille... e passò senza che accadesse nulla di catastrofico. I quattro cavalieri dell'Apocalisse erano arrivati, portando guerre, epidemie, carestie e morte; ma Satana e l'Anticristo non erano comparsi per far sprofondare il mondo in un abisso sulfureo. A pensarci bene, di guerre ce n'erano sempre state; ogni tanto il raccolto andava a male e si pativa la fame un po' più del solito; le epidemie e le carestie erano ormai un'abitudine per chi aveva sopportato le orde dei barbari, le scorrerie dei Saraceni, i taglieggiamenti dei signorotti locali. Insomma, era arrivato il nuovo millennio e tutto continuava come sempre. Gli amanti delle catastrofi decisero allora che non il Mille era l'anno del giudizio, ma il 1033, cioè il millesimo anno dalla morte di Cristo. Ma passò anche questo anniversario senza conseguenze e la gente riprese a respirare. Grandi eventi e cambiamenti erano in preparazione; il 1054 vide lo Scisma tra la Chiesa di Roma ed il Patriarcato di Costantinopoli, che diede origine alla religione ortodossa; e nel 1073 cominciò il pontificato di Gregorio VII, che introdusse la riforma ecclesiastica ed affermò la teocrazia, cioè la superiorità del potere spirituale su quello temporale: "Dio ha sottomesso ai sacerdoti, attraverso il suo comandamento, tutto il genere umano e nessuno, neppure un re, può essere escluso". Chi osò opporsi, come l'imperatore Enrico IV, fu scomunicato. 

L'inizio di millennio fu favorevole alle evoluzioni tecnologiche, in particolare nel campo dell'agricoltura: furono inventati l'aratro con avantreno a ruote ed un nuovo tipo di imbracatura per i buoi, che permetteva una migliore distribuzione del peso ed alleggeriva il lavoro degli animali; venne introdotta la rotazione triennale dei campi, che sfruttava meno il terreno e dava raccolti più ricchi. Anche il tempo divenne più clemente ed i miglioramenti atmosferici fecero dimenticare gli anni in cui la pioggia eccessiva non aveva neppure permesso le semine. Il disboscamento di varie aree fece aumentare le zone di terra coltivabile e stimolò il rinnovamento delle campagne. Le città non furono da meno e l'economia chiusa feudale lasciò il posto alle città di commercianti e artigiani, che in Italia diedero origine prima ai Comuni e poi alle Signorie.

Nell'immagine a lato,
la cattedrale di Chartres


A partire dal 1050 in Francia vennero costruite, nel corso di tre secoli, ottanta cattedrali, alcune talmente grandi da contenere tutta la popolazione, come quella di Amiens, in cui potevano stare in piedi diecimila persone. Le città sedi di importanti cattedrali finirono con l'ospitare scuole filosofiche, che furono il focolaio di partenza di una vera e propria rivoluzione culturale, instaurando un nuovo clima intellettuale che ebbe molte caratteristiche in comune con quello che si sarebbe sviluppato nel Rinascimento. A Chartres venne fondata da Fulberto, uomo di grande saggezza ed apertura mentale, una scuola di ispirazione neoplatonica, che si può considerare la prima scuola umanistica; essa indagava sui fenomeni della natura e studiava i classici; le concezioni non ortodosse della scuola provocarono le ire di Bernardo da Chiaravalle, che in particolare attaccò il filosofo Abelardo, noto per la sua tormentata storia d'amore con la giovanissima allieva Eloisa, nipote di Fulberto. 

Abelardo descrisse nella Storia delle mie disgrazie (3) il suo incontro con la graziosa fanciulla, "intellettualmente superiore ad ogni altra", alla quale si propose come istruttore; travolti dalla passione, furono presto costretti a fare i conti con Fulberto, che aveva idee molto moderne, ma non abbastanza da fargli accettare una gravidanza extra-matrimoniale della nipote. Nato il bambino, a cui fu posto l'eccentrico nome di Astrolabio, Abelardo offrì il matrimonio riparatore e Fulberto finse di accettare, ma alcuni suoi sicari sorpresero il filosofo nel sonno e lo castrarono. Entrambi gli innamorati si chiusero in convento, Eloisa per il dolore, Abelardo per l'umiliazione del trattamento subito. Pur confinato nel convento, Abelardo continuò a scrivere opere filosofiche; egli sosteneva che nelle questioni dubbie di fede ciascuno aveva il diritto di decidere su ciò che gli pareva vero, senza seguire i dogmi dettati dall'autorità ecclesiastica, perchè "la ricerca è la chiave di volta della sapienza", motto che fu poi fatto proprio dai maghi rinascimentali. Bernardo liquidò queste dottrine chiamandole "stultologia".

A Salerno ed in seguito anche a Montpellier furono aperte due rinomate scuole mediche, la prima dovuta ad Alfano, un monaco di Montecassino diventato vescovo di Salerno, aiutato da Costantino l'Africano, che tradusse trattati scientifici dall'arabo. Entrambe le scuole furono influenzate dalla medicina araba e caratterizzate da una completa indipendenza dalla Chiesa. La scuola salernitana emanò la "Regola Sanitaria" (4), la prima impostazione scientifica della medicina, che rifiutava l'antica idea che fosse inutile curare il corpo, dato che la vera salvezza era solo nell'aldilà; la regola diede anche i primi concetti di prevenzione e di profilassi. Le cosiddette Scuole delle cattedrali insegnavano soprattutto filosofia, valendosi dei testi degli autori arabi ed ebraici, tradotti in latino; Tours, Reims e Laon erano le maggiori scuole di teologia, a Orléans si insegnava letteratura, a Parigi le arti liberali del trivio, cioè dialettica, grammatica e retorica. La più famosa scuola di traduttori fu quella di Toledo, diretta da Gerardo da Cremona (1114-1187), che portò in Occidente opere di filosofia, medicina, alchimia, astrologia e magia. Toledo dal Duecento divenne il principale centro europeo di magia; vi si trovava il Picatrix, traduzione latina di un'enciclopedia magico-astrologica araba del decimo secolo, testo fondamentale di tutte le biblioteche ermetiche dell'epoca, di cui parleremo nel capitolo dei Grimori. Sempre a Toledo c'era anche un altro testo, l'Excalibur, che si chiamava come la spada di re Artù, anche se alcuni sostengono che era solo un altro nome del Necronomicon, il famigerato e rarissimo manoscritto che riportava formule talmente potenti e pericolose che chi lo leggeva doveva cingersi la fronte con un cerchio magico protettivo, fatto con i sette metalli corrispondenti ai sette pianeti, poiché la sola vista delle formule magiche ivi contenute rischiava di farlo impazzire.

Come appendici di queste scuole sorsero le prime Università, fondate con il patrocinio dei vescovi, tranne pochi casi, come Bologna, Salerno e Colonia, che nacquero per iniziative di laici. Gli studenti erano monaci e chierici, ai quali si aggiunsero poi i Goliardi, precursori dei bohemiens ottocenteschi, che avevano preso il nome dal gigante biblico filisteo Golia, considerato un nemico della Chiesa e perciò assurto a simbolo di ribellione all'autorità. Dobbiamo ai Goliardi ed ai chierici vaganti una delle più originali espressioni poetiche popolari del XII secolo: i Carmina burana (5), che noi conosciamo nella trasposizione musicale di Karl Orff. Nati in Stiria, Carinzia e Tirolo (nell'odierna Austria) attorno alla metà del 1100, erano poemi scritti in latino e tedesco, divisi in tre filoni: canti satirici, canti d'amore ed elogi al vino e al gioco. I canti satirici erano dissacranti, di netta ispirazione anticlericale e di contestazione nei confronti delle autorità civili, fonte di corruzione ed arroganza basate sull'onnipotenza del denaro. Le poesie d'amore celebravano la sensualità gioiosa, andando controcorrente rispetto alla poesia provenzale dell'epoca, che esaltava l'amor cortese e spiritualizzava la donna; l'amore dei Carmina era invece dedizione totale di anima e di corpo, che comprendeva le forze vitali della natura e vedeva le donne, che erano spesso prostitute, servette o fanciulle al primo amore, non come esseri eccelsi ed intoccabili, ma come Veneri voluttuose, riconoscibili nella loro fisicità. I canti che esaltavano vino e gioco divennero i più famosi; il vino veniva visto come mezzo per dimenticare gli affanni della vita e per lasciarsi andare; in compagnia si potevano dimenticare le preoccupazioni: all'osteria non si era mai soli e il gioco faceva sperare in un miglioramento di posizione sociale.

Anche le corti divennero vivai di cultura, ospitando sapienti di varie nazionalità. Famosissima fu quella di Federico II a Palermo, presso la quale lavorò Michele Scoto (1170-1236), mago, astrologo e scienziato, che aveva studiato a Toledo. Scoto venne posto da Dante nell'Inferno (XX canto, 115-123) fra gli stregoni. Egli tradusse le opere filosofiche di Avicenna e Averroè dall'arabo, quelle di Aristotele dal greco. In omaggio a Federico II scrisse il Liber introductorius, un’introduzione all'occultismo divisa in tre parti, dedicata soprattutto all'astrologia, oltre che alla fisiognomica, in cui si ribatteva che i segreti magici erano un mezzo di dominio del mondo. Nel trattato Physionomia egli espose le sue teorie sull'influsso delle stelle sull'uomo, parlando degli Spiriti Superiori che presiedevano agli elementi e delle virtù occulte di astri, piante, animali e pietre; scrisse anche libri di scongiuri da utilizzarsi in ogni momento della giornata, per allontanare qualunque pericolo. Scoto poté lavorare indisturbato, perché protetto dal suo mecenate Federico II di Svevia (1194-1250); questi aveva la sua corte a Palermo, che ricalcava il modello dei sovrani orientali e comprendeva addirittura un harem ed un serraglio di animali esotici; famosi sapienti musulmani erano spesso suoi ospiti (6). Egli era attentissimo a tutto ciò che univa Dio alla natura ed alla scienza; personalità molto originale, sostenne strenuamente valori laici, fino a farsi scomunicare, eppure in punto di morte chiese di essere sepolto con indosso il saio grigio dei monaci cistercensi. Egli stesso era un cultore dilettante di magia e si fece la fama di protettore dei maghi e di amico del Vecchio della Montagna, il leggendario capo della setta degli Assassini. La propaganda guelfa lo fece poi diventare uno "stregone lussurioso, scellerato, iracondo e privo di amor di Dio": dato che i Ghibellini erano contro il Papa, erano trattati da demonolatri e Federico fu ripetutamente scomunicato proprio perché sosteneva i diritti del sovrano contro le ingerenze della Chiesa. Gli venne perfino attribuito un libro inesistente, I tre impostori, in cui avrebbe denunciato la falsità di Mosè, Maometto e Gesù Cristo. La fama del libro blasfemo, che nessuno aveva mai visto, ma di cui tutti parlavano, attirò su Federico le ire del papato e l'ammirazione dei liberi pensatori fino al Settecento.

Guido Bonatti, il compagno di Scoto nell'Inferno dantesco, nacque a Forlì; era un accanito sostenitore dell'astrologia, tanto da far dipendere da essa anche la teologia; egli affermò che Gesù aveva scelto il giorno della sua morte in base a calcoli astrologici e che aveva segnato il suo destino nella disposizione delle stelle. Era anche un esperto conoscitore della tradizione magica orientale e per sua fortuna i suoi concittadini gli erano devotissimi, altrimenti sarebbe certo finito sul rogo per le sue idee. Nel 1283 comandò la difesa di Forlì contro le truppe papali di Martino IV e riuscì a sedare le risse fra Guelfi e Ghibellini in nome del superiore interesse per la città; costruì poi un cavaliere magico metallico che doveva propiziare l'unione delle varie fazioni. Convinse tutti che serviva una speciale cerimonia simbolica per battezzare la costruzione di una nuova cinta muraria a difesa della città; un guelfo e un ghibellino attesero con pietre e calce di cominciare la cerimonia; al segnale, il ghibellino posò la sua pietra, ma non il guelfo, convinto che quel patto potesse nuocergli. Adirato, Bonatti mandò una terribile maledizione sui guelfi della città, che si compì pochi anni dopo con una strage, nella quale morirono tutti i rappresentanti della fazione guelfa di Forlì.
Ferocissimo con i nemici, con gli amici egli era invece molto premuroso e pieno di attenzioni; quando un amico cadde in miseria, egli si ritirò per giorni nel suo studio e costruì per lui una piccola nave di cera, che gli diede come talismano, facendogli giurare di non parlarne mai con nessuno. L'amico divenne in breve ricchissimo, ma, sempre più terrorizzato ogni volta che guardava la navicella, si confidò col suo confessore, che gli impose di bruciare quel manufatto diabolico. Appena ebbe gettato nel fuoco il talismano, terribili rovesci di fortuna si abbatterono su di lui e presto ridivenne poverissimo. Tornò allora da Guido e lo scongiurò di costruirgli un altro talismano, ma il mago fu costretto a dirgli di no, perché il primo era stato fatto in un momento astrologico particolarmente propizio, situazione che non si sarebbe più verificata per molti decenni. Nell'ultima parte della sua vita Bonatti divenne frate francescano; morì ucciso in un assalto di briganti, mentre tornava a Forlì da un viaggio a Parigi.

Non ebbe la sua fortuna l'umanista Francesco Stabili, detto Cecco d'Ascoli, che aveva studiato a Parigi, ad Ascoli ed alla scuola medica di Salerno. Professore di astrologia all'università di Bologna, egli fece l'oroscopo di Gesù e ne trasse la convinzione che Cristo era venuto sulla terra seguendo principi astrologici. Per queste sue idee poco ortodosse fu cacciato da Bologna; da qui si recò a Firenze, dove si guadagnò la fiducia del duca Carlo di Calabria, che gli conferì il titolo di astrologo e medico di corte. Purtroppo Cecco cominciò ad occuparsi anche di magia rituale e fece una lista di demoni ai quali ci si poteva rivolgere, previo sacrificio di sangue, per ottenere responsi; questo gli costò l'accusa di stregoneria e necromanzia. Persa la protezione del duca, alla cui figlia Giovanna egli aveva profetizzato un destino di dolori e di dissolutezze, Cecco ebbe la disgrazia, durante il processo, di essere giudicato da frate Accursio de' Bonfantini, un inquisitore specializzato in sentenze contro i maghi, e nel 1327 finì al rogo con tutti i suoi libri, compresi i trattati di astronomia, quelli di cosmologia e la sua opera più famosa, l'Acerba, che egli vantava come di gran lunga superiore alla Commedia dantesca. Questo poema, diviso in cinque libri, voleva essere una summa del sapere magico-scientifico; privo di organicità ed aridamente espositivo, è comunque un'opera molto interessante come testimonianza della cultura del tardo Medioevo.

Anche Pietro d'Abano (1250-1318) entrò in aperto conflitto con la Chiesa; medico, astrologo, traduttore di opere dal greco, tenne corsi di magia e di fisiognomica in varie città d'Europa e conobbe alcuni personaggi famosi dell'epoca, fra cui Marco Polo, che gli descrisse le meraviglie del Catai. Scrisse vari libri di magia e fu inventore di un semplice sistema di divinazione che stava a metà fra l'astrologia e la geomanzia. Accusato di stregoneria ed eresia dall'Inquisizione di Padova, venne riconosciuto colpevole ed impiccato; il suo corpo fu poi bruciato, come era usuale, con tutti i suoi libri.

Tra le più note figure di maghi medievali spicca perfino un santo, Alberto von Bollstadt (1193-1280), detto Alberto Magno (nell'immagine a lato); frate domenicano, egli nacque a Colonia ed insegnò per tutta la vita filosofia nelle università tedesche; noto come doctor universalis, fu uno degli uomini più colti del suo tempo ed ebbe come discepolo Tommaso d'Aquino. Seguace di Aristotele, egli sosteneva la necessità di unire l'esperienza alla speculazione, per cui si interessò di astrologia, magia ed alchimia. La leggenda lo raffigura soprattutto come mago e narra che, avendo suo ospite Guglielmo II, conte d'Olanda, nonostante la neve ordinò ai suoi servi di apparecchiare in giardino la tavola del pranzo. Con stupore di tutti, quando il pranzo fu pronto la neve scomparve, gli alberi si coprirono di fiori e gli ospiti poterono mangiare avvolti da un tepore primaverile. Si dice che avesse anche inventato un automa stellare in grado di rispondere alle domande, non un essere come il Golem, ma un fantoccio costruito secondo regole astrologiche, che dava risposte a domande semplici e che Tommaso d'Aquino distrusse in un momento di collera, perché l'automa parlava con una strana voce che lo infastidiva.
Nel trattato Sui minerali egli descrisse le virtù occulte delle pietre; gli furono attribuiti il Secretum secretorum, che parlava di esperimenti alchemici, ed erroneamente anche un Grimorio, I segreti di Alberto Magno, che però fu un falso settecentesco. Egli lasciò intendere di saper fabbricare l'oro, cosa che non faceva per venalità, ma solo per essere indipendente da tutti e non dover sottostare all'altrui generosità per finanziare le proprie ricerche. Fu canonizzato nel 1933 da Pio XI ed è il patrono degli studiosi di scienze naturali.

A Colonia Alberto Magno ebbe due discepoli che furono poi considerati degli straordinari innovatori, ciascuno nel suo campo. Uno fu Tommaso d'Aquino, detto doctor angelicus, il massimo filosofo duecentesco, poi nominato santo, che recuperò la filosofia di Aristotele, trascrivendola in chiave di dottrina cristiana. Nato a Roccasecca nel 1225, a diciotto anni entrò nell'ordine domenicano; fu auditore alle lezioni di teologia di Alberto Magno a Parigi e Colonia, poi insegnante egli stesso a Parigi, dove ebbe aspre dispute col clero che avversava gli ordini mendicanti; scrisse circa sessanta libri di filosofia, fra cui i commenti alle opere di Aristotele, la Somma della verità della fede cattolica contro gli errori degli infedeli e la Somma di teologia, che posero le basi per l'insegnamento del cattolicesimo agli ecclesiastici. Essendosi posto l'obiettivo di riportare alla Chiesa i non credenti, san Tommaso fu purtroppo responsabile dell'inasprimento della lotta contro l'eresia e la stregoneria.
L'altro allievo fu Johannes Eckhart, nato a Hocheim nel 1260; frate domenicano, divenne insegnante e predicatore popolare. Egli era anche il consigliere spirituale di alcune comunità di beghine; per noi questo termine è sinonimo di persone religiose in modo bigotto, ma anticamente indicava donne nubili o vedove, radunate in piccole comunità, unite da ideali di povertà e di ascesi, che si mantenevano con lavori di ricamo, filatura, tessitura, cucito ed assistenza ai malati; i "begardi" erano le corrispondenti comunità maschili, composte da artigiani, tessitori e muratori. Questi gruppi furono spesso focolaio di idee eterodosse, anticlericali ed eretiche; per contenere il fenomeno si mandava loro un direttore spirituale, scelto nell'ordine domenicano o francescano. Eckhart non fu la scelta giusta, poiché egli stesso era del tutto fuori dall'ordinario: avversatore di san Tommaso e ammiratore dei neo-platonici, egli fu ispiratore della corrente mistica tedesca e precursore di alcune idee del protestantesimo, raccolte poi da Martino Lutero. Scrisse, tra l'altro, le Questioni, in cui spiegò i motivi del suo dissenso dal tomismo, ed il Libro dei ventiquattro filosofi, ispirato al neo-platonismo cristiano. I suoi sermoni non erano graditi alla Chiesa, al punto tale che nel 1326 l'arcivescovo di Colonia lo inquisì per eresia. Morì l'anno seguente, prima di veder condannare come "malsonanti, temerarie e sospette di eresia" le sue tesi da parte del papa Giovanni XXII, preoccupato per gli effetti devastanti che la predicazione di Mastro Eckhart stava avendo sulla gente semplice in quel periodo ricco di fermenti religiosi e sociali (file aggiornato nel Novembre 2005).

                                                      Devon Scott

 

Il testo è tratto da Tradizioni perdute di Devon Scott, edizioni Lunaris.
Copyright, tutti i diritti riservati.

Note bibliografiche
(1) Le notizie storiche generali sul Medioevo sono tratte dalla Storia d'Europa (sei volumi) di G. Livet e R. Mousnier, editrice Laterza, Bari; da La civiltà del Medioevo (quattro voll.) di Autori Vari, a cura di Silvia Moretti, editrice Laterza, Bari; da Uomini e tempo medievale a cura di Roberto Barbieri, editrice Jaca Book, Milano; da L'anno Mille il mondo si trasforma di Guy Bois, editrice Laterza, Bari; da L'Europa nel Medioevo di Georges Duby, editrice Laterza, Bari; da Lo specchio del feudalesimo dello stesso autore, editrice Laterza, Bari; da Il Medioevo di Ludovico Gatto, editrice Newton Compton, Roma; da Medioevo. Storia di voci, racconti di immagini di A. Barbero e C. Frugoni, editrice Laterza, Bari; da L'autunno del Medioevo di Johan Huizinga, editrice Sansoni, Firenze; da Costruttori di cattedrali di Jean Gimpel, editrice Jaca Book, Milano; da Le categorie della cultura medievale di Aron J. Gurevic, editrice Einaudi, Torino; da Città e campagna nel Medioevo italiano di Lijubov Kotel'nikova, Editori Riuniti, Roma; da Ragione e società nel Medioevo di Alexander Murray, Editori Riuniti, Roma; da Medioevo italiano di Gioacchino Volpe, editrice Laterza, Bari; da Il simbolismo medievale di Madeline M. Davy, edizioni Mediterranee, Roma. I termini specifici si trovano nel Dizionario del Medioevo di A. Barbero e C. Frugoni, editrice Laterza, Bari. Le date, spesso controverse, sono state prese dalla Cronologia universale di A.A. V.V., editrice Rizzoli, Milano.
(2) L’opera di Rodolfo il Glabro si trova in Storie dell’Anno Mille a cura di G. Andenna e D. Tuniz, editrice Europia, Milano.
(3) Chi vuole conoscere l’intera vicenda può leggere la Storia delle mie disgrazie di Abelardo, editrice Garzanti, Milano.
(4) La Regola Sanitaria Salernitana, con introduzione storica di Cecilia Gatto Trocchi, è edita da Newton, Roma.
(5) Carmina Burana a cura di Piervittorio Rossi, editrice Bompiani, Milano.
(6) Le notizie su Federico II sono state tratte da Federico II di Svevia di Mario Bernabò Silorata, editrice Convivio, Firenze; da Federico II. Immagine e potere di vari autori, a cura di M. S. Calò Marian e R. Cassano, editrice Marsilio, Venezia.