GRAZIA BENVEGNA
I Cocci
che ci presenta Grazia Benvegna in questa recente raccolta di poesie
non sembrano quelli “aguzzi di bottiglia”, insormontabili e
metafisici di montaliana memoria, ma piuttosto tessere di un mosaico
della quotidianità che il “collante” dell’esistenza è sempre
pronto a ricomporre e rimettere in forma.
Semmai appaiono come fantasmi (“Fantasma” è anche il
titolo di una poesia): ritorno di desideri, di immagini, che vengono
cercandosi dentro di noi, a volte per tutta una vita e che spesso si
arrestano solo attraverso una parola. La parola che, significante
maggiore, porta, dal fantasma, alla sua esplorazione e a quella di
frammenti di sapere e di vita.
Fantasmi di vita; qualcosa come delle “scintille di solitudine”
interrotte in modo regolare dal paradosso, dalla contraddizione, dall’aporia.
La vita.
Ignorarla come arte? Fare come se non ci fosse, eluderla, aggirarla,
oppure mimarla, costruirne l’analitica codificazione dei modi e dei
gesti, oppure ancora esorcizzarla, stravolgerla, trascenderla,
purificarla, riscattarla. Ma per intendere certa poesia che oggi si
scrive, e dunque anche quella del presente volume, i postulati sono
poco più di un modo di dire, un ragionare per categorie che sfiorano
consapevolmente l’ironia tragica del tempo. Se la letteratura è
questo piacevole altrove, questo pensiero che si fa scacciapensiero,
se è, come diceva anche Eliot, “un divertimento di qualità
superiore”, essa dovrà costruirsi attorno ad una lucida
estraneazione dalla storia e dalla geografia, non diciamo dalla
realtà, e perdersi nello stupore di un diversivo totale.
L’errore di
tanta poesia cosiddetta “moderna” è stato quello di credere che
il modulo espressivo, l’accorgimento formale, il contenitore di
modelli costituisse da solo e in quanto tale la struttura e il senso
dell’opera. Ma chi legge poesia non va in cerca solo di una
intenzionalità altrui, non vuole essere obbligato da un atto di
volontà espressionistica, non accetta di infilare un percorso, sia
pure astrattamente aleatorio.
Concediamo anche che sia lecito indurre il lettore a prolungare all’infinito
le possibili direzioni di lettura. Al suo cuore, al suo fondo, al suo
mezzo, al suo margine, da qualche parte che non mette conto
specificare, il senso della poesia e la sua possibilità deve
risultare chiaro e sfolgorante come un enigma.
Così Grazia
Benvegna fonda e costruisce l’intera sezione del suo libro su una
semiotica lineare, su un “idiorritmo” come direbbe Roland
Barthes, su dati di una improbabile biografia, ma come se la
nominazione di figure e fatti fosse da sola sufficiente a dar loro
quella vita che ci fa ignorare la vita: “Io sono inscindibile
dall’io… Nell’occasione della rinuncia non togliendo nulla all’avere
aggiungo all’essere”.
Ci pare che queste poesie compongano una serie di “istantanee”,
anzi il negativo dell’istantanea, per di più in bianco e nero; l’espulsione
dei colori dal lessico e dal segno è un elemento tangibile e non
occasionale: “Sul foglio bianco una lettera. Nero sul bianco
congiuntura opportuna che bianco dal nero congiunge perfettamente! Di
bianco intorno e dentro”. Un negativo che mentre dischiude la porta
agli elementi di vita e di biografia, pagina dopo pagina, rivela la
profondità del campo dove si è sedimentata, anteriormente, la poesia
di Grazia Benvegna.
Nell’insieme
non manca, ci sembra, un forte gusto, forse di ascendenza duchampiana
ma più probabilmente derivato dalle diverse forme artistiche e di
animazione con cui si destreggia e diletta l’autrice (che è anche
cartomante), per la manipolazione alchemica. Le poesie si potranno
sovrapporre in controluce o dislocare strategicamente su un solo
piano, ma non perderanno mai il caratteristico sortilegio dei simboli
ad alta concentrazione di significato. Ora
sembra che Duchamp giocasse a scacchi per ignorare la vita e che essa
ogni tanto si ricordasse di lui. Sembra invece che Grazia Benvegna non
abbia dimenticato la valenza e persino la violenza dei simboli che
usa, il loro fuoco spento sotto la cenere. Di fronte all’antica
violenza della parola che preme sul punto più esposto dell’anima,
la memoria, o meglio l’esperienza, diventa un filtro di dolorosa
ironia: “Non ho molto da dire tuttavia aggiungo… al già nominato.
La chiamano esperienza aggiungo povera”.
E poi è come se
tutto il senso dell’operazione si concludesse in una dissolvenza
incrociata. Da un lato, se vale il parallelo tra la prima e l’ultima
poesia che compone l’immagine finale di questa “collezione di
cocci” e il loro rovesciamento simmetrico, avremo una perfetta
analogia procedurale tra caverna platonica (a nostro avviso c’è un
elemento platonico che caratterizza queste poesie) e camera oscura: il
negativo rimanda sempre al suo positivo; dall’altro, in questo libro
noi leggiamo a ritroso il cammino di un’anima che si rende visibile
là dove lentamente comincia a sparire: “Per le compagini levate
da sé una mattina sottratta dalla vita sul posto dell’anima”.
L’anima cresce su se stessa, nella poesia di Grazia Benvegna,
incorporandosi nella sua materialità, nel luogo di questa scrittura
in “apnea” sul limitare del mondo (Domenico Lucchini).
Cocci
di GRAZIA BENVEGNA;
Edizioni Ulivo, collana "Il sorriso del Gatto", Balerna (Canton
Ticino), 2004.
Per conoscere meglio l'Autrice, leggete la sua intervista.