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STORIA DELLA MAGIA NEL MEDIOEVO
DA CARLOMAGNO ALLE CROCIATE
di Devon Scott

Carlomagno era nipote di Carlo Martello, il condottiero vissuto in odor di zolfo tutta la vita, essendosi fatto la fama di profanatore di chiese e di ladro di beni ecclesiastici, poiché aveva spogliato i monasteri delle loro terre per darle ai suoi soldati; quando morì divenne re, nel 751, il figlio Pipino il Breve. Accadde (1) che il vescovo di Orléans ebbe nel sonno una visione, nella quale veniva portato in paradiso a parlare con i santi; questi, infuriati contro Carlo Martello perché aveva distrutto le chiese a loro dedicate, gli dissero di essersi coalizzati tutti per impedire al reprobo l'accesso al paradiso. Svegliatosi, il vescovo riferì il sogno al cappellano di Pipino, che diede ordine di aprire la tomba di Carlo Martello; dalla fossa uscirono un terribile puzzo di zolfo ed un enorme serpente, ma il corpo non fu trovato. La parte interna della lapide era nera di fuliggine e questo convinse Pipino che Satana si era portato via il padre; per evitare che la maledizione ricadesse su tutta la dinastia dei Carolingi, il vescovo ordinò centinaia di messe. 



 

Cominciato in questo modo, il regno di Pipino si distinse per gli innumerevoli presagi: furono viste in cielo nuvole grondanti sangue e di forma mostruosa, si avvistarono vascelli volanti carichi di esseri venuti da altri mondi, gli spiriti maligni, in orride sembianze, invasero le città e le campagne. Molti disgraziati, sorpresi a camminare da soli nei boschi, furono scambiati per creature non terrestri ed uccisi senza pensarci due volte. 

Nell'immagine a lato,
"La nave dei folli" di Hieronymus Bosch (1450-1516), olio su tavola, Parigi, Museo del Louvre

La follia collettiva fu fatta bruscamente finire dal figlio Carlomagno, che promulgò una legge secondo la quale chi vedeva spiriti ed abitanti di altri mondi era un sensitivo ed uno stregone, quindi egli stesso in comunicazione diretta con il mondo degli spiriti e dei demoni: per evitare di subire le stesse pene, i visionari improvvisamente smisero di avere visioni, o almeno ebbero il buon senso di non parlarne più.

Carlomagno fu il restauratore del Sacro Romano Impero; egli istituì le Decime, imposte destinate al mantenimento del clero; avviò anche il processo di alfabetizzazione del suo popolo, aiutato dal monaco irlandese Alcuino, che fondò un'accademia di dotti riuniti intorno al re, la già citata Scuola Palatina, in cui c'erano poeti, filosofi, giuristi, teologi, matematici, astronomi, storici e grammatici, che insegnavano le sette arti agostiniane. Tutto il suo regno fu sotto l'egida della protezione divina, che gli assicurò tante conquiste vittoriose. Si diceva che il papa Leone III gli avesse dato l'Enchiridion, un libro sacro (2) che racchiudeva il segreto per conquistare il mondo e per dargli la pace; riportava anche formule per affrontare la vita di tutti i giorni, difendersi dagli incantesimi e dai malefici d'amore o di morte, guarire velocemente le ferite e le malattie, avere figli forti e sani, acquistare benevolenza e avere successo. Per esempio, per ottenere il favore di qualcuno o portare a buon fine un'impresa, il libro consigliava di scrivere su due foglietti di pergamena la seguente formula:

+ Authos + a nostro + Noxio + Bay + Gloy + Apen +

Agia + Agios + Hischiros +.

Uno dei due foglietti andava portato chiuso in un sacchettino di seta appeso al collo, l'altro serviva per la lettura quotidiana della formula; ricordiamo che il segno "+" non indicava la somma matematica, ma voleva dire che occorreva, a quel punto, farsi il segno della croce mentre si pronunciavano le parole. L'Enchiridion non si deve confondere con i Grimori, cioè i testi di magia rituale che fiorirono all'epoca: se lo fosse stato, Carlomagno non lo avrebbe accettato, essendo uno strenuo sostenitore della lotta alla magia, tanto da pubblicare un editto contro gli indovini, i fabbricanti di filtri ed i fattucchieri, che comminava ai colpevoli pene durissime, fino alla morte.

Il libro riportava alcuni simboli, fra i quali la "spada pantacolare vendicatrice", simbolo di difesa come di offesa, decorata dalla scritta "Deo duce, ferro comite" (Dio come guida e la spada come compagna): il motto ed il simbolo furono presi come emblema dalla Santa Vehme. Questa fu una società segreta, fondata, secondo la leggenda, dallo stesso Carlomagno; altri dicono, invece, che fu fondata in Vestfalia verso la fine del 1200, dopo la morte di Federico II, e fanno risalire la parola Vehme all'olandese veem, che vuol dire corporazione, perché i primi membri della setta sarebbero stati reclutati fra le organizzazioni di mestiere. Essa aveva il compito di sostenere l'ordine, di lottare contro qualsiasi forma di eversione o di rivoluzione, di difendere il cattolicesimo e di opporsi alle riforme sociali, ragion per cui fu molto ben vista da ogni governo. Secondo la tradizione, i primi nemici furono proprio quei popoli germanici che rifiutavano di abbandonare i vecchi culti: il massacro di Externsteine fu un buon esempio di quello che si poteva fare contro gli avversari della Chiesa. 

Il tribunale della Santa Vehme giudicava e colpiva senza rendere conto a nessuno. Per certi versi era persino peggio dell'Inquisizione, perché non aveva neppure bisogno di piegarsi ad una parvenza di processo: di notte veniva affissa una pergamena di condanna sulla porta della casa della vittima, fermata con un pugnale a forma di croce; non esisteva appello contro la decisione della setta. I piccoli reati come risse, turpiloquio, furtarelli e adulterio, venivano sanati con pesanti ammende pecuniarie; i reati gravi come l'omicidio, lo stupro, la rapina, il tradimento, l'eresia e la stregoneria, prevedevano sempre la condanna a morte mediante impiccagione. I membri venivano chiamati schoffen, scabini, cioè giudici; l'autorità più alta era l'imperatore, a cui spettava il titolo di Gran Giudice del territorio di Dortmund, città che era la sede principale della setta. Egli nominava i giudici dei vari territori, che a loro volta nominavano i capi dei tribunali dei distretti. Gli interrogatori della Santa Vehme avevano una fama terrorizzante; si diceva che per far confessare gli accusati venisse usata la "Vergine di Norimberga", una statua cava con l'interno dotato di lame affilate; quelli che ci finivano dentro venivano infilzati come tordi.

All'inizio del 1400 la Santa Vehme contava centomila membri. Molti vi entravano attirati dall'aura romantica che circondava l'organizzazione, nello stile dei cavalieri senza macchia e senza paura, che facevano trionfare la giustizia e ristabilivano l'ordine. Ma la realtà era molto diversa: come è prevedibile, lo strapotere aveva fatto degenerare la setta, che era diventata un'arma contro i nemici personali ed un metodo per eliminarli; inoltre i titoli di giudice, dapprima attribuiti per meriti, furono in seguito venduti a caro prezzo e chiunque aveva a che fare con la giustizia poteva comprarsi un titolo, entrare nella Vehme e, con l'impunità concessa ai suoi affiliati, mettersi al riparo dall'arresto. Nel 1437 le voci sul suo operato divennero così allarmanti che l'arcivescovo Dietrich convocò ad Arnsberg tutti i capi dei distretti della Vestfalia e fu deciso che i tribunali della Santa Vehme tornassero alla condotta originaria, intervenendo solo dove avevano competenza. La setta cominciò il suo declino, accelerato anche dal crescente prestigio della giustizia imperiale, amministrata con imparzialità e fermezza; i membri erano sempre in minor numero e sempre meno potenti; alla metà del '700 restavano poche decine di giudici. Fu Napoleone Bonaparte a eliminarla definitivamente agli inizi del 1800.

Nell'immagine a lato,
"The accolade" di Edmund Blair Leighton (1853-1922)


Alla morte di Carlomagno cominciò a sgretolarsi l'unione fra il papato e l'Impero. I nobili si organizzarono nei feudi, dando origine all'istituzione della Cavalleria. I feudi erano i benefici dati ai vassalli che facevano giuramento di fedeltà ed erano revocabili in caso di fellonia, cioè di tradimento della parola data; in cambio il vassallo doveva al suo signore aiuto militare ed economico. I doveri reciproci finirono con l'essere regolati da un codice. I figli dei vassalli erano tenuti alla stessa fedeltà dei genitori verso il signore; quando i ragazzi diventavano adulti, assistevano ad una cerimonia di sapore magico, con la consegna simbolica delle armi. La cerimonia fu poi cristianizzata con l'introduzione di un giuramento sul Vangelo; un sacerdote benediva la spada e consacrava il cavaliere, che si era preparato spiritualmente con una notte di veglia in preghiera e in meditazione. Il neo-cavaliere giurava sul suo onore di difendere i deboli e combattere i prepotenti.

La cavalleria fu molto idealizzata, in particolare dalle Chansons de geste, poemi epici che narravano le imprese degli eroici guerrieri; la più famosa fu la Chanson de Roland, sulle gesta dei paladini di Carlomagno che, guidati da Orlando e dalla sua magica spada Durlindana, morirono in ventimila difendendo il passo di Roncisvalle dall'assalto degli Arabi. In realtà questo episodio non avvenne mai, perché a Roncisvalle la retroguardia dell'esercito franco fu sterminata da un gruppo di montanari baschi cristiani, che approfittarono del terreno impervio per infliggere una sconfitta molto umiliante a quelli che consideravano una minaccia alla loro secolare autonomia. La tradizione epica inventò di sana pianta un glorioso quanto inesistente sacrificio e rimase nelle leggende l'immagine dei Paladini e dei Cavalieri in genere come simboli di abnegazione, coraggio, disprezzo per il pericolo, unico baluardo a difesa del diritto del più debole contro l'arbitrio del più forte. Disgraziatamente, poiché una cosa sono i progetti ed altra cosa le realizzazioni, fiorì il detto che la cavalleria "non militia, sed malitia", cioè i Cavalieri non erano una santa milizia che combatteva per la pace e la giustizia, ma una fonte di malvagità e di guai. Infatti essi furono impegnati per duecento anni a farsi una guerra che in certi momenti divenne tanto aspra, violenta e sanguinaria che la Chiesa fu costretta ad istituire le "paci di Dio", periodi coincidenti con le festività religiose in cui era proibito combattere, per dare alle fazioni in lotta un po' di respiro.

Ma finalmente i Cavalieri trovarono un modo più costruttivo per passare il tempo. Gerusalemme, luogo della passione e della morte di Gesù, era stata per secoli meta di pellegrinaggi: si andava a piedi, trovando ospitalità nei monasteri, il viaggio costava poco e metteva alla prova il coraggio, mondando anche l'anima da eventuali colpe. La città, sacra ai Musulmani come ai Cristiani, aveva subito alterne vicende, ma le lotte tra i Califfi non avevano quasi mai impedito ai pellegrini l'accesso ai luoghi santi, finché nel 1077 i Turchi non se ne impossessarono, estromettendone i Fatimidi che la governavano ed anche tutti gli infedeli. Nel novembre del 1095 il papa Urbano II rivolse a Clermont Ferrand una preghiera ai signori dei feudi, affinché la smettessero di combattere fra loro piccole guerre locali, aiutando tutta la cristianità contro il pericolo dei Turchi. L'appello ebbe conseguenze imprevedibili: ovunque si trovavano predicatori che, colmi di ardore anti-islamico, parlavano della terra promessa e di rinnovamento spirituale; fra questi ricordiamo il monaco Pietro l'Eremita, che fu uno dei più accesi sostenitori della necessità della guerra santa (3). Nel miraggio furono coinvolti figli cadetti che non avevano alcuna possibilità di ereditare, cavalieri in cerca di avventure, monaci in crisi, prostitute con speranze di redenzione, giovanotti afflitti da pene d'amore impossibile, mistici dal cuore puro, villici senza terra, fuorilegge che non avevano nulla da perdere.

Nell'immagine a lato,
"Ingresso dei Crociati a Costantinopoli" di Eugène Delacroix (1798-1863), olio su tela, Parigi, Museo del Louvre

Nei primi mesi del 1096 partirono tutti, armati di forconi, roncole e bastoni, più che di spade, per conquistare "il paradiso, l'onore, il pregio, la gloria e l'amore della propria donna": la "crociata dei pezzenti", come fu chiamato questo movimento popolare, decise che prima di andare a combattere i crudeli Saraceni bisognava far pulizia in casa propria e costringere gli altri infedeli, gli Ebrei, alla conversione o punirli con la morte. Infiammati da sacro zelo purificatore, passarono per l'Europa saccheggiando i ricchi quartieri ebraici. Furono uccisi migliaia di Ebrei; molti preferirono il suicidio pur di non subire una conversione forzata. Il pontefice, spaventato dalle conseguenze dell'esplosione di follia, che stava diventando totalmente incontrollabile, si affrettò a dettare le regole per i Crociati: dovevano essere soprattutto i nobili cavalieri ad offrire la propria spada per difendere il Santo Sepolcro; se erano sposati, le loro mogli dovevano essere d'accordo e, nel caso fossero ecclesiastici, dovevano essere autorizzati dai superiori. I pezzenti partiti in primavera si dispersero; molti trovarono un posto di loro gradimento, moltissimi morirono nel viaggio, altri arrivarono a Costantinopoli e furono uccisi dai Turchi. Nella tarda estate dello stesso anno cominciò la "crociata dei Baroni", che vide conti, duchi e figli di re partire con un seguito di scudieri, armature lucenti e bandiere al vento, al grido di "Gerusalemme piange". I Crociati, guidati da Goffredo di Buglione, presero la città nel luglio del 1099, dopo una lunga serie di massacri e di morti da ambo le parti. Il legato pontificio costituì il nuovo stato di Gerusalemme, retto da vassalli della Santa Sede; per salvaguardarne la difesa furono creati tre ordini monastici di nuova concezione, cioè monastico-cavallereschi: i Cavalieri del Tempio, i Cavalieri Ospedalieri di san Giovanni ed i Cavalieri Teutonici.

Nell'immagine a lato,
"Preparativi per l'assalto a Gerusalemme" di Friedrich Overbeck (1789-1869), affresco, Roma, Casino Massimo


I Turchi passarono presto all'attacco per riconquistare i territori perduti e papa Eugenio III indisse un'altra crociata nel 1147 per controllare la situazione; la cosa si concluse con un nulla di fatto, perché i Crociati erano pochi e male equipaggiati. Ma nel 1187 Saladino, alla guida dell'esercito turco, riprese Gerusalemme, dando il via alla terza crociata. All'appello risposero grandi nomi: l'imperatore Federico Barbarossa, il re di Francia Filippo Augusto, il re d'Inghilterra Riccardo Plantageneto. In Cilicia Federico Barbarossa cadde da cavallo mentre attraversava un fiume ed annegò; il re di Francia conquistò Acri e, convinto di aver fatto la propria parte, se ne tornò a casa. In quanto a re Riccardo, chiamato "Cuor di leone" per il suo coraggio, appreso che suo fratello Giovanni cercava di prendersi il trono inglese, lasciò in fretta la Terrasanta per andare a difendere i propri diritti. Di questo re noi tutti conosciamo la storia romanzata, legata alla leggenda di Robin Wood, il nobile fuorilegge che combatteva contro lo sceriffo di Nottingham, alleato di Giovanni l'usurpatore; nella realtà fu un sovrano audace e temerario, ma talmente incompetente da distruggere il suo esercito, rischiando perfino il linciaggio da parte dei suoi stessi soldati, sorte dalla quale fu salvato dai Templari, che lo sottrassero all'ira dell'armata facendolo travestire da servo ed aiutandolo a scappare.

Alla terza crociata ne seguì una quarta, poi una quinta e via fino all'ultima, l'ottava, nel 1270, conclusa senza la riconquista di Gerusalemme. Nonostante il fatto che, a guardarle con obiettività, le Crociate siano state un disastro storico per l'inutile perdita di vite e per lo spreco di denaro, senza riuscire ad ottenere lo scopo prefissato di liberare la Terrasanta, esse ebbero però molte conseguenze positive: in campo religioso, facendo guadagnare prestigio alla Chiesa; in quello economico, per l'impulso dato allo scambio di merci; in quello socio-politico, perché decretarono la fine del mondo feudale e l'inizio di una nuova civiltà basata sulla borghesia; e dal punto di vista culturale furono un vero trionfo, perché permisero scambi di informazioni e di conoscenze tra Cristiani e Musulmani (file aggiornato nel Novembre 2005).

                                                   Devon Scott

 

Il testo è tratto da Tradizioni perdute di Devon Scott, edizioni Lunaris.
Copyright, tutti i diritti riservati.

Note bibliografiche
(1) Le notizie storiche generali sul Medioevo sono tratte dalla Storia d'Europa (sei volumi) di G. Livet e R. Mousnier, editrice Laterza, Bari; da La civiltà del Medioevo (quattro voll.) di Autori Vari, a cura di Silvia Moretti, editrice Laterza, Bari; da Uomini e tempo medievale a cura di Roberto Barbieri, editrice Jaca Book, Milano; da L'anno Mille il mondo si trasforma di Guy Bois, editrice Laterza, Bari; da L'Europa nel Medioevo di Georges Duby, editrice Laterza, Bari; da Lo specchio del feudalesimo dello stesso autore, editrice Laterza, Bari; da Il Medioevo di Ludovico Gatto, editrice Newton Compton, Roma; da Medioevo. Storia di voci, racconti di immagini di A. Barbero e C. Frugoni, editrice Laterza, Bari; da L'autunno del Medioevo di Johan Huizinga, editrice Sansoni, Firenze; da Costruttori di cattedrali di Jean Gimpel, editrice Jaca Book, Milano; da Le categorie della cultura medievale di Aron J. Gurevic, editrice Einaudi, Torino; da Città e campagna nel Medioevo italiano di Lijubov Kotel'nikova, Editori Riuniti, Roma; da Ragione e società nel Medioevo di Alexander Murray, Editori Riuniti, Roma; da Medioevo italiano di Gioacchino Volpe, editrice Laterza, Bari; da Il simbolismo medievale di Madeline M. Davy, edizioni Mediterranee, Roma. I termini specifici si trovano nel Dizionario del Medioevo di A. Barbero e C. Frugoni, editrice Laterza, Bari. Le date, spesso controverse, sono state prese dalla Cronologia universale di A.A. V.V., editrice Rizzoli, Milano.
(2) Chi fosse interessato al testo dell'Enchiridion, lo potrà trovare a cura di J. Sabellicus, edizioni Mediterranee, Roma.. 
(3) Le notizie sulle Crociate sono tratte da Storia delle crociate di Steven Runciman, editrice Einaudi, Torino; da Le Crociate e il regno di Gerusalemme di Georges Bordonove, editrice Rusconi, Milano; da Oriente e Occidente ai tempi delle Crociate di Claude Cahen, editrice Il Mulino, Bologna.