Specchio Magico



 

 

ANTONIO MESSINA
La memoria dell’acqua, Edizioni Il Foglio

La memoria dell’acqua, la vita che scorre lentamente, la vita che nella ragione a volte si confonde, la vita che ha bisogno dei sogni e dell’immaginazione, la vita che non aspira alla perfezione, ma che da essa rifugge. La memoria dell’acqua, la nascita di tutte le cose, il trasformarsi, il divenire pensiero e turbamento, per poi ritornare nell’esatto punto di partenza, e da lì cominciare un altro percorso, fino alla fine... 

La memoria dell'acqua è una raccolta di racconti, tre lunghi e sei brevi, che potrebbe essere etichettata come fantasy: i personaggi sono infatti inseriti in un ambiente fantastico, talvolta ai limiti del fantascientifico, e vivono avventure apparentemente tipiche del genere.
Nel primo racconto lungo, che si intitola La memoria dell'acqua e dà nome al libro, il protagonista, Estasio, viene catapultato indietro nel tempo nel bellissimo pianeta di Egretus, invaso dai sanguinari Plageo, giunti da un mondo di tenebra a portare morte e distruzione. Qui incontra Thana, che gli rivela la profezia secondo la quale arriverà da un tempo ignoto un viaggiatore, che riuscirà a risolvere i conflitti, allontanerà da Egretus i demoni, ristabilirà l'armonia, ma poi dovrà ritornare a casa, al luogo da dove è venuto.
Questo "viaggiatore" sarà davvero Estasio? Il giovane non lo sa per certo, però sa che ad Egretus c'è l'armonia da lui sempre cercata e mai trovata nella sua esistenza tormentata dal dolore. Sarà all'altezza del compito che tutti si aspettano da lui?

La piuma degli angeli narra di Amir che, convinto dall'amico Otis dell'esistenza di una misteriosa "Porta degli Angeli", decide di raggiungerla. Ma esisterà davvero? E come trovarla? Occorre aspettare un segnale, ma che tipo di segnale? Potrebbe essere la presenza di una donna, Erula, che compare danzando tra due lingue di fuoco che salgono dal terreno fino alle stelle. Mentre contempla il sacro fuoco, gli si avvicina un uomo, che sarà la sua guida per la Porta. Amir sente che dovrà raggiungerla: la Porta rappresenta la libertà, una nuova vita, la fuga da un mondo interiore che egli non sente più suo. Ma... sarà davvero cosi, o sarà una illusione, dalla quale sarà poi ancor più terribile tornare alla realtà?

In Polvere nel vento il protagonista si strugge dal desiderio di riuscire a raccontare storie immortali. Vicino a lui Foglia di Luna e Isipo il Vecchio, l'una fanciulla malinconica, l'altro anziano filosofo: sembra che siano gli unici abitanti di Silent, uno strano pianeta nel quale egli è arrivato senza capire come. Il filosofo lo incoraggia a scrivere, però solo senza trasporto, con semplicità, perché le parole semplici fanno "dimenticare il passato"... se esiste un passato. Egli non se ne ricorda. Passa il tempo a dormire e scrivere, pranza da solo, a disagio per la tristezza di Foglia di Luna, in soggezione per il filosofo, che forse gli nasconde qualcosa.  Vorrebbe andarsene, esplorare il pianeta, ma dovrebbe eludere le sentinelle: inquietanti creature che assomigliano a innocue margherite, ma sono sensori di controllo del territorio. Che cosa c'è da scoprire su Silent?

Chi è Fabula, la donna dagli occhi color della notte del brevissimo Desiderio d'amore? Forse una donna vera, forse soltanto il sogno di un amore perfetto, che come un uragano attraversa la vita e il cui ricordo tiene in vita. Come la mancanza d'amore può togliere ogni speranza e spingere Emily, in Il violoncello, a lasciarsi morire, finché non scopre che l'amore e la gioia sono molto vicini, a portata della sua mano: basta solo volerlo. Un doloroso addio tra due innamorati è il tema di Sei qui, mentre Il suono violato parla di un attentato all'armonia del mondo da parte di un uomo mediocre smanioso di potere. Originalissimo il racconto La mutazione, in cui Yen diventa... un libro, le cui parole educheranno, miglioreranno la vita, porteranno luce e, magari, potranno perfino modificare il destino dell'universo. Conclude la raccolta La zona d'ombra, che affronta il tema del soprannaturale e dei confini tra la vita e la morte.

Racconti fantastici, anche. Ma un simile giudizio sarebbe riduttivo e ingiusto per l'autore. Nei racconti di Antonio, sotto il velo del fantasy, ci sono mondi lontani immaginari troppo simili a piccoli mondi reali, a noi ben noti, fatti di persone e dei loro sentimenti, dipinti con tocco delicatissimo, più da poeta che da narratore: la speranza di un destino migliore, le domande sui perché dell'esistenza, la necessità di bellezza e pace, il dolore del vivere, le meschinità che ci avviliscono, i sogni che vorremmo realizzare, le illusioni che ci aiutano a superare la realtà, la solitudine, la paura dell'ignoto, la fatica di andare avanti nonostante gli ostacoli, la tentazione dell'egoismo e dell'avidità, il rifiuto del materialismo per una vita più spirituale, il bisogno di appartenenza, l'ansia di libertà, le perdite che siamo costretti a subire. E su tutto questo l'amore, che ci travolge e ci salva, unico motivo per vivere: le ragioni del cuore che "la ragione non conosce". 
Recensione a cura della Redazione dello Specchio Magico.

Antonio Messina è nato a Partanna e vive a Padova. Ha pubblicato nel 2003 il Fantasy L’assurdo respiro delle cose tremule, opera che ha riscosso un buon successo di critica e di pubblico. Ora è in libreria con La Memoria dell'Acqua. Racconti sono stati pubblicati sulle riviste cartacee Progetto Babele (Modena), Tam Tam (Roma), Gemellae (Sardegna) e su riviste internazionali: Casa da Cultura  (Portogallo) e Isla Negra. Liriche sono state pubblicate in antologie poetiche, tra cui I Segreti di Pulcinella, Parole d’Amore (Giulio Perrone editore-Roma), nella Sezione poetica Biennale di Venezia 2005. Inoltre i racconti La Marea e L’ombra nella Bottiglia sono visibili sui migliori portali di letteratura (li potete trovare alla sezione Narrativa nel nostro Archivio).
Per informazioni www.antoniomessina.com

La memoria dell’acqua di ANTONIO MESSINA
Prefazione di Elisabetta Blasi.
Edizioni Il Foglio, 2006, Euro 12,00.

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Recensione di Elisabetta Blasi
PARTIRE E RITORNARE NON È CERTO ANDAR VIA (dalla canzone di Roberto Cocciante).

La verità è che non riusciamo ad accettare la parte malata di noi stessi; quanti segreti e orribili desideri agitano i nostri sogni, quanto odio coviamo, quanta cattiveria. La ragione ci ordina d’essere saggi, caritatevoli, buoni con il prossimo e invece, tradimenti, guerre, ingiustizie, potere e denaro, carriera… (pag. 31).
Mi perdonerete, amici lettori, se parrà che io faccia Cicero pro domo sua; ma non potevo esimermi dal parlare ancora di questa bruciante soavità che risponde al titolo summenzionato: La memoria dell’Acqua.
L’ossimoro si spiega perché, dietro una prosa suadente e cullante, quantomai metaforica, che ci narra di un cielo che pare una 'coperta di raso'; di 'una magica luna che, nella notte immobile, dall’alto, ha cambiato il colore dei miei gerani'; di un’altrettanto ammaliante 'Nuova musica che percorse il tempo, e il suono grave e appassionato del violoncello, sgorgò possente; il pianoforte ne accompagnò il canto, facendo in modo che il nuovo mattino sorgesse fulgido ed espressivo' (pag. 117), Antonio non esita ad alzare il dito contro l’Ingiustizia di un mondo basato su privilegi nient’affatto meritocratici e su un paradigma socioeconomico ultracompetitivo, che a stento maschera una totale assenza di selezione basata sul merito, appunto. Questa denuncia la si evince da un titolo: “Il suono violato”, di uno dei nove (tre più sei, invero) racconti raccolti a formare la Memoria dell’acqua, e da quest’invettiva che si risolve nel tepore di in un auspicio d’ispirazione si direbbe platoniana: 'Gli uomini mediocri… riescono a vivere solo con quel misero potere che viene loro concesso. A vivere una vita insignificante. Non so se sugli altri pianeti i poeti, gli scrittori, gli artisti amministrano il potere, ma se così non fosse sarebbe una vera catastrofe, perché solo gli uomini illuminati possono garantire pace e prosperità' (pag. 131) .
Gli uomini illuminati, però, da tempo non risiedono su questa Terra; qui il primato dello scientismo iperpragmatico ha eroso da tempo ogni margine alle pascaliane Raisons du Coeur. Al loro posto, esseri umani che, come uno degli antieroi che, nella trilogia d’apertura, impersonano non solo gl’io narranti ma anche lo sfacelo dell’umanità, sono indeboliti dall’Ipercogito cartesiano: 'Sulla Terra avevo trascorso la vita a fare congetture, sperare, amare, dimenticando di vivere il presente' (pag. 90).
Il Presente: il tempo per antonomasia della Grecità Perduta, la grecità presocratica, la grecità cantata dai grandi tragici e bramata fino alla follia da un altrettanto tragico Nietzsche. Tragico perché antistorico, appunto; perso nella suprema diacronia dell’essere un Esule nell’era ipertecnologica della seconda rivoluzione industriale: quella del Petrolio e dell’Acciaio.
Anche Antonio, da buon figlio di Trinacria, la più greca di quelle terre che furono Magno-greche, intona un canto di Dolore, ma anche di Speranza; un canto che è anche riproposizione di quella sublime Diacronia nicciana, che urla alla e nella Natura la sua vertigine all’incontrario (quella che ti prende guardando dal basso verso l’alto9, l’Ottembre: 'Era forse una linea sospesa, l’immagine che si perde nei sogni che una mia amica scrittrice aveva definito Ottembre, storpiando il mese delle foglie cadenti. Proprio Ottembre vedevo apparire, nei colori tenui che si spandevano tra i greti, nel gelido spumeggiare del mare, nell’incessante corsa del vento verso il promontorio, nella QUIETE CHE AGITAVA IL MIO CUORE' (pag. 29, stampatello mio). L’amica scrittrice non è un’invenzione letteraria; esiste davvero, ha scritto un libro-shock, dove Ottembre assume una connotazione più disperata, diventando il toponimo di un Io narrante che ha un placentare bisogno di scorciatoie per giocare col proprio passato. Così, Ottembre diventa '[…] Il tredicesimo mese, magico e muto, scrigno di segreti' (le citazioni sono da Venere, io t'amerò di Monica Cito, Perrone Editore, Roma, 2005); una sorta di libro mastro dove vengono contabilizzate '[…] cose vere, tutte verificatesi, belle e brutte, tutte poco amanti della storia, tutte traumatiche, in fondo. Tutte iscritte sotto la voce ottembre e sotto voce “crediti personali” estinguibili con ricevimento scuse o avveramento miracoli'.  Anche qui, dunque, una sorta di contrapposizione di una dimensione a-storica, a-storicista, a-sincrona, al tempo del paradigma occidentale, quello misurato, misurabile, scandibile e condizionante (vedansi le prime scene di “Castaway”, col magnifico Tom Hanks). E Antonio coglie la palla al balzo, reinterpreta secondo la sua sensibilità la suggestiva e disperata eco dell’Eterno Presente urlato da Monica, e non a caso lo fa attraverso un personaggio femminile, non (più) terrestre: Thana-la- Maieuta.
'Con l’armonia, invece, tramite la memoria dell’acqua, si poteva sondare un mondo che appariva lontano, quel mondo che la tua amica scrittrice aveva giustamente definito Ottembre: una realtà percepibile soltanto con l’immaginazione, l’unica che poteva sconfiggere il vostro materialismo, quella che sicuramente vi condurrà verso la distruzione' (pag. 35)".  

Commento di Giuseppe Petralia
La ricerca dell’armonia e dell’amore, inteso nella sua accezione più vasta, è il filo conduttore di questo libro di Antonio Messina che si compone di tre racconti lunghi e di sei esili di pagine, ma densi di contenuti.  Il primo, che dà il titolo alla raccolta, è sicuramente il più riuscito, sia come struttura-architettura sapientemente costruita che per la ricercatezza del linguaggio. Un racconto dove Estasio, l’io-narrante, cerca disperatamente l’armonia e la trova in Thana. Nel secondo racconto “La piuma degli angeli” troviamo Amir che si innamora di Erula, la danzatrice del sacro fuoco e nel terzo “Polvere nel vento” troviamo altri due personaggi, Isipo e Foglia di luna. Diversi altri personaggi popolano i racconti come il monaco Ezachiel, guida spirituale o il medico Otis, tanto per citarne due. Fra i racconti flash, come li definisce Elisabetta Blasi nell’introduzione al volume, segnaliamo ai lettori “Desiderio d’amore” dove lo scrittore tratteggia egregiamente la figura di Fabula, donna “con occhi che brillavano, incastonati come perle in quel viso ovale ombrato di sabbia e di schiuma…le labbra quasi come petali svelavano il mento delicato “. Recensire i racconti sarebbe fare un dispetto ai lettori.  Quello che a noi interessa è mettere in evidenza che Messina si rifugia nel genere fantasy non per evadere dalla realtà quotidiana, ma per meglio tratteggiarla. Realtà per lo scrittore non positiva e, infatti, nel libro sono presenti personaggi negativi che vivono  ai confini della galassia  ed altri che vengono contrapposti ai personaggi principali dei racconti, per il quale l’autore nutre rispetto ed ammirazione, forse alter  ego dello stesso Messina. Viaggiatori instancabili alla ricerca di un senso da dare alla propria esistenza, personaggi che criticano un mondo basato sulla razionalità ed auspicano l’esaltazione del sogno, uomini in crisi con se stessi in un mondo dominato da una estrema razionalità che non lascia spazio all’armonia e all’amore. Persone in perenne pericolo che solo le donne riescono ad aiutare, a salvare da un triste mondo privo di fantasia “mentre è con la fantasia che si costruiscono i sogni”.
La memoria dell’acqua è una raccolta felice sia per le trame sapientemente imbastite che per il linguaggio chiaro, diretto, immediato. Lo scrittore si sforza di ricercare la perfezione stilistica, senza ricorrere a frasi ad effetto, artificiosamente costruite. Bisogna riconoscere che, pur cimentandosi in un genere impegnativo come il fantasy, Messina riesce ad ottenere ottimi risultati  e questa raccolta rappresenta un ulteriore passo in avanti dello scrittore. Nel suo primo libro, il romanzo L’assurdo respiro delle cose tremule, l’autore dava vita ad un romanzo corposo, con una trama narrativa originale e interessante, privo però della lievità, della dolcezza, dell’armonia, e possiamo dire della poesia presente in questo libro.  

Commento di Roberto Mistretta, quotidiano La Sicilia
Il tempo che non serba memoria : La Memoria dell’Acqua di Antonio Messina, Edizioni il Foglio pag. 146 euro 12.
Echi Orwelliani, leopardiani, finanche danteschi, giù fino a Virgilio e Omero, connotano questa fluida narrazione, questa riproposizione in chiave post-moderna di una nuova mitologia, didascalica come le favole di Esopo e Fedro”. Così, nella prefazione di Elisabetta Blasi a questo bel libro di racconti di Antonio Messina, nativo di Partanna (Tp), da anni residente a Padova e noto ad una nicchia di pubblico col suo romanzo d’esordio, L’assurdo respiro delle cose tremule, bene accolto dalla critica. In questa raccolta, il trittico iniziale e i sei brevi racconti della seconda parte, sono sospesi in un mondo fantastico, eppure tanto vicino, i protagonisti sono attori e vittime al tempo stesso di passioni e del tempo che fugace scorre come l’acqua non conservando memoria. Solo l’amore, luce e guida, sopravvive alla morte. C’è un che di magico nella prosa di Messina, un tocco leggero aperto alla riflessione sulla vera essenza della vita caduca da vivere desti, affinché di ognuno non rimanga solo labile memoria dell’acqua.  

Commento di Fortuna dalla Porta sulla Rivista I Segreti di Pulcinella
Una sorta di Città del Sole, di Utopia, collocata fuori del tempo, oltre lo spazio conosciuto, ci accoglie in questo libro, apparentemente fantascientifico, in realtà metafora filosofica del viaggio o meglio della fuga dall’ovvio, dal banale, dal pragmatico, verso il limen che segna inequivocabilmente il senso dal nonsenso.
Individua, Memoria dell’acqua, un bisogno di altrove, nella stagione di ottembre –secondo il felice neologismo della scrittrice pugliese Monica Cito-, nel mondo di Thana, oltre la porta degli Angeli, verso l’innocenza, lo stato di natura alla Rousseau: l’armonia di cui l’acqua è in grado di conservare memoria nella sua trasparenza. L’armonia è quella sensazione d’elevazione dello spirito che ci rende quasi invincibili; è una forma d’amore, la forma di amore più completa e complessa che esista in tutto l’universo. Il libro nasce quindi dal bisogno di cercare il significato e il destino della vicenda umana, di comprendere la ragione del dolore e del male che imperversa ovunque: la verità è che non riusciamo ad accettare la parte malata di noi stessi, quanti segreti e orribili desideri agitano i nostri sogni, quanto odio coviamo, quanta cattiveria. La ragione ci ordina di essere saggi, caritatevoli, buoni con il prossimo e, invece, tradimenti, guerre, ingiustizie, potere e denaro, carriera… Il tragitto è allora verso il sogno e il sentimento e consiste nella possibilità di riscattare la grigia piattezza del quotidiano col velo dell’emozione, del mito, della cultura e dell’arte, ma non è così facile, pertanto il tarlo di Antonio Messina continua a coagularsi nelle eterne domande sul nostro posto nel mondo e sulla fatalità della morte, in quelle istanze imprescindibili di ogni filosofo e di ogni artista. Il suggerimento che sembra scaturire dalla lettura è che per raggiungere lo stato di grazia sia indispensabile abbandonare la saggezza, intesa come rassegnazione, in favore dell’istinto. In una parola lo scrittore, pur insistendo sulla forza dell’intelletto, sceglie in realtà l’opzione dell’irrazionale, nel senso che a suo parere sono vani i tentativi di interpretare secondo ragione la realtà e la storia.
È indubbio che da questo punto di vista il testo si incanali nelle tesi dell’irrazionalismo metafisico di Shopenhauer, ma anche in alcune forme di esistenzialismo, da Heidegger, Jaspers, Sarte, che hanno affermato l’ineluttabilità dello scacco, la catastrofe dell’uomo e della storia, in un paradigma universale che manca di punti di riferimento e di salvezza. In balia del nulla, mentre l’essere umano precipita nella sua dissoluzione, una delle strade percorribili è solo una forma di straniamento o di follia. L’irrazionalismo della nostra epoca e la ritirata nell’intimità di proprie mitologie dipende da molti fattori, da fenomeni sociali irrisolti –globalizzazione, ingiustizie, discriminazioni, ecc.- quanto, sul piano più strettamente filosofico, dal crollo di illusioni riguardanti la fiducia nel positivismo scientifico quanto nella metafisica consolatoria, compresa quella religiosa. Messina, gettando lo sguardo sulla scompaginata contemporaneità, vuole smettere tuttavia di essere un uomo senza speranze. Cerca dei valori, in primo luogo la felicità, laddove anche la religione ha fallito nel confortarlo, in un ideale etico-estetico che diventa materia della sua narrazione.
Per percepire la bellezza gli uomini devono lottare, soffrire, elevarsi e perire, in un alternarsi di delusioni, amore, dolore, per poi elevarsi ancora, ancora soffrire e finalmente trovare. Altrove: Il nostro mondo è un oceano di sofferenza…solitudine, dolore, un sentire ombroso che spesso dilania l’animo. Ad ogni modo c’è ancora una speranza…
La speranza di Messina è nell’amore, afflato delle creature simile a quello auspicato da Leopardi nella ginestra, che simula il muro della diga che protegge dall’inondazione. Pertanto è vicino alle correnti spiritualistiche contemporanee che si richiamano all’interiorità, contro le forme dell’illuminismo e contro un agire legato solo a leggi fisiologiche, salvaguardando così le peculiarità alte dell’essere umano. Un discorso a parte merita lo stile di Antonio Messina, che non solo lascia trasparire l’assetto degli studi classici, ma anche si atteggia in una forma elaborata, senza scadere nell’artificioso, elevandosi sovente per qualità lessicale e agglomerazione sintattica al livello della prosa poetica.  

Commento di Ilaria Dazzi del sito Castelrok
«Ma Tu quando verrai?/ Un giorno stendendo la mano/ Sul quartiere dove abito,/ Al tempo maturo che non spero più davvero.» ( H. Michaux).
Una voce sussurra lenta e pacata all’orecchio del lettore accoccolato alle soglie di se stesso, disteso al piacere della parola, alla bellezza dei luoghi dell’anima, all’attesa della vita che si compie: ha nomi differenti ma un solo volto, radici lontane e sapore di paesaggi contaminati dall’amore, dalla conoscenza di sè, dalla bellezza, dal sogno. Dentro e oltre la filosofia, La memoria dell’acqua costituisce realmente- come sottolinea a ragione Elisabetta Blasi nell’interessante introduzione- “la nuova frontiera del racconto filosofico”, caratterizzato da un’atmosfera che oscilla costantemente fra tradizione letteraria e indagine etica, attraverso un percorso à rebour sui temi arcani dell’esistenza. Sensibili sono i richiami al Filebo e alla maieutica come forma di conoscenza, di scoperta del Sé: percepiamo una sorta di osmosi tra il percorso dell’autore e quello di Melibeo, di Noori, di Yen, di Fabula, solo per citarne alcuni, dosando luci e ombre, trasparenze, silenzi e respiri. Se i temi fondamentali si delineano già nella prima parte, caratterizzata soprattutto dal capitolo da cui il volume trae il titolo, sono i sei racconti che definiscono sostanzialmente la seconda parte a costituire un autentico luogo di incontro fra autore e lettore: Egretus è il compimento, la pienezza, Itaca che si profila all’orizzonte. Non solo una meta ma la naturale conseguenza di un percorso, del desiderio per la vita e per la rivelazione che in essa si nasconde.
Antonio Messina indaga la naturale necessità alla vita attraverso la metafora, “Sono stato vento, antico pensiero, onda del mare e luce prossima al tramonto,…” : il desiderio è tattile, visivo, acustico, il desiderio è nelle cose, nell’ esistere stesso, nell’apprendere la convivenza con il dolore, come negli attimi di estrema bellezza che ci vengono regalati, a cui spesso restiamo lontani, “presi solo dall’effimero e dalla materia”. Autentica prova d’autore Il Violoncello, racconto di forte intensità, in cui il principio del suono come musica, come percezione di vita, si sublima nell’accettazione dell’amore come forza inarginabile, come sintesi del concetto “diffidate dagli analisti dell’anima, e invece ascoltate l’istinto…”espresso pressoché in incipit al primo capitolo: ecco allora il mattino farsi davvero fulgido ed espressivo, gonfio di rugiada, di curiosità, del sorriso della sorpresa, di uno stupore quotidiano, intrinseco alla prosa stessa. Dovremmo realmente accennare a questa operazione come stilisticamente improntata ad una fusione fra prosa e poesia: fusione non solo ‘formale’, bensì contenutistica, alla ricerca di una ‘misura personale’ alla vita nell’intersezione fra pensiero, idea e concretezza, nel tentativo di afferrare, anche se di circostanza in circostanza, il panta rei, ‘i corsi e ricorsi’ individuali, la partenza e l’approdo al proprio Egretus. Interessante e profondo viaggio oltre la superficie per carpirne l’essenza, nel tentativo di riappropriarsi di uno spazio che il Tempo non concede, che l’abitudine deframmenta e inasprisce: uno sguardo all’interno e interiore insieme, all’origine e dentro l’origine, dentro l’uomo e per l’uomo.
«L’incendio è la stagione/ delle tenebre bellissime/ avevi fatto in aria un incantesimo…» come dice P. Conte in Elegia: pellegrini, nudi, alla ricerca, soli… ma vivi e vibranti, forse, un giorno, perfino in approdo al porto della felicità.

Commento di Marina Monego di Lankelot
Antonio Messina è un inventore di mondi, nei quali ci trasporta con una prosa ricercatissima e densa, accortamente limata e lucidata come un oggetto d’argento, che nitido e brillante arricchisce una stanza. Messina ci conduce non attraverso stanze, ma pianeti – Egretus, Silent, Sinfonia – sperduti negli angoli della galassia, ibridando l’ambientazione fantasy con il racconto filosofico e con un ragguardevole substrato di cultura classica. Sono viaggi immaginari in luoghi popolati da creature stravaganti e misteriose, addolciti da presenze femminili dagli occhi scuri, bellezze mediterranee, che spesso celano una segreta sofferenza o sanno leggere il cuore dell’inquieto io narrante.
La prosa raggiunge vette di alto lirismo e si fa poesia: Il cielo sembrava una coperta di raso (p.41 La piuma degli angeli).
La sensibilità cromatica è quella di un pittore, specie ne La piuma degli angeli: “…l’erba intorno aveva il colore della porpora. […] alberi dalle grandi foglie azzurre e quasi trasparenti. […] Il nero danzava nel vento, a tratti macchiato da un bianco brillante che colava dal cielo”. (pp.42-43). Come in una stravagante tavolozza i colori vengono mescolati, anzi traslati da un oggetto all’altro per dare vita e originalità a questi universi che paiono schiudersi di racconto in racconto in un infinito viaggio. Invenzioni fantastiche s’alternano a considerazioni sui grandi temi esistenziali, cosicché il racconto filosofico si dilata e le immagini poetiche, schegge luminose, s’irradiano per lo spazio come i raggi di una stella. Non è una prosa facile, è fitta, ci inonda di bellezza e d’incanto e può lasciarci ammutoliti. Diveniamo anche noi, come i protagonisti nei loro momenti felici un tutt’uno con il respiro dell’universo (una memoria ungarettiana è ipotizzabile) e ci facciamo trasportare dalla segreta armonia che da sempre ricerchiamo. Il libro si articola in tre racconti lunghi, il primo dei quali dà il titolo alla raccolta, e in una serie di racconti brevi, giocati quasi del tutto sui dialoghi, che ci svelano gradualmente la situazione narrativa. Caratteristica dell’io narrante di Messina è l’aver subito suo malgrado uno spostamento spazio-temporale. Senza aver capito come sia potuto accadere, il personaggio si ritrova catapultato su un altro pianeta sconosciuto. L’incipit dei racconti è in medias res e la narrazione procede a ritroso, chiarendo eventi e personaggi. Il primo impatto del protagonista consiste nel ritrovarsi all’interno di una situazione  quasi onirica o visionaria con conseguente senso di disorientamento e di paura e sospetto verso l’ignoto.
Non ero in grado di appurare se quella che stavo vivendo era la realtà, o  se fosse frutto della parte malata della mia mente…” (p.22). Nemici potenti e forze del male incombono o spiano il narratore: possono essere le onnipresenti Sentinelle a forma di petali metallici di margherita in Polvere nel vento o i Plageo, spietati assassini, esseri senza sangue, mostri capaci di modificare la realtà de La memoria dell’acqua. La fuga s’impone e consiste nell’oltrepassare una soglia, che può chiamarsi Porta degli Angeli o Barriera delle Rose, ma è sorvegliata, misteriosa, lontana e difficile da superare. Attorno a questa struttura principale s’articolano soprattutto i primi tre racconti, che presentano sia leit-motiv tematici che varianti d’argomento esistenzial-filosofico. Le grandi domande sull’universo e sull’uomo costituiscono infatti il basso continuo della prosa di Messina e gli interrogativi sul senso ultimo della realtà, sul dolore, sulla morte, su Dio ritornano con costanza formulati diversamente, come se l’io vi si arrovellasse attorno in cerca della tanto sospirata armonia e conciliazione di tutte le voci contraddittorie che lo agitano.
Il primo racconto La memoria dell’acqua, costituisce una summa del pensiero dell’autore e sviluppa temi essenziali. Il protagonista Estasio– già il nome richiama uno stato d’alterazione psichica – si ritrova catapultato nel pianeta Egretus, appartenente alla galassia Socratea, in un anfiteatro gremito di gente dove, sotto una pioggia incessante, Melibeo arringa la folla. Il mondo in cui si trova somiglia molto a quello dei greci antichi e i richiami ai presocratici sono vari e numerosi, come spiega Elisabetta Blasi nella sua introduzione. Il racconto è ricco di mistero e non sarebbe corretto svelarne tutti i dettagli, basti osservare che Estasio incontra Thana, una figura femminile bella e misteriosa, che sembra parlare per allusioni. Ella è in grado di comprendere il dolore del protagonista. Caratteristica dell’io narrante – qui come altrove – è quella di aver molto sofferto “per i sogni non realizzati, per l’infanzia mutilata” (p.24). Ancora: Il dolore è parte dell’esistenza, e con esso si deve convivere. Il dolore somiglia all’uragano, cupo e devastante si scaglia contro la terra, ma è un segnale che spesso non comprendiamo. Dovevo imparare a convivere con il dolore, accarezzarlo, farlo entrare con delicatezza dentro di me. Non tutto è intriso di nero, l’esistenza trova il modo per regalarci attimi d’estrema bellezza, ma spesso noi restiamo lontani dalla felicità, presi solo dall’effimero e dalla materia”. (p.46 La piuma degli angeli), e ancora:
Ero stanco d’essere un numero, deluso dagli uomini, mortificato nel corpo e nell’anima(p.45). Il disagio cui si allude è quello contemporaneo: insoddisfazione, frenesia del lavoro, anonimato. Il desiderio principale di quest’io è l’armonia, soffio di vento caldo”, “è ritrovare un sentimento d’appartenenza alle cose che mi circondavano”. (p.24 La memoria dell’acqua). È l’esser compreso nella propria sofferenza, ruolo che spetta alla figura femminile. In questo racconto elemento essenziale per il raggiungimento dell’armonia è la memoria dell’acqua.
L’armonia è quella sensazione d’elevazione dello spirito che ci rende quasi invincibili; è una forma d’amore, la forma d’amore più completa e complessa che esista in tutto l’universo. […] Con l’armonia, invece, tramite la memoria dell’acqua, si poteva sondare un mondo che appariva lontano, quel mondo che la tua amica scrittrice aveva giustamente definito Ottembre: una realtà percepibile soltanto con l’immaginazione, l’unica che poteva sconfiggere il vostro materialismo, quello che sicuramente vi condurrà verso la distruzione”  (pp.34-35) ove Ottembre è un omaggio a Monica Cito. Su Egretus si vive in una sorta d’anarchia controllata, con poche regole basilari, si può amare liberamente, ma non si accetta chi vuole giudicare e chi pretende di avere la somma conoscenza. I suoi abitanti  hanno capito che con la sola ragione, col solo pragmatismo non si arriva da nessuna parte e dunque sono necessari istinto, armonia e sogno.
La memoria dell’acqua, appunto, la vita che scorre lentamente, la vita che nella ragione a volte si confonde, la vita che ha bisogno di sogni e dell’immaginazione, la vita che non aspira alla perfezione, ma che da essa rifugge. La memoria dell’acqua, la nascita di tutte le cose, il trasformarsi, il divenire pensiero e turbamento, per poi ritornare nell’esatto punto di partenza, e da lì cominciare un altro percorso, fino alla fine. Istinto e armonia, con la ragione a equilibrare, laddove c’è necessità. La memoria dell’acqua, il fluire dei sogni, l’istinto che diviene legge: era quello il segreto dell’esistenza, era quello il segreto d’Egretus?
(pp.36-37). L’io sognatore, sofferente nella società contemporanea, cerca altrove – e nei sogni e nello spostamento spazio-temporale –una soluzione ai propri mali, a volte oscilla tra sogno e realtà, dubita della propria stessa salute mentale, scivola nel dolore, esista, si confonde, in ogni caso non si stanca di fantasticare e di creare. Il riferimento all’acqua è richiamo antico all’elemento primigenio, primordiale, ed  è proprio il mare una presenza costante nei racconti, mare colto nelle sue mille sfumature e colori.
“...le onde che scorrevano sembravano bighe trainate da cavalli d’argento, cavalli dalle lunghe criniere d’oro che galoppavano verso il pallido orizzonte”. (p.18). In tempesta o calmo, movimentato da scogli, mare verso cui si distende un promontorio oppure percepito come una presenza sfumata, il mare è fonte di rigenerazione e di forza:
Ascoltare il tramestio delle onde era per me un’emozione smisurata” (p.60 La piuma degli angeli). Le onde sprigionavano suoni arcani, il frangersi dei marosi sugli scogli evocava antiche e appassionate melodie…” (p.61). Se La memoria dell’acqua è un racconto filosofico che decreta i concetti base del libro e cerca di vederli applicati nell’organizzazione della società, ne La piuma degli angeli è il tema religioso a venir affrontato attraverso il rapporto tra il narratore Amir e il monaco Ezachiel, amico e padre spirituale. Non viene chiarito se Ezachiel professi una religione cristiana, è un uomo pio e retto, rispettoso delle idee di Amir. “Se Dio è l’artefice di tutte le cose, vuol dire che la sua idea è dentro di noi fin dalla nascita. Arriverà anche per te il momento di trovare la pace” (p.50). Egli cerca di capirlo e di rispettare i suoi tempi e le sua non-fede. Amir dal canto suo è un personaggio in ricerca, “desideravo qualcosa che mi era sfuggito durante l’infanzia” (p.50), ha un suo carico di dolore, ma soprattutto crede nel sogno e nell’amore come fonti di salvezza. La sua concezione della religiosità lo avvicina alle correnti spiritualistiche contemporanee che guardano molto all’essere interiore e ricercano un modus vivendi semplice e naturale, in sintonia con l’ambiente e senza eccessi tecnologici. Come nel racconto breve La zona d’ombra si raggiungono qui i confini del soprannaturale e viene esposto un universale concetto d’amore universale.
Che l’amore possa decidere le sorti del mondo, è cosa risaputa, ma nel cercarlo gli uomini hanno paura di soffrire, perciò vi rinunciano, conducendo una vita infelice e misera
(p.70). È importante anche l’amore per un sogno, come quello di Amir per Erula, l’esile ballerina danzante tra due ali di fuoco freddo. La parte finale di questo racconto con i suoi riferimenti a coloro che sono dotati di un vuoto interiore speciale – può venire chiamato talento, amore o sofferenza – e che per questo avranno in dono sogno e bellezza preclusi agli insensibili, apre già al leit-motiv del terzo racconto lungo Polvere nel vento: lo scrivere. Ambientato a Silent, remoto pianeta semi deserto dalla sabbia rossa come Marte, Polvere nel vento vede il consueto io dedito alla scrittura. In un mondo silenzioso (nomen omen: è il silenzio delle emozioni a venire imposto), spazzato da un vento notturno implacabile, proprio la parola scritta assume importanza ed è affidata a un diario segreto, in una dimensione di solipsismo molto accentuata. L’unica che pare comprendere il protagonista è una donna, Foglia di Luna, creatura dolce e sensibile, forse vittima di un vecchio dispotico. Spesso mi chiedo perché scrivo, quale forza mi spinga a liberare i segni, costruendo castelli e ponti di cristallo, luoghi immaginari; mi domando a volte che senso ha vivere, ma subito dopo, osservando le rondini saettare, mi vien voglia di riconsiderare la questione, e cerco razionalmente di dare un significato a ciò che osservo(p.80).
La scrittura è compressa tra due istanze: quella intima dell’io portato alla fantasticheria e al sogno e affidata al diario segreto e quella impostagli da Isipo il Vecchio, un pragmatico, che pretende da lui uno stile semplice e snello, vuole che lui osservi le cose senza passione, senza emozionarsi. Tutta la narrazione scorre al limite della razionalità, poiché l’io non riesce a capacitarsi della propria situazione e ha smarrito la memoria, “sembra che qualcuno abbia svuotato la mia testa” (p.84) e si sente come sul set di un film dalla splendida scenografia. Percepisce di dover fuggire, si sente osservato (echi orwelliani qui). è confuso perché non ricorda il suo passato, non sa cosa sarà del suo futuro, vive del solo presente.
C’è qualcosa d’oscuro nella mia vita, un passato che non riesco a ricordare…In realtà non voglio soffrire: ecco il vero motivo per il quale non desidero ricordare(p.92). Sa solo di essersi smarrito in un mondo che privilegia la materialità  e non sa perdere tempo di fronte alla bellezza della natura o per ascoltare il “respiro dell’anima”.
Qui più che altrove l’io oscilla tra felicità/infelicità, ragione/follia, fuga/permanenza, è come se edificasse castelli di sabbia per poi sgretolarli e rifarli ancora, è un “nomade senza patria e senza passato”, è lo scrittore, anima inquieta, irrisolta, piena di aporie.
“Ho bisogno di scrivere in altro modo, liberare con somma leggiadria le frasi, cercare sempre parole appropriate e profonde per descrivere i moti del’animo, le emozioni che toccano il cuore(p.97), oppure Vorrei tanto respirare il profumo intenso della vita, ritornare ad accudire la mia anima, essere l’uomo di un tempo(p.98). È una rivendicazione del proprio modo di essere, la cui importanza risuona anche nel racconto breve Il suono violato: Non so se sugli altri pianeti i poeti, gli scrittori, gli artisti amministrano il potere, ma se così non fosse sarebbe una vera catastrofe, perché solo gli uomini illuminati possono garantire pace e prosperità(p.131). In tanti spostamenti, in tanta ricerca di spiritualità contrapposta al pragmatismo dilagante la parola è verbo e può modificare il destino dell’universo” (p.131 La Mutazione). La raccolta è un viaggio tra mondi lontani e fantastici e nello stesso tempo un viaggio dentro l’uomo, nelle sue esigenze spirituali profonde, in un rifiuto del vivere ridotto a mero esistere biologico e alla ricerca di una dimensione più ricca e viva del nostro percorso terreno.