Opinioni: Intervista a Roberto Taddio (aprile 2004)

Roberto Taddio ha pubblicato di recente Brivido (Una storia di Venezia), un angoscioso thriller ambientato in una Venezia avvolta dalla nebbia, in cui si muove un serial killer, o forse più di uno...
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SPECCHIO - Roberto, qualche notizia su di te.

ROBERTO - Vediamo... Ho trent’anni tondi tondi, sono nato e vivo tuttora a Mestre, città che amo in maniera contraddittoria, cioè la difendo contro gli imbecilli che la criticano aprioristicamente e la critico coi ciechi che non ne vedono le magagne. Anche se non credo nell’astrologia, penso di rappresentare degnamente lo Scorpione. E sono uno dei milioni di laureati in lettere che girovagano per il mondo con l’occhio sbarrato di colui che dice: “A cosa pensavo quella volta che ho scelto quella facoltà?” Solo che io non lo dico. Sono felice di aver fatto quegli studi, e li rifarei, anche se non mi hanno dato spessore agli occhi del resto degli abitanti dell’universo.

SPECCHIO - Almeno non fai parte della schiera degli scrittori che non sanno la grammatica e non la studiano perché, a detta loro, il contenuto vale più della forma. A proposito, lettere classiche o lettere moderne? E qual era l’argomento della tesi?

ROBERTO - Moderne, anche se la mia tesi è stata uno studio sulla fonetica di alcune tribù degli Indiani d’America, e appena lo dico c’è chi si tocca o sbadiglia. E immancabilmente chi mi chiede: “Ma che cacchio c'entrano gl’Indiani d’America con una laurea in lettere?

SPECCHIO - Non è che, sotto sotto, cullavi l’idea di diventare archeologo e studiare proprio gli Indiani d’America?

ROBERTO - No no, sono troppo pigro per fare l’archeologo! In realtà la passione per i Nativi americani mi è venuta da piccolo leggendo alcuni fumetti, ma sono sempre stato convinto che al mondo non possa esistere qualcuno in grado di studiare oggettivamente delle culture che sono state spazzate via in maniera vergognosa e impunita.

SPECCHIO - Cosa fai quando non scrivi?

ROBERTO - Mi piace il pallone e ci ho giocato per qualche anno. Ho praticato anche alcune discipline marziali, ma chissà come mai in Italia certi hobby costano più di un mutuo. Amo fin troppo i libri, e mai li presto e mai voglio farmeli prestare, e più leggo e più mi accorgo di non aver letto niente. Vorrei una grande libreria con migliaia di volumi. Libri nuovi, s’intende, non sono un fanatico di antichità che non si possono leggere più di una volta pena lo smembramento delle pagine. Non ho un genere particolare, anche se mi attira tutto ciò che non è banale. Di mestiere faccio l’impiegato, ma ne ho passate parecchie prima di trovare quest’incerta stabilità. Ho lavorato per un’agenzia pubblicitaria, ma poi mi sono ritrovato non so nemmeno come a fare pagine web per il Comune di Venezia. Il più grosso errore della mia vita - lavorativamente parlando - credo di averlo commesso lasciando quel posto per trasferirmi in una società privata a fare lo stesso lavoro, ma ho scoperto che internet è una massa semi-digerita e putrida di scarti del mondo reale, e la si può usare come un ingrediente temporaneo per condire una vita passiva. La gente con cui lavoravo era a dir poco squallida e mentalmente arida, e me ne sono andato molto volentieri. Gira di qua e gira di là, mi sono accasato dove sono tuttora. Felicemente non posso ancora dirlo.

SPECCHIO - I tuoi esordi: come e quando hai incominciato a scrivere?

ROBERTO - Nonostante tutte le variazioni sul tema, una costante l’ho sempre avuta. Venticinque anni fa mio padre portò in salotto una Olivetti che pesava ottanta chili e scrisse una lettera in mia presenza. Lo guardai affascinato e da quel momento cominciai a usarla, solo che ogni volta dovevo chiedere a un adulto di tirarla fuori perché non riuscivo proprio a sollevarla! Scrivevo raccontini, favolette. A dodici anni ho composto il mio primo libello, che quasi nessuno ha mai letto e che forse un giorno sistemerò. Ho scritto centinaia e centinaia di pagine. Poi ho conosciuto la poesia e ho iniziato a sperimentarmi senza mai rimanere soddisfatto di me stesso, nemmeno adesso. Prediligo dunque la narrativa e i racconti in particolare, perché il mio mondo corre in fretta e in pochi riescono a fermarsi a vivere il tempo di un romanzo. Sono cresciuto e mi sono conosciuto. Ora so i miei limiti e le possibilità di miglioramento. Ma ho anche conosciuto il mondo che ruota attorno a questo disastro che è la letteratura, e sono caduto in depressione. Più mi guardo attorno - famelici assassini della parola e delle idee, sordidi avvoltoi in cerca di pubblicatori da spennare - più mi rendo conto che siamo in un buco nero che sta risucchiando tutto. Temo che il rendere ogni aspetto - persino l’arte! - alla portata di tutti sia solo l’ennesima involuzione del genere umano, e il fatto che le persone non se ne rendano conto mi sembra uno dei peggiori disastri culturali dopo le fiction televisive. La mia idea è che si sfrutti questa nuova nicchia di business che sono gli “scrittori esordienti”, dei quali un’altissima percentuale è composta da ingenui televisivamente plagiati che pensano di risolvere il problema del lavoro intraprendendo una pseudo-carriera artistica. C’è chi scrive per hobby, chi per sfogarsi. Non credo che siano “scrittori”, ma solo “gente che scrive”. Non è teoricamente sbagliato, intendiamoci, è che c’è gente che cerca di marciare su questa nuova illusione di massa. Vedi case editrici a pagamento. Vedi corsi di scrittura creativa a pagamento. Vedi associazioni culturali a pagamento. Vedi concorsi di letteratura a pagamento. Eccetera eccetera a pagamento. Tutti coloro che, come me, hanno intrapreso un certo percorso nel mondo dell’editoria, sono venuti in vario modo a contatto con questi personaggi, e in molti ci hanno rimesso...

SPECCHIO - Veniamo alle tue pubblicazioni.

ROBERTO - Ho pubblicato poesie e racconti in sillogi, raccolte e riviste letterarie di mezza Italia, ma è solo nel 2003 che ha visto la luce Brivido [una storia di Venezia], il mio primo romanzo. Oddio, racconto lungo o romanzo breve, come si vuole. Ne sono abbastanza soddisfatto, qualitativamente parlando, e mi sono reso conto ancora meglio di cosa significa essere scrittori in Italia al giorno d’oggi. Una depressione continua. Non ho chiesto a nessuno di farmi nascere con dentro questo spirito creativo, ma ormai sono più le volte che me ne vergogno. Forse per far fronte a quest’aberrante e avvilente realtà è nato Man On Black, ovvero l’antisito dello scrittore Roberto Taddio (nella versione virtuale contratto in Robedio, da cui il mio sito www.robedio.com), una finestra grigia sul lago nero. Nulla, in realtà, ma allo stesso tempo qualcosa. Non un sito in cui il giovane scrittore si propone agli editori come il nuovo talento, ma una voragine con degli appigli.Una cosa la so di certo: io devo scrivere, perché non ne posso fare a meno. E quello che vorrei solamente sapere è che un giorno lontano (nel tempo e nello spazio) qualcuno leggerà una mia pagina e sentirà bruciare nel petto un’emozione che io ho provato prima di lui.

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