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nel Medioevo

 

 

STORIA DELLA MAGIA NEL MEDIOEVO
DAI BARBARI AL MONACHESIMO
di Devon Scott

Per convenzione gli storici pongono l'inizio del Medioevo nel 476 d. C., anno in cui il re ariano Odoacre depose l'ultimo imperatore, Romolo Augustolo, facendo cadere formalmente l'Impero Romano d'Occidente (1). Ma la vera caduta dell'Impero risale al 410, anno del sacco di Roma da parte dei barbari guidati da Alarico, che fece crollare il mito dell'eternità della civiltà imperiale romana, dando un colpo psicologico gravissimo ai suoi cittadini. All'indomani del feroce saccheggio il pagano Rutilio ed il cristiano Orosio vollero dedicare un inno d'amore all'ideale romano, celebrando la Roma che aveva dato una sola patria a genti diverse, che aveva assicurato a tutti i suoi sudditi una comunione di vita e di civiltà che superava le differenze etniche e le lontananze geografiche.
Questa "comunità universale nel diritto" non era stata eguagliata da nessuno degli imperi dell'antichità e molti erano convinti che niente potesse distruggerla; ma non restava molto di questa civiltà nell'Alto Medioevo, il periodo che va dalle invasioni barbariche all'anno Mille circa e che risente dell'impoverimento morale, di quello materiale e della subordinazione assoluta dell'uomo all'etica religiosa. 



 

  Nell'immagine sopra, "Apoteosi dell'Impero" di Thomas Cole (1801-1848), olio su tela, Historical Society, New York

 Non a caso lo storico Jacques Le Goff, interrogandosi sulla figura dell'uomo medievale, ne ha dedotto che il modello biblico che meglio la incarnava era Giobbe (2): "uomo semplice e retto, timorato di Dio, che rifuggiva dal male", Giobbe accettava supinamente la volontà del Signore, subendo una serie ininterrotta di disgrazie senza mai ribellarsi e senza cercare motivazioni che non fossero l'arbitrio di Dio.
L'uomo del Medioevo era la posta di una accanita lotta fra Dio e Satana, che se ne disputavano l'anima, mentre il suo corpo, "abominevole rivestimento" di quest'anima, veniva il più possibile mortificato per ripulirlo dal peccato. 
Queste concezioni hanno finito con l'alimentare nei secoli l'idea del Medioevo come l'epoca più terribile e buia della storia umana, immagine che prese forma nel Settecento, quando gli Illuministi, con una visione parziale e piena di preconcetti, condannarono tutto il periodo proprio per la doppia soggezione: una morale, imposta dalla Chiesa, ed una economica, imposta dal signore, prima latifondista e poi feudale. In realtà, come tutte le età di transizione, pose le basi per profondi cambiamenti della società ed i cambiamenti radicali sono di rado tranquilli ed incruenti.  

Nell'immagine a lato,
"Giobbe" di Salvator Rosa, olio su tela, Galleria degli Uffizi, Firenze

Nel 493 Teodorico fondò il regno dei Goti in Italia, con capitale a Ravenna. Cristiano di confessione ariana, in un paese in cui la Chiesa cattolica era potentissima, egli si rese conto che il suo popolo era soprattutto abile alla guerra ed al saccheggio, più che al governo; per questo egli conservò intatte le istituzioni romane, cioè il senato, l'organizzazione municipale, il sistema di riscossione dei tributi e la magistratura, dando ai Romani le cariche civili, ai Goti quelle militari.
Con il suo consigliere, il nobile romano Cassiodoro, egli cercò di affratellare i due popoli, rispettando ciascuno i diritti dell'altro, in particolare lasciando libertà di culto. Questa politica di Teodorico regalò all'Impero d'Occidente trenta felici anni di benessere, finché, alla morte dell'imperatore d'Oriente Zenone, salì al trono Anastasio; mentre il primo aveva cercato un compromesso per mettere fine alle controversie religiose fra le varie sette cristiane, Anastasio volle ristabilire l'ortodossia. I primi a farne le spese furono i Goti: il periodo felice finì per la persecuzione anti-ariana dell'impero bizantino.
Alla morte di Teodorico l'Italia fu nuovamente lacerata da anni di guerre e da scorrerie di barbari. 
Lo storico Franco Cardini ha acutamente osservato che "la tensione verso il mondo magico medioevale e le sue illusioni sembra nascere dal fondo più amaro della condizione umana: la coscienza della solitudine, il tedio dell'esistenza, l'angoscia della morte e del niente, la paura del dolore fisico e della sofferenza spirituale, il senso di insicurezza e di debolezza, il desiderio di forza e potenza, l'invidia, la viltà, l'amore insoddisfatto e l'odio" (3). Chi predicava la mitezza ispirata ai principi di Cristo e consigliava di porgere l'altra guancia, trovava orecchie ben chiuse in una società che si stava facendo sempre più violenta e dove l'esistenza era sempre più difficile e precaria. La gente viveva sotto costante minaccia di guerre, carestie, incendi, malattie, capricci del clima ed altri eventi imprevedibili, tutti catastrofici.

Mentre in Oriente l'Impero garantiva la conservazione di una struttura amministrativa stabile, di un governo centrale, di commerci, scambi e vita culturale, in Occidente le città erano sempre più isolate. Nella Storia d'Europa di Livet e Mousnier si legge:

"La popolazione urbana è composta da chierici, amministratori civili, artigiani, qualche commerciante, contadini venuti a cercarvi rifugio, cui si mescolano soldati disoccupati e schiavi in fuga; una popolazione disparata, al cui interno coloro che producono hanno una collocazione del tutto secondaria ed in cui il personale veramente efficiente nell'amministrazione politica ed economica scarseggia paurosamente. Quanto ai pochi mercanti che sopravvivono e che si dedicano al traffico locale ed al commercio del danaro, avendo rinunciato agli affari a lunga distanza, sono sempre più estranei al corpo sociale" (4).

Nelle campagne la terra era suddivisa in enormi tenute, i latifondi, i cui padroni avevano grande ricchezza e potere. I loro fittavoli erano piccoli proprietari che, impoveriti ed indebitati, erano stati costretti a cedere i propri possedimenti, mettendosi sotto la protezione dei signori; nominalmente liberi, essi erano di fatto schiavi, legati ai campi che coltivavano da un regime che impediva loro ogni progresso, tenuti in una assoluta povertà che a malapena permetteva loro di mantenersi in vita. Anche alcuni piccoli artigiani vivevano nei latifondi, per cui la vecchia economia basata sugli scambi aveva lasciato il posto ad una "economia di sopravvivenza", che obbligava ogni centro di produzione a provvedere allo stretto necessario, diventando il più possibile autonomo.

Modello di questo tipo di organizzazione fu una delle più importanti istituzioni medievali: il Monachesimo, che ebbe una funzione di mediazione fra la cultura greco-romana e quella dei nuovi popoli conquistatori germanici. Fra i monaci il più noto fu San Benedetto; nato a Norcia attorno al 480 da una famiglia benestante, egli si ritirò verso i vent'anni nell'eremo di Subiaco, che lasciò nel 529 per stabilirsi a Montecassino. Qui fondò un'abbazia, da cui fu emanata la prima Regola, norma che presto divenne legge per tutto il monachesimo occidentale, condensata nel celebre motto "Ora et labora" (prega e lavora). Se prima c'erano stati molti anacoreti, cioè monaci che facevano vita ascetica e solitaria, ora c'erano i cenobi, cioè luoghi di vita in comune, governati da un abate (dall'ebraico abbà, padre), al quale venivano affidati i monaci e che ad ognuno dava un compito da svolgere.  

Nell'immagine a lato,
"Il giardino del monastero dei Cappuccini a Salisburgo" di Ferdinand Olivier (1785-1841), Museum der Bildenden Kunste, Lipsia

La Regola, articolata in settantatrè capitoli (5), serviva a gestire la vita della comunità, nella quale si trovavano monaci di varie razze e di vari ceti sociali, fra cui molti nobili. Ospiti dei monasteri erano anche gli "oblati", cioè fanciulli lasciati dalle loro famiglie perché diventassero frati; questa usanza durò fino al Mille, poi fu eliminata, preferendosi accettare solo gli adulti convinti della propria vocazione. 
I monaci benedettini costituivano una "milizia cristiana" al servizio di Dio; la loro vita era orientata alla mortificazione del corpo ed alla disciplina, oltre che all'umiltà. Quelli che dimostravano di essere "riottosi, ostinati, superbi e disobbedienti" incorrevano nelle ire dell'abate, che li teneva in riga "con le battiture ed altri castighi corporali fin dal primo affiorare del vizio". 
I monasteri cominciarono a prosperare, grazie anche alle donazioni dei privati. I monaci consideravano l'ozio un pericoloso nemico e lavoravano instancabilmente, coltivando la terra, scavando canali per l'irrigazione e bonificando zone paludose; facevano inoltre lavori di artigianato e studiavano gli usi delle erbe nel campo della farmacologia e della cosmetica. Una delle occupazioni tipiche dei monaci fu la trascrizione dei codici; nei monasteri c'era lo scriptorium, la stanza più luminosa, destinata alla copiatura dei libri: dobbiamo proprio a questi pazienti miniatori la conservazione dei testi classici, spesso vere opere d'arte.

Nelle scuole monastiche si insegnavano le discipline umanistiche del trivium (grammatica, retorica e dialettica) e quelle scientifiche del quadrivium (aritmetica, geometria, astronomia e musica). Le concezioni più seguite erano quelle di Sant'Agostino. Figlio di un pagano e di una cristiana, Agostino (6) condusse in gioventù una vita disordinata; passò dal manicheismo al neoplatonismo, sempre profondamente insoddisfatto dell'esistenza che conduceva, finché a Milano non conobbe il vescovo Ambrogio, che lo convinse a convertirsi al cattolicesimo. 
Non possiamo riportare il suo pensiero, in questa sede, tranne che per due cose, che influenzarono pesantemente la morale cristiana per secoli: la prima è la sua opinione, esposta nelle Confessioni, sulla sessualità e sulla donna, entrambe da considerare con disprezzo ed ossessivo senso del peccato; la seconda riguarda la stregoneria, di cui parlò nel De civitate Dei. Egli era venuto a conoscenza dell'esistenza di certe donne, chiamate Veneficae, che erano in grado di fare filtri magici, che, una volta ingeriti, trasformavano le persone in animali. Egli si disse convinto che le metamorfosi fossero del tutto impossibili, ma che i filtri delle streghe potessero indurre stati di allucinazione, di trance o di sogno ad occhi aperti, per cui lo stregato credeva di tramutarsi e di compiere viaggi ed imprese. Nel De vera religione riprese l'argomento, dicendo chiaramente che credere nella stregoneria era superstizione puerile; egli si stupì, anzi, che perfino grandi filosofi ci fossero caduti. Erano la superbia e la vana curiosità, che spingevano eretici e stregoni verso l'errore ed impedivano loro di vedere la verità; poveri sciocchi, dovevano essere solo compatiti, in attesa del loro ravvedimento.
Questa interpretazione della stregoneria fu accettata dalla Chiesa e fu in seguito codificata nel Canon Episcopi, testo di origine carolingia, fatto risalire erroneamente al Concilio di Ancyra del 314, ma attribuibile al X secolo, che esaminava la possibilità di certe donne di fare malefici, cavalcare demoni ed onorare Diana, dea dei pagani. Il Canone decretò che le pretese delle streghe di recarsi al sabba e di compiere sortilegi erano solo sciocchezze; le tapine, ottenebrate da Satana, si illudevano di avere poteri inesistenti e bisognava trattarle con pietà e comprensione, anche se era da condannare la loro intenzione di fare patti col diavolo per ottenere questi poteri. In conformità alle tesi agostiniane e poi al Canone, il clero si dimostrò sempre molto clemente con le pretese streghe, tanto da raccomandare alle autorità civili, che in materia di stregoneria erano alquanto severe, di non applicare la pena di morte, perché le poverette potessero accorgersi del proprio sbaglio e convertirsi alla vera religione. Questo atteggiamento fu mantenuto dalla Chiesa per secoli, mentre il braccio secolare della legge oscillò fra misericordia, moderazione e crudeltà.

Nel 590 fu nominato papa Gregorio Magno; pontefice straordinario per l'acume e l'intuito politico, in seguito dichiarato santo, egli rafforzò i domini ecclesiastici in Italia, riorganizzò la gerarchia del clero e fece diventare Roma meta di pellegrinaggi, alimentando il culto delle sante reliquie esposte nelle basiliche della città. L'idea di dare impulso alla venerazione delle reliquie fu davvero geniale; a Roma ce n'erano tante e molto importanti, come le catene di san Pietro, la graticola che era servita per il martirio di san Lorenzo, la testa mummificata di san Paolo, la tunica di san Giovanni Evangelista e frammenti del legno della vera croce di Cristo. I luoghi dove le reliquie venivano conservate erano considerati spazi santi e miracolosi; questo servì moltissimo nel processo, tutt'altro che facile, di avvicinare alla Chiesa la mentalità pagana. A questo contribuì anche l'opera più famosa di Gregorio, i Dialoghi, che raccontava sogni, visioni, miracoli e leggende, usando un linguaggio semplice per farsi capire da tutti e facendo leva sul senso del meraviglioso per catturare i lettori (7). Per fare un esempio, nel Libro III egli riferì il caso accaduto a Sabino, vescovo di Piacenza, che aveva fermato una terribile inondazione del Po in questo modo prettamente magico: chiamato il notaio, Sabino gli aveva fatto redigere un documento in cui si intimava al fiume, in nome di Gesù Cristo, di rientrare subito nel suo alveo e di non uscire mai più a minacciare le circostanti terre della Chiesa. Gettata la pergamena nelle acque rigonfie del Po, il fiume si era subito affrettato ad abbassarsi ed era tornato nel suo letto, guardandosi bene dal riprovare ad uscirne.
Un altro dei suoi meriti fu di promuovere la cristianizzazione dell'attuale Gran Bretagna e dell'Irlanda, terre semi-selvagge, dove un secolo più tardi il venerabile Beda (673-750) avrebbe introdotto le idee della Patristica e da dove sarebbe partito Alcuino (730-804), fondatore della Scuola Palatina alla corte di Carlo Magno. Una lettera di Gregorio agli evangelizzatori dell'Inghilterra ne rivela le capacità diplomatiche, quando consiglia di distruggere gli idoli, non i templi, cosi da permettere, una volta purificati dalle presenze pagane, un più rapido familiarizzarsi degli abitanti con i nuovi culti.  

Le aree "barbare", cioè quelle scandinave e celtiche, furono tra le più restie ad accettare il Cristianesimo e ad abbandonare le loro antichissime tradizioni magiche. Per quel che riguarda le regioni dell'odierna Francia, il battesimo del re Clodoveo, della dinastia dei Merovingi, convertitosi formalmente nel 498, fu un atto puramente politico, fatto allo scopo di ottenere l'aiuto dell'episcopato cattolico per unire politicamente tutti i territori francesi. Questa conversione poco o nullo valore ebbe per il popolo, che continuò tranquillamente a seguire i propri riti, nonostante Clodoveo, per dimostrare il proprio zelo di neo-cristiano, avesse perfino ratificato la Lex salica, la legge dei Franchi Salii che regolamentava le pene contro la stregoneria. Le aree tedesche, rimaste ariane per secoli, si convertirono al cattolicesimo solo dopo la predicazione di san Bonifacio; egli collaborò anche alle riforme ecclesiastiche intraprese dalla nuova dinastia carolingia.
Il problema della sopravvivenza degli antichi culti fu risolto, in queste aree, solo nel 783 dal "cristianissimo re" Carlomagno, che, durante la conquista della Sassonia e della Baviera, per convincere i nativi alla conversione, ordinò il massacro di Externsteine, nel quale furono uccisi i quattromilacinquecento primogeniti delle famiglie della città, per eliminare le antiche credenze, trasmesse appunto dal capofamiglia al primogenito; egli emanò poi l'Editto di Lippe, che proibiva la cremazione dei morti ed i culti pagani. 

Nell'immagine a lato,
"Sigfrido ucciso da Hagen" di Schnorr von Carolsfeld (1794-1872), affresco del Residenzmuseum, Monaco

A Extersteine si possono ancora vedere i resti del più importante santuario dei Germani, cinque pilastri di trenta metri che affiorano dal suolo nella foresta del Teutoburger Wald, nella Bassa Sassonia, a Sud di Hannover. 
Ricerche archeologiche condotte negli ultimi cent'anni hanno portato a definire il luogo come una Stonehenge germanica, tempio ed insieme osservatorio astronomico, facente parte delle cosiddette "Heilige linien", le linee sacre che collegavano fra loro i megaliti sede del culto (8).   
Proprio in queste zone nacquero le ballate popolari e le saghe magico-mitiche riunite poi nella Canzone dei Nibelunghi, il poema epico(9) scritto tra il 1200 ed il 1203 da un anonimo autore, che faceva parte della cerchia di gentiluomini riuniti attorno al vescovo di Passau. Il protagonista è Sigfrido, eroe bello, buono, generoso e leale, che dopo molte disavventure riesce a sposare la bellissima e dolce Crimilde. Ucciso da un traditore, sarà la moglie, folle di dolore, a vendicarlo causando una spaventosa serie di morti e rovine. Il nome Nibelunghi, che vuol dire "figli del paese delle nebbie", fa riferimento ad un popolo di spiriti sotterranei, custodi di un tesoro (file aggiornato nel Novembre 2005). 

                                                       Devon Scott

 

Il testo è tratto da Tradizioni perdute di Devon Scott, edizioni Lunaris.
Copyright, tutti i diritti riservati.

Note bibliografiche
1) Le notizie storiche generali sul Medioevo sono tratte dalla Storia d'Europa (sei volumi) di G. Livet e R. Mousnier, editrice Laterza, Bari; da La civiltà del Medioevo (quattro voll.) di Autori Vari, a cura di Silvia Moretti, editrice Laterza, Bari; da Uomini e tempo medievale a cura di Roberto Barbieri, editrice Jaca Book, Milano; da L'anno Mille il mondo si trasforma di Guy Bois, editrice Laterza, Bari; da L'Europa nel Medioevo di Georges Duby, editrice Laterza, Bari; da Lo specchio del feudalesimo dello stesso autore, editrice Laterza, Bari; da Il Medioevo di Ludovico Gatto, editrice Newton Compton, Roma; da Medioevo. Storia di voci, racconti di immagini di A. Barbero e C. Frugoni, editrice Laterza, Bari; da L'autunno del Medioevo di Johan Huizinga, editrice Sansoni, Firenze; da Costruttori di cattedrali di Jean Gimpel, editrice Jaca Book, Milano; da Le categorie della cultura medievale di Aron J. Gurevic, editrice Einaudi, Torino; da Città e campagna nel Medioevo italiano di Lijubov Kotel'nikova, Editori Riuniti, Roma; da Ragione e società nel Medioevo di Alexander Murray, Editori Riuniti, Roma; da Medioevo italiano di Gioacchino Volpe, editrice Laterza, Bari; da Il simbolismo medievale di Madeline M. Davy, edizioni Mediterranee, Roma. I termini specifici si trovano nel Dizionario del Medioevo di A. Barbero e C. Frugoni, editrice Laterza, Bari. Le date, spesso controverse, sono state prese dalla Cronologia universale di A.A. V.V., editrice Rizzoli, Milano.
(2) Da L'uomo medievale di Jacques Le Goff, editrice Laterza, Bari. 
(3) Da Magia, stregoneria, superstizioni nell'Occidente medievale di Franco Cardini, editrice La Nuova Italia, Firenze.
(4) Da Storia d'Europa di Livet e Mousnier, opera citata.
(5) Da La Regola di San Benedetto e le Regole dei Padri a cura di Salvatore Pricoco, edizioni della Fondazione Lorenzo Valla, Milano.
(6) Da La vera religione di S. Agostino, editrice I Dioscuri, Genova.
(7) Da Lettere di Gregorio Magno, a cura di Vera Paronetto, editrice Studium, Roma.
(8)Da Atlante dei luoghi misteriosi di Jennifer Westwood, opera citata.
(9) De' I Nibelunghi esiste una traduzione italiana curata da G. Vittorio Amoretti, editrice TEA, Milano.