SPECCHIO MAGICO
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Opinioni: Intervista a Gabriele Damiani (ottobre 2008)
SPECCHIO- Parlaci un po’ di te e dei tuoi esordi letterari, se hai cominciato da bambino, se la passione ti è venuta un po’ più tardi, ecc.
GABRIELE- Sul mio conto non ho molto da dire. Sono abruzzese, nato
cinquantadue anni fa a settecentoventi metri di quota, tale è infatti
l’altitudine dell’Aquila. Mi è perciò naturale amare la cruda
asprezza delle mie montagne e la loro stupefacente spettacolarità. Ho
ricevuto dai miei genitori un’educazione impeccabile, grazie alla quale
considero, affronto e mi godo la vita per quello che è, cioè una ruvida
avventura. Ecco perché per me scrivere è così essenziale. Mettere nero
su bianco, parola dopo parola, ciò di cui siamo testimoni, mettere nero
su bianco le nostre come le altrui esperienze, rappresenta la più
eccitante e godibile delle avventure. Non
a caso, dunque, a diciassette anni ero già cronista in un quotidiano di
provincia, Il Mezzogiorno d’Abruzzo, che da decenni non si stampa
più. In seguito sono stato, sia pure non contemporaneamente,
imprenditore, consulente fiscale e professore di metodologia della scienza
economica, finché mi sono arruolato, forse allo scopo d’imitare Ernest
Hemingway, nel corpo militare della Croce Rossa, di cui sono ufficiale.
Il primo racconto, intitolato L’ultimo incontro, lo
scrissi nel 1971, quand’avevo quindici anni. È apparso qui e là
innumerevoli volte, sia su riviste sia su internet. Anzi, la rivista Il
convivio l’ha appena ripubblicato sul numero 34,
Luglio-Settembre, di quest’anno. Ma il primo che riuscii a pubblicare fu
Il movente, uscito inizialmente su Inchiostro, nel
giugno del 1997, e poi, nel corso degli anni, su Cambio, su Noialtri,
su Universo, su Cronaca Vera e su Tonic Magazine. Il
movente, inoltre, per una simpatica congiura del destino mi ha
persino aperto la strada alla pubblicazione del romanzo Un
buon sapore di morte, edito ad agosto da Aliberti.
All’inizio di quest’anno lo lesse infatti Edoardo Montolli, che oltre
ad essere un raro (in Italia) giornalista investigativo e un invidiato (da
me e da molti altri) autore di thriller, è anche direttore della collana
Yahoopolis. Gli piacque al punto che il 12 febbraio mi chiamò al telefono
per chiedermi se avevo qualche romanzo nel cassetto. Li avevo e glieli
mandai. Il 12 marzo mi richiamò per dirmi che li aveva letti e che li
avrebbe inseriti nella sua collana. Ho di conseguenza nei riguardi di
Montolli un debito inestinguibile, e non solo perché gli devo la gioia
d’essere giunto in libreria, ma per tutta una serie d’altre infinite
ragioni, compresa quella d’aver scritto una luminosa prefazione al mio
libro.
Nel 1999 ho pubblicato il romanzo Commedia all’italiana,
con la Besa Editrice, e nel 2000 la raccolta I racconti di Civita,
con Prospettiva Editrice. Furono comunque edizioni puramente nominali,
perché non cedetti i diritti alle case editrici e loro, d’altro canto,
si sono ben guardate dal distribuire una copia che è una. Mi riprometto
ad ogni modo di presentare davvero al pubblico questi due libri. So per
comprovata esperienza che si lasciano leggere con accanimento.
SPECCHIO- Ci sveli la trama del libro?
GABRIELE- Un buon sapore di morte è un noir, mi venga perciò un accidente se vi racconto la trama. Negherei al lettore il gusto di scoprirla e assaporarla con i propri sensi. Dirò solo che è ambientato in una città di provincia, Civita, caratterizzata dalla squallida pochezza morale della sua borghesia e dalla strepitosa delittuosità delle istituzioni pubbliche, magistratura in testa.
SPECCHIO- Come ti è venuta l’idea di trattare questo argomento? Ci sono momenti o addirittura situazioni autobiografiche?
GABRIELE- L’idea si basa su un fatto avvenuto a L’Aquila nel 1993-94, al quale la stampa locale diede ampio risalto. Si trattò di una ridicola scopiazzatura provinciale di mani pulite e finì in burletta. Mi sono limitato a cambiare i nomi ai protagonisti, che io conosco di persona, e, poiché un noir non può finire in burletta ma deve pur raccontare drammi autentici, ho aggiunto il sangue alla farsa, la tragedia alla mediocrità. I momenti e le situazione autobiografiche ci sono, è ovvio, modificate il minimo indispensabile per adattarle alla trama.
SPECCHIO- Ti ispiri a qualche autore particolare o cerchi linguaggi nuovi?
GABRIELE- I maestri indiscussi del XX secolo, Hemingway, Chandler, Carver, Bukowski, Maugham, Greene e Simenon tra gli stranieri, Pavese, Fenoglio, Silone, Flaiano, Malaparte, Guareschi e Sciascia tra gl’italiani, sono le mie stelle polari. Ma chi scrive non può accontentarsi dell’esempio degli altri, per quanto superlativi siano, deve anche ascoltare la propria voce. L’ispirazione, dunque, è una mia faccenda personale, intima, e resto l’unico responsabile dei miei errori. Per tale ragione, sono sempre altamente insoddisfatto dei miei testi.
SPECCHIO- Quanto hanno inciso le tue esperienze professionali ed esistenziali sul tuo lavoro letterario?
GABRIELE- In misura pari al cento per cento. Senza le mie esperienze di vita non avrei mai potuto conoscere le persone descritte in Un buon sapore di morte. D’altronde, è questo un presupposto essenziale per chiunque desideri scrivere narrativa. I racconti e i romanzi si scrivono con il sangue e con l’anima. Non basta scrivere una bella storia e non basta neanche scriverla bene, bisogna pure metterci qualcosa dentro. Non solo, ma l’essenza profonda della narrativa non è tecnica, o estetica. È etica, morale. Non ci si può dunque accontentare d’essere dei sapienti manipolatori di parole, né è tanto meno vantaggioso mettersi a scimmiottare i “letterati”. Se si vuole catturare il cervello e il cuore del lettore va perciò aggiunto un quid che emozioni e che faccia riflettere. E l’emozione viva, vera, possiamo trasmetterla soltanto se l’abbiamo vissuta.
SPECCHIO- Che cosa ti ha dato scrivere questo libro a livello umano?
GABRIELE- Graham Greene non si spiegava come facciano a non impazzire coloro che non svolgono un’attività artistica. È una domanda che mi pongo anch’io. E in definitiva, se scrivo, è perché bisogna pur far qualcosa per non impazzire. Dirò quindi che la stesura di Un buon sapore di morte mi ha consentito di rimanere savio, almeno per il momento.
SPECCHIO- I tuoi progetti per il futuro: altri libri?
GABRIELE- Sicuro, smetterò di scrivere solo quando avrò tirato le cuoia, come suol dirsi. Il 29 giugno di quest’anno ho finito di scrivere un romanzo intitolato Gaia dagli occhi viola, ambientato pure questo a Civita, e il 30 giugno ho cominciato a scriverne un altro dal titolo Il primo colpo. È un romanzo di fantastoria ambientato nell’immaginaria Volksburg, la cui idea mi venne nel 1982. Quando avrò finito di scrivere Il primo colpo ne incomincerò un altro intitolato Il senso dell’onore. Finito Il senso dell’onore toccherà a Servizio di prima nomina. Finito Servizio di prima nomina scriverò un romanzo per ora senza titolo; eccetera, eccetera, eccetera.