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Magia celtica

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IL CERCHIO DI FUOCO
Storia, mito, folklore, magia dei Celti



 

La vita religiosa e i simboli sacri
I Celti (1) vivevano in completa armonia con la natura e  rispettavano lo spirito presente in ogni cosa. I corsi d'acqua, i laghi, gli stagni, le sorgenti, le foreste, le pietre erano permeati dall'essenza del divino e considerati sacri, in particolare l'acqua, che scaturendo dalla terra era il dono più diretto ed immediato della Dea Madre.
Dagli scrittori classici greci e romani sappiamo che erano molto

 

 

 

religiosi: pregavano spesso, ogni occasione era buona per fare sacrifici ed erano soliti decorare le loro radure sacre con oro e gioielli, bottino di guerra che nessuno toccava, neppure il più povero, perché dedicato ai loro dei. Non ci sono, però, le prove di una fede religiosa nel senso di un insieme organizzato e dogmatico di credenze, anche se essi avevano una serie di cerimonie, formule e rituali magici atti ad influenzare le potenze soprannaturali ed a predire il futuro.

Essi credevano che l'anima fosse immortale. Lucano affermava che i Druidi insegnavano al popolo che "le anime non cadono (...) nei pallidi regni sotterranei, ma lo spirito passa a reggere altre membra in un altro mondo" (2). Se la morte per i Celti non era che una pausa in una lunghissima esistenza, si giustificava il totale disprezzo di ogni guerriero nei confronti della morte.
Strabone, nella sua Geografia, diceva che  "I Druidi affermano, e altri con loro, che le anime e l'universo sono indistruttibili, ma che un giorno il fuoco e l'acqua prenderanno il sopravvento su di loro" (3).
Non avevano un concetto di morale come l’abbiamo noi, imbevuto di principi cristiani: per i Celti era morale rispettare le leggi, le tradizioni, gli dei e le usanze della propria tribù.

Dopo la morte del corpo fisico, l'anima continuava a vivere nell'Aldilà, il Sid (Sidh in irlandese moderno), luogo di beatitudine situato in un'isola lontana circondata dalla spuma del mare, ai confini occidentali del mondo conosciuto, indicato dalla Stella Polare.

C'è un albero con fiori
sui quali gli uccelli scandiscono le ore,
ed è in una continua armonia che tutti insieme
scandiscono le ore.
Colori di ogni tono splendono
attraverso le pianure dalle voci incantatrici;
la gioia è abituale, tutto intorno c'è musica
nella Piana del Sud della Nube d'Argento.

Così il poema (4) del IX secolo Immran Brain maic Febail descrive questo luogo meraviglioso, in cui non esistono tristezza né tradimento, dove non risuonano mai parole rudi o grossolane, e non si conoscono dolori, debolezze, morte. I sidhe erano molti; alcuni erano posti sopra colline, altri in foreste, alcuni perfino sottoterra, come quello in cui trovarono rifugio i Tuatha dé Danann dopo essere stati sconfitti. All'aldilà si poteva accedere attraverso ogni specchio d'acqua, da cui la sacralità dell'acqua e delle sorgenti.

  A rappresentare la continuità del tempo c'era la sacra ruota (raffigurata anche con raggi o come una spirale), che simboleggiava la creazione dell'universo, il viaggio delle stelle e della luna nel cielo notturno, il percorso del sole durante il giorno. Passavano i giorni e le settimane, cambiavano le stagioni, la vita faceva il suo corso e tutto ritornava allo stesso punto: niente aveva davvero inizio, niente aveva davvero fine. Le anime arrivavano nell'oltretomba attraverso un percorso a spirale e attraverso lo stesso percorso giungevano sulla terra ad incarnarsi.
Molti dei simboli usati dai Celti erano triplici, perché la triplicità era una caratteristica del divino (5). La Triskele, a forma di triplice spirale, indicava la dinamizzazione delle energie, come la croce Swastika, che nei bracci rotanti simboleggiava il sole e lo scorrere delle cose, il movimento, mentre il cerchio ne definiva l'immobilità.

Animali sacri erano il cinghiale, simbolo di abbondanza, che non mancava mai nei banchetti; il toro, simbolo della fertilità; il cervo, connesso a Cernumno, che indicava il ciclo vitale; l'ariete, simbolo di forza aggressiva; il cane, compagno nella caccia e dotato di una saliva che poteva guarire alcune malattie; il cavallo, simbolo di bellezza e potenza sessuale, prediletto dal dio del sole; l'aquila, emblema del padre degli dei.
Tutte le cerimonie esigevano la presenza di un calderone sacro. C’era il calderone di Dagda, che saziava chiunque mangiasse il cibo che vi era cucinato, simbolo dell’abbondanza. Anche Keridwen aveva un calderone magico, simile a quello precedente, pieno di un cibo mistico detto “greal”, che conferiva l’immortalità. Il secondo era il calderone della resurrezione, in cui si gettavano i morti in battaglia, che sarebbero rinati la mattina dopo. Il terzo era il calderone del sacrificio, in cui venivano annegati, o più spesso si annegavano, gli sconfitti, oppure le vittime sacrificate a Teutates.

  I loro dei erano molto numerosi, circa quattrocento, e non avevano precise funzioni ed attributi, come quelli greci e romani, bensì erano divinità tribali e locali, ciascuna con caratteristiche proprie a seconda dei gruppi, sempre rappresentati da un totem (di solito un animale o una pianta, scelti per le loro caratteristiche a simboleggiare la tribù). Cesare tentò invano di fare un parallelo tra gli dei del Pantheon romano e quelli dei Celti, ma riuscì solo ad aumentare la confusione nei suoi lettori. E' ragionevole supporre che i vari gruppi di Celti, arrivati in Europa centrale, occidentale e settentrionale, col tempo si siano fusi con le popolazioni autoctone, incorporandone anche usi, costumi e credenze religiose, mescolandoli con i propri. Infatti i Celti delle Isole Britanniche avevano divinità diverse dai Celti della Penisola Iberica, dai Galli, dai Celti del centro dell'Europa e dei Balcani.

Tra le divinità più importanti proprie delle Isole Britanniche c'erano Dagda, padre di tutti gli dei, patrono dei Druidi, della scienza, del sapere sacerdotale, dio della vita e della morte; sua figlia Brigit, che proteggeva la poesia e la divinazione; Ogme, figlio di Brigit, dio dell'eloquenza, inventore della scrittura e della magia; Diancecht, dio della salute, della giovinezza e della medicina. Invece i Celti continentali adoravano Teutates, il dio del cosmo, dispensatore del soffio vitale, protettore dei padri di famiglia, dei capi, dei re; Hesus, dio della guerra, che proteggeva i guerrieri, incarnava la vitalità maschile ed il seme fecondatore, e assumeva talvolta le sembianze di un grosso cane feroce; Taranis, dio delle tempeste e delle acque, protettore della navigazione, i cui simboli erano il fulmine e la ruota; Maponos, dio del vigore giovanile e della medicina. I Galli avevano anche il culto di Belenus, dio della luce, e di sua moglie Belisama, dea del fuoco e della saggezza; inoltre veneravano Epona, protettrice dei cavalli e dei cavalieri, e Cernumno, il dio cornuto della caccia, protettore degli animali e dispensatore di abbondanza. Lugh era come il Mercurio romano, patrono delle arti presso tutti i Celti; gli fu dedicata la città di Lugdunum (Lione). Le attribuzioni degli dei maschili non erano fisse, ma cambiavano tra le varie tribù; per esempio, Teutates veniva indicato da alcuni come un equivalente celtico di Giove, da altri come Marte.

Per quel che riguarda le divinità femminili, molti studiosi sono d'accordo sul fatto che le innumerevoli dee dai nomi diversi altro non fossero che molteplici attribuzioni di un'unica dea: la Grande Madre Terra. Keridwen era la Dea Madre nella sua funzione di protettrice delle forze della natura, delle foreste, delle montagne; Rosmerta custodiva il focolare domestico, le tradizioni, le cose sacre; Idunna rappresentava il pensiero creatore, la conoscenza, le opere intellettuali; Danu (o Anu) aveva il volto della luna e regolava le maree e i flussi mestruali femminili; l'irlandese Morrigan (Branwen per i Celti continentali) era la regina delle battaglie, una donna-guerriera di grande valore e audacia.

         Gli dei venivano adorati nel Nemeton, sacra radura nei boschi, non in templi costruiti da mani umane: erano dei della natura e nella natura ricevevano i loro omaggi. Lucano descrisse uno dei boschi sacri con macabra fantasia degna di Stephen King:

C'era un bosco sacro, mai profanato da tempo immemorabile, che sotto la volta dei suoi rami racchiudeva un'aria tenebrosa e gelide ombre, facendo schermo in alto ai raggi del sole. Non Pani agresti e Silvani, signori delle selve, e Ninfe lo abitavano, ma vi erano celebrate cerimonie di barbari riti: vi si ergevano sinistri altari e, durante i sacrifici, il sangue umano schizzava su ogni pianta. Se un po' di fede merita l'antichità, che ha provato lo stupore per il divino, persino gli uccelli avevano paura di posarsi su quei rami e le fiere di sdraiarsi in quella selva; neppure il vento o la folgore che piombava dalle fosche nubi si abbattevano su di essa e le fronde degli alberi avevano un brivido tutto loro, senza che il vento le scuotesse. Acque abbondanti cadevano da cupe sorgenti ed i lugubri simulacri degli dèi erano privi d'arte, ricavati rozzamente da tronchi intagliati” (6).

Nel bosco, testimone di orrendi sacrifici, si vedevano "bagliori senza incendi, draghi striscianti che si attorcigliavano intorno ai tronchi". Secondo Lucano, la popolazione era talmente terrorizzata dal luogo che non vi si recava più neppure per pregare e perfino i sacerdoti non vi entravano dopo il tramonto.
In realtà, lungi dall'essere lordi di sangue umano, gli altari erano spesso ricoperti di offerte di frutti e focacce. Gli dei amavano i sacrifici umani, ma solo in occasioni molto speciali e non nella quantità sterminata sostenuta dalla propaganda romana. Il sangue che schizzava sugli altari era quello degli animali sacrificati dai sacerdoti celti, esattamente come da quelli romani, per leggere il futuro nelle loro viscere. Le vittime umane sacrificate ritualmente morivano, invece, annegate se il dio preferiva l'elemento Acqua (come Teutates), impiccate ad un albero per un dio che preferiva l'elemento Aria (come Hesus), bruciate se il dio sentiva affine l'elemento Fuoco, oppure sepolte vive per chi preferiva l'elemento Terra.

         La grande Dea Madre-Terra proteggeva le donne, la maternità, la fertilità, le nascite, gli animali e i raccolti. Nella sua accezione negativa essa dava sterilità, carestia, fame, morte e talvolta portava la guerra: si diceva che "voltava la faccia", presentando il suo lato oscuro. Anticamente i Celti non avevano statue, ma solo figure sbozzate in legno o in pietra; dopo l'incontro con i Greci e i Romani cominciarono a scolpire statue. La dea veniva rappresentata, seduta su di un grande trono, in forma triplice: una fanciulla indicava la giovinezza, una donna con un bimbo in braccio era l'immagine della madre, una vecchia indicava l'ultimo periodo della vita. Talvolta la triplice dea teneva tra le braccia fiori, frutti, focacce, simbolo dei doni della terra. Quando  i primi missionari cristiani trovarono queste figure femminili, venerate dal popolo, coniarono l'espressione "prefigurazione della Vergine" e affermarono che le statue rappresentavano la Madonna, anche se risalivano a tempi di gran lunga precedenti. Molte di queste statue avevano il viso metà bianco e metà nero, a rappresentare il lato positivo e quello negativo della dea, oppure tutto nero, simbolo delle forze che scorrevano nel sottosuolo.

Le raffigurazioni della Terra, Grande Madre di tutta la natura e delle cose viventi, sono assai comuni in Europa e restano ancora oggi numerosi esempi di questo culto antichissimo, rappresentato spesso da una Vergine nera. Non tutte le cosiddette “Vergini nere” risalgono ai Celti; molte sono arrivate in Europa portate dai soldati di ritorno dalle Crociate, oppure da pellegrini che si erano recati in Terrasanta. Ma la loro diffusione e la facilità con cui sono state accettate dalla popolazione dimostra che si sono inserite in luoghi di culto e in tradizioni religiose preesistenti. Anneli S. Rufus e Kristan Lawson (7) hanno fatto un elenco di queste statue in Europa. In Italia ce ne sono diciannove: Oropa, Graglia, Groscavallo, Rivoli, Sampeyre, Trana e Trofarello in Piemonte; poi una a Lucca, quella famosissima di Loreto (Ancona), quelle di Tolentino (Macerata), Settefrati (Frosinone), Pescasseroli (l'Aquila), Foggia, San Severo (Foggia), Viggiano (Potenza), Crotone, Seminara (Reggio Calabria), Patti (Messina) e Cagliari.  
Il santuario della Madonna di Oropa (Biella) è uno dei più interessanti. Pare che sia addirittura il più antico d'Europa tra i santuari dedicati alla Madonna. Nel 369 il vescovo Eusebio si rifugiò qui e nascose la statuetta di legno di una Vergine nera, portata dall'Oriente, nella nicchia di un grosso masso (che fu poi inglobato nella chiesa). Questa pietra aveva però una caratteristica particolare: da tempo immemorabile le donne vi si recavano per propiziare la nascita di figli, tanto che ancora adesso si chiama “pietra della vita”. Il rituale celtico di “propiziazione” era basato su contatti tra il masso sacro e i genitali della donna che voleva avere figli (8). Si pensava che in questo modo la sterilità venisse curata grazie alle correnti benefiche che uscivano dalla terra. La Vergine nera di Oropa ha alcune incredibili caratteristiche: malgrado la rispettabile età e la collocazione in un luogo poco asciutto, non presenta segni di umidità, muffe o tarli; nessuna delle sue parti è consumata, nonostante i fedeli abbiano l'abitudine di strofinare sui piedi della statua fazzoletti o altri oggetti per benedirli; infine, alcuni sostengono che né sul viso della Madonna né su quello di Gesù Bambino si ferma la polvere. E una leggenda afferma che sia impossibile portarla fuori dalla chiesa, perché la Vergine si rifiuta di allontanarsi dalla sua collocazione secolare.

In Francia i luoghi di culto sono circa cento. Quasi tutti si trovano in superficie, come la Vergine nera di Rocamadur o quella di Le Puy-en-Velay (entrambe originarie dell’Oriente e portate in Francia al ritorno dalle Crociate); ma alcuni sono posti in cripte o caverne sotterranee, come la famosissima Notre-Dame-de-sous-Terre (nella cattedrale di Chartres), perché sotto la superficie era possibile connettersi meglio con i flussi di energia magnetica che scorrevano nel sottosuolo. La cattedrale di Chartres fu eretta su di un poggio, dove si trovavano le vestigia di un’antico tempio, a sua volta costruito sul perimetro di un bosco sacro druidico. Nella cripta c’è la statuetta della Vergine nera col bambino, trovata in una caverna detta “grotta del druido”, scolpita in legno di pero, con una scritta latina sul basamento: Virgini pariturae (alla vergine che partorirà).
I piedi della statua poggiano su di un serpente. Nel simbolismo cristiano il serpente rappresenta il Diavolo e la tentazione, ma presso i Celti era l’incarnazione della wouivre, la corrente tellurica che serpeggia nel sottosuolo. Secondo alcuni, una serie di "linee sacre" collega i luoghi di culto, che sarebbero stati tutti costruiti tenendo conto delle correnti che passano proprio nei luoghi scelti (9). Lo scopritore delle linee sacre fu l'inglese Alfred Watkins, archeologo dilettante e fotografo. Egli sosteneva che i Druidi conoscessero le correnti magnetiche che percorrevano la terra e fossero in grado di trovare i posti in cui l'influenza positiva era più forte e l'orientamento più armonico, per erigervi i loro templi a cielo aperto o per mettervi rappresentazioni delle loro divinità. Dopo anni di ricerche egli pubblicò queste sue teorie in un libro del 1925, L'antico sentiero diritto, che suscitò molte polemiche fra gli storici e gli archeologi dell'epoca.

Esiste, però, un’altra teoria sulle Vergini nere e sui luoghi di culto sotterranei o in caverne. Nel suo saggio The white Goddes, pubblicato nel 1948, Robert Graves (10) identificò il culto primitivo per la Grande Madre con un culto di gran lunga più antico, nato con l'uomo, dedicato alla Luna (la "Dea Bianca" del titolo), per la quale venivano compiuti misteriosi riti, trasmessi in seguito ai Druidi, i quali avevano per la luna una grandissima venerazione; di questi riti sarebbero rimaste tracce nelle tradizioni tramandate dalle streghe. Una teoria simile era stata sostenuta dall'archeologa ed egittologa Margaret Murray (11) nel suo Il dio delle streghe. La stregoneria sarebbe un’antichissima religione, professata in segreto per secoli, che onorava la dea Madre ed il suo sposo, un dio cornuto (molto simile al Cernumno celtico) che veniva sacrificato per la fertilità della terra.
L'antropologo Roger Bastide, nel suo Il sacro selvaggio, sostiene la tesi dell'antica lotta tra il Sole e la Terra-Madre:

"Molte religioni primitive, e in particolare le antiche religioni del bacino del Mediterraneo, conoscono il mito della lotta tra la Terra-Madre, che rappresenta la vita nella sua forma istintiva, irrazionale, anche in ciò che ha di oscuro, di pericoloso (perché la Terra è anche il luogo delle ombre, il soggiorno dei morti), e il Cielo, dove troneggia il Sole, che con le sue frecce trafigge i mostri, dà un ritmo alla durata, stabilendo l'avvicendarsi del giorno e della notte, dell'inverno e dell'estate" (12).

Nelle popolazioni primitive era quindi preponderante il culto della Madre Terra. Con l'evolversi della società, gli dei celesti ebbero la meglio. La Dea non scomparve, ma fu costretta a nascondersi, relegata nei culti iniziatici che adoravano la Madre Terra e la luna (come quelli dei Druidi), nei misteri (come quelli greci di Eleusi o quelli egiziani di Iside), nelle cripte, nei sotterranei e nell'inconscio, memoria ancestrale di ogni uomo. La statua nera sarebbe un simbolo della dea costretta a celarsi nelle viscere della terra per sopravvivere (file aggiornato nel Novembre 2005).

                                                               Devon Scott

 

Il testo è tratto da Il cerchio di fuoco. Storia, mito, folklore e magia dei Celti.
Copyright, tutti i diritti riservati. Divieto assoluto di riproduzione.

Per le clip di ispirazione celtica, si ringraziano i siti
http://www.bigwood.com/celt/celtimg e
http://www.webomator.com/bws/data/freeart/celtic/ di Bradley W. Schenck, che mettono gratuitamente a disposizione la loro grafica celtica. 

Note bibliografiche
1- Per approfondire le notizie sulla storia dei Celti si consigliano I Celti- Catalogo della mostra di Palazzo Grassi, di vari autori, Edizioni Bompiani; di Venceslas Kruta, L’Europa delle origini, Edizioni Rizzoli; di Caitlin Matthews, I Celti. Un'antica tradizione europea, Edizioni Xenia; di Jan Filip, I Celti alle origini dell'Europa, Newton & Compton Editori; di Gerard Herm, Il mistero dei Celti, Garzanti Editore; di Paul-Marie Duval, I Celti, Biblioteca Universale Rizzoli; di Murry Hope, I Celti. La vita quotidiana, le tradizioni mistiche e religiose di una leggendaria popolazione guerriera, Edizioni Armenia. Per quel che riguarda gli autori classici, si possono trovare molte notizie sulla storia e sulle tradizioni dei Celti in Erodoto, Le Storie, Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno; in Giulio Cesare, De bello gallico, a cura di Carlo Carena, Edizioni Mondadori; in Ammiano Marcellino, Storie, Edizioni Rusconi; in Plinio il Vecchio, Storia Naturale, edizioni Rizzoli; in Diodoro Siculo, Storia Universale- Biblioteca, Edizioni Orsa Maggiore; in Tacito, Tutte le opere, a cura di Lidia Storoni Mazzolani, Edizioni Newton; in Tito Livio, Storia di Roma, a cura di C. Vitali, Edizioni Mondadori.
2- Lucano, La guerra civile (Farsaglia), a cura di G. Viansino, Edizioni Mondadori.
3- Strabone, Geografia, Biblioteca Universale Rizzoli.
4- Kuno Meyer, The Voyage of Bran, son of Febal, Edizioni Nutt.
5- A.A. V.V., Sacred symbols: the Celts, Edizioni Thames and Hudson Ltd.

6- Lucano, La guerra civile (Farsaglia), opera citata.
7- Anneli S. Rufus- Kristian Lawson, The Goddess Sites: Europe, Edizioni Harper Collins.
8- Umberto Cordier, Guida ai luoghi misteriosi d'Italia, Edizioni Piemme.
9- Nigel Pennick, Magia, simboli e segreti dei luoghi sacri, Edizioni Hermes.
10- Robert Graves, La Dea Bianca, Edizioni Adelphi.
11- Margaret Murray, Il dio delle streghe, Ubaldini Editore.
12- Roger Bastide, Il sacro selvaggio, Edizioni Jaca Book.