GIOVANNI
NEBULONI
La
polvere eterna, Edizioni LucidaMente
La vacanza in Alta
Engadina di una giovane coppia, la romena Diana e il marito Giorgio,
giornalista del Corriere della Sera, viene turbata dalla loro scoperta sul
Bernina del cadavere di un uomo, un ebreo di nome Saul Veil, cui la donna
sottrae ciò che sembra una comune scheda telefonica...
È solo l'inizio de La
polvere eterna, un romanzo in cui avventura, fantapolitica, esoterismo, spy
story, si combinano in una miscela affascinante e chiaroscurale, composta da
fulminei colpi di scena e da sorprendenti stratificazioni narrative, all'interno
delle quali si collocano ambienti tentacolari e si muovono personaggi
sfuggenti.
Un romanzo d’azione,
una coppia in fuga,
forse un presentimento
del mondo che ci
attende: recensione di Claudia Mancuso.
Senza un attimo di
respiro: il tumultuoso pianeta di Giovanni Nebuloni. Questo il titolo dell’Introduzione
di Rino Tripodi - che riportiamo di seguito per intero - a La polvere eterna di
Giovanni Nebuloni, romanzo in cui avventura, fantapolitica,
esoterismo, spy story, si combinano in una miscela affascinante e chiaroscurale,
composta da fulminei colpi di scena e da sorprendenti stratificazioni narrative
all’interno delle quali si collocano ambienti tentacolari e si muovono
personaggi sfuggenti.
Il giallo, l’horror,
persino la fantascienza, hanno alfine - ma non da molti anni e con tempi diversi
- trovato spazio e accoglienza nel nostro Paese, sia con la produzione
straniera, sia con quella, abbastanza recente, degli scrittori italiani.
I successi - tanto per
fare qualche nome - del commissario Montalbano di Camilleri, di Dylan Dog di
Sclavi, di Heymerich di Evangelisti, dimostrano che abbiamo accolto i generi
letterari citati all’inizio, sia come “fruitori”, sia come “produttori”.
Del resto, in un passato più o meno recente, alcuni, come Sciascia ed Eco,
hanno anche tentato di rendere una certa loro produzione, allo stesso tempo,
letteratura, opera commerciale, ricerca.
Le sfaccettature di un
genere ibrido
Un’altra tipologia
letteraria “di consumo”, molto popolare nel mondo anglosassone, ma che
fatica a trovare autori in Italia, è quel genere un po’ misto, tra romanzo d’azione,
d’avventura, di spionaggio, di fantapolitica, di intrighi internazionali, con
l’aggiunta di esoterismo, esotismi - e magari erotismo -, il tutto incastonato
nelle meraviglie delle più straordinarie innovazioni tecnologiche, che trova il
suo padre putativo nello 007 di Fleming e i suoi figliocci e nipotini in
Crichton, Cussler, Clancy, fino al famigerato Il codice da Vinci di Dan Brown.
Ad accettare la sfida,
prova il milanese Giovanni Nebuloni, col romanzo che vado introducendo.
La polvere eterna, in
effetti, presenta tutti gli ingredienti del genere: dagli aspetti macronarrativi
dell’azione frenetica, del complotto internazionale, della minaccia
terroristica, delle “leggende” religioso-esoteriche, delle tecnologie - con
approfondite conoscenze informatiche, telematiche, ingegneristiche, chimiche -,
ai topoi micronarrativi, quali l’eliminazione spietata e sadica di “chi
sbaglia”, la spettacolarità degli attentati, gli enigmi a chiave, gli spunti
ironici, la cattura con proiettili narcotizzanti, gli inseguimenti in auto, gli
elicotteri in volo, gli imprigionamenti e le liberazioni dei personaggi, le
azioni aeree… Una sorta di ingranaggio
ben oliato, costituito da reti e snodi, da scintille lampeggianti e da
serpeggianti, illusorie, eccentriche deviazioni, da strozzature allarmanti e
imponderabili e da lampi che forano il buio, fino all’accecante rivelazione
finale.
Le innovazioni di Nebuloni
In Nebuloni, però,
coinvolta nella effervescente trama e nell’avventura, viene a trovarsi non un
agente dai poteri e dalle armi quasi da supereroe, ma una coppia “normale”,
consueta ormai nell’orizzonte sociale italiano, costituita da un giornalista
milanese e da una bella rumena. Anche lo spazio narrativo,
se si guarda bene, a paragone dei continui cambi di scena di altre opere dello
stesso genere, dislocati in paradisi esotici e mete - almeno un tempo -
privilegio di pochi, è estremamente concentrato in un quadrato i cui lati sono
Svizzera-Vaduz-Milano-Provenza. Se ne La polvere eterna vi è la coscienza, come
in poche altre opere, della globalizzazione - il mondo di Nebuloni è già
globalizzato -, altrettanto vivo è l’amore per i luoghi vicini, conosciuti,
prediletti, che sovente vengono descritti con cura. Del resto, è questa una
delle caratteristiche, apparentemente contraddittorie, del nostro “nuovo
ordine mondiale”: da un lato uomini e merci si spostano vorticosamente come
non mai, dall’altro si assiste al recupero del proprio milieu, in forme
talvolta legittime, come antiomologazione e difesa identitaria - anche di cibi,
tradizioni, cultura -, altre volte con modalità meschine, egoistiche e
particolaristiche o retrograde.
Pure dal punto di vista
formale-narrativo, l’autore va alla ricerca di nuove strade, con l’uso del
dialogo spesso intercalato all’azione e, quindi, con qualche licenza rispetto
alle norme della riproduzione, anche tipografica, del discorso diretto.
Altra originalità, i
riferimenti alla cultura “alta”: le citazioni da Shakespeare che introducono
ogni capitolo, la lunga dissertazione su Durrell e le sue opere, il riferimento
al film La tragedia di Pizzo Palù… Per non dire della
palpitante ricerca spirituale del divino, presente ovunque nel libro, con
considerazioni “teologiche” come la seguente:
«[…] per l’ennesima
volta si era chiesto “chi è Dio”. Questa volta la risposta gli era giunta
immediata: “Cristo è il Tempo, il Padre è lo Spazio, lo Spirito Santo è l’Energia
che correla il Tempo allo Spazio”. Tempo, Spazio ed Energia in senso assoluto,
intesi come formule matematiche, come astrazioni, le regole ultime e prime che
definivano, che informavano, che regolavano, che facevano girare il mondo. […]
[Einstein] era arrivato vicino alla formulazione definitiva di Dio, proprio con
la formula “E=mc2”. Se alla “E” si sostituiva lo Spirito Santo, alla “m”
il Padre, se alla velocità della luce - gli sembrava che non importasse che
fosse o no al quadrato -, se alla “c” si sostituiva Gesù Cristo, ecco: «Il
cerchio quadra». Tutto, così, si poteva spiegare. Con metafora informatica, la
Santissima Trinità poteva costituire un ambiente, o L’Ambiente, di
programmazione, creazione, preesistente alla programmazione, alla creazione
stessa».
Femmine dominanti…
Riprendendo il discorso
sulla coppia protagonista e senza anticipare nulla delle sorprese del libro, c’è
da annotare, però, che, dei due, è la donna ad assumere sempre più il ruolo
di personaggio principale: Diana, bella rumena, ha un vissuto biografico e una
personalità ben più “vivaci” rispetto a quelle del “povero” Giorgio,
suo compagno di vita e di avventura. Ma pure gli altri
personaggi femminili del romanzo appaiono “dominanti” e più interessanti
rispetto ai personaggi maschili. Dalla glaciale Tania alla superagente Jasmine,
dalla sensitiva Sofia a Constance, matura, quanto sensuale e disponibile a una
sessualità senza preamboli… Segno dei tempi, che,
almeno nell’Occidente, vedono la donna assumere ruoli e atteggiamenti “virili”,
con l’aggiunta di una disinvolta aggressività e spietatezza postfemminista.
Eppure, ne La polvere eterna, esse non tendono a trasformarsi del tutto in
figure androgine o scaturite da un’eccitata fantasia sadomasochista.
Il personaggio forse più
bello e originale, e al contempo inquietante, del romanzo è, infatti, Fatima,
donna rapita, “imprigionata” per l’eternità nel suo burka, che diventa un
immenso universo interiore e immaginativo, territorio di buio, di deriva, di
orrore psicotico, penombra di follia attraversata da mormorii, fruscii e fiati
di voci, amaro controcanto a una vita spezzata:
«[…] all’unica
domanda che le accadeva di rivolgere a se stessa, e non alle voci, cioè “Perché
credi alle voci?”, si rispondeva: “Tutte le donne devono portare il velo, il
burka; il Corano dispone infatti che tutte le donne debbano coprirsi di veli il
capo ed entrambi i seni e che non debbano far mostra di ornamenti femminili, se
non ai mariti. Per una donna senza marito, che non si è mai sposata, cos’è
il burka, se non una casa, un giardino, una città, dove, grazie alle voci
dentro, lei non è mai sola”. […]
“Quanti soli!”.
“Quante donne sole sotto
a un burka”.
“Quante donne sole sotto
a un burka, vero com’è vero Dio!”».
Fatima, «che scivolava
fra gli uomini come un fazzoletto di nebbia», si toglierà alfine il suo
terribile abito e rivelerà conoscenze linguistiche inaspettate. Una forte e
solidale denuncia, quella di Nebuloni, che proietta la propria sensibile
immaginazione entro quella assurda prigione. È molto femminile Diana,
coi suoi pupazzi e quando - più volte nel corso del romanzo - desidera
fortemente la maternità:
«Le mancava l’aria e
cercò di respirare profondamente, ricordando di avere un grembo liscio e
armonioso, perfetto se non fosse stato una porta sul vuoto. Non avevano ancora
un figlio e non erano sterili, non avevano difetti. Tuttavia qualcosa non
funzionava. Non era ancora incinta e desiderava avere un bimbo come il pane e l’aria».
Pure nei confronti dei
bambini Nebuloni assume un atteggiamento sensibile e dolce. Verso il terrorismo -
anche quello “economico”-, invece, il narratore è severissimo e il seguente
passo diventa un simbolo dell’aggressività del fanatismo islamico, e, quindi,
delle nostre paure, dominate da orizzonti tetri e magmatici:
«In prossimità della
Pietra, sentii sorgere davanti ai miei occhi come una paratia di cristallo che
mi parve visibile. Mi dicevo che era impossibile andare avanti e che era ovvio
che non potessi procedere perché, con la Pietra a pochi metri, non si poteva
proseguire, non oltre la Pietra, un punto assolutamente fermo al di là del
quale c’è il nulla e il tutto. Mi chiesi: io vorrei andare oltre la pietra?
Quella lastra di cristallo si piegò allora su di me e iniziò a opprimermi e a
schiacciarmi».
Le intuizioni epifaniche
della letteratura
La polvere eterna si
presenta, in conclusione, come un unicum nel panorama narrativo italiano.
Se, per dichiarazione
dello stesso autore, il libro vuole essere, parafrasando un vecchio slogan
legato alla sua città - Milano -, «un romanzo da bere» e «che si legge come
se si vedesse un film», vale a dire facilmente fruibile, coinvolgente e “commerciale”,
non mancano, come abbiamo visto, le sperimentazioni linguistico-narrative, le
innovazioni all’interno del genere stesso, la creazione di personaggi
originali.
Infine, sarà pur vero che
spesso la realtà, come recita la famosa sintesi di Mino Milani, è più
romanzesca della fiction: la caduta dei regimi comunisti del tra il 1989 e il
1991 e il tremendo attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001 lo hanno
dimostrato, mortificando, anzi svergognando, gli analisti della politica
internazionale. Tuttavia, ancor più spesso la letteratura è stata in grado di
prevedere gli scenari del reale di più e meglio della politologia. C’è dunque da sperare
che il mondo immaginato da Nebuloni - dominato da potentati economici, da
terroristi, da personaggi che attribuiscono scarso valore all’individuo e alla
vita umana, da tumulti incontrollabili e stordenti - resti appunto solo
fantastico. E, pertanto, concludiamo, rivolgendoci al lettore con una citazione
di Leopardi: «Stagion lieta è cotesta. | Altro dirti non vo’; ma la tua
festa | ch’anco tardi a venir non ti sia grave»
La polvere
eterna di GIOVANNI NEBULONI
Edizioni LucidaMente, collana La Scacchiera di Babele.
2007, Pagine 226, Euro 16,00.
Copertina di Matteo Scanavini, Intoduzione di Rino Tripodi.
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