PATRICK KARLSEN
Patrick Karlsen
è un artista triestino, sanguemisto, classe 1978. Talentuoso ed
eclettico figlio d’una città di splendida tradizione letteraria,
ricade anche su di lui la responsabilità d’esserne prima e nuova
espressione nel post Novecento: con l’intelligenza, la profondità e
la sensibilità d’un giovane storico, che canta in versi e in prose
la condizione dell’intellettuale nel tempo nuovo.
La poesia di
Karlsen si fonda su tre colonne portanti: l’impegno e la satira
civile e politica; l’intimismo e il sentimentalismo; l’insofferenza
e lo spaesamento di fronte alle innovazioni tecnologiche.
È l’artista che sogna di “agguantare le nuvole sulle rotaie”,
per restituire ai suoi contemporanei la dolcezza e l’umanità di
tempi e ritmi estranei alla frenesia e all’esasperazione della
società odierna: è inquieto, ferito e rabbuiato nella consapevolezza
dell’isolamento dell’intellettuale, basito e scosso dalla
sensazione d’estraneità alla neo-lingua italiota propagandata dai
media e imposta dalle innovazioni tecnologiche; s’è incarnato l’incubo
vagheggiato e titillato dai futuristi, siamo nel tempo in cui leggiamo
sui led e per scintillanti comandi ci ritroviamo a pensare per check,
press, confirm. In “tempo reale”. Oh, abort.
Karlsen vive in
una nazione irriconoscibile, che pretende pacificazione e comunanza
della memoria per via d’amnesie o d’oblio o di partigiana
revisione: è un cittadino che sente la responsabilità di
testimoniare l’alta lezione politica, civile e democratica dei Padri
della Repubblica, e rifiuta le logiche nuove che cercano respiro nello
“Stivale accartocciato sconvolto”.
Corruzione,
culto dell’immagine fine a se stesso, caducità e precarietà di
tutto: flessibile s’è fatta non solo la condizione del lavoratore,
ma l’esistenza e il senso della verità e della realtà. Sopraffatto
dalle aberrazioni delle violazioni dell’etica, della morale, della
democrazia e dell’intelligenza, asfissiato dalla de-umanizzazione
nelle interazioni tra individui, lacerato dalla coscienza d’essere
incapace d’esser servo d’un potere illiberale, l’artista e l’intellettuale
può e deve gridare di rabbia e di dolore - e sussurrare e sorridere
solo quando si rivolge al suo amore, alla coscienza d’un amico, al
microcosmo della sua esistenza. Spegnendo lo stomacante “chiasso
della televisione”, Karlsen si va allora guardando attorno cercando
“l’immortalità nel gesto minimo”.
È una corazziniana e gozzaniana poesia delle piccole cose:
minimalista ed intimista, essenziale e postromantica.
“Scrivo di quel niente di profilo ed è tutto, / il niente è la
parola della poesia, tutto”.
Nel nostro
nebuloso e grigio panorama letterario si propone e si staglia la voce
di uno storico che conosce e domina la poesia: e fondendo e ibridando
l’essenza del suo ruolo di ricercatore e creatore di bellezza va
costituendo un’opera nuova; è un libro che ripudia il disordine e
la feroce indifferenza della contemporaneità, rinuncia alla volgare
normalizzazione figlia della menzogna idolatra della società dell’immagine,
e si lascia leggere e interiorizzare, nel tempo: padre di pensieri
fertili e solari: nel segno e nel destino d’una rigenerazione d’un
popolo, dettata dal dominio delle arti, e della letteratura (Gianfranco
Franchi, febbraio del 2005).
Postnovecento
di PATRICK KARLSEN;
Edizioni del Catalogo, 2005, Roma.
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