Sarà così,
seguendo gli indizi nascosti nelle pieghe del tempo, che arriveremo ad un
culto molto antico, il culto della Dea Madre, regina di questa mistica
notte ove ancora oggi il velo della reminescenza è così leggero da
permetterci di guardar attraverso.
Secondo il
Dizionario McBeain di Lingua Gaelica, Samhain (pronunciato “sow-in”),
forse la più importante tra le festività celtiche, deriverebbe da “samhuinn”
e significherebbe “summer’s End”, la fine dell’estate e l’inizio
della stagione invernale. In realtà i festeggiamenti non duravano una
sola giornata, ma iniziavano una settimana prima e si concludevano una
settimana dopo, così è molto più probabile che il giorno più
importante dei festeggiamenti non fosse il primo del mese di Novembre,
bensì l’11, data coincidente con quella che oggi viene definita
estate di San Martino. Successivamente, nei paesi di origine
anglosassone, Samhain fu trasformata in All Hallows’ Eve, ove “Eve”
sta per “vigilia”, o ancora Halloween.
Questa data
coincideva con l’inizio dell’anno celtico, il momento in cui la
natura inizia il suo riposo e il primitivo, spaurito dalla morte della
propria “mater”, già preparava la sua rinascita. Da qui il
collegamento di Samhain come festa dei morti, ma in realtà essa non è
una festività legata ai defunti, esattamente il contrario, è legata
alla vita, alla grande dea che muore per poter rinascere. Ai primordi,
infatti, la divinità è immaginata come la sovrana dei boschi e della
natura selvaggia, essa da sostentamento agli uomini ma ne può causare
anche la morte, successivamente il passaggio dal nomadismo all’agricoltura
impone al selvaggio un più attento esame delle stagioni e dei cicli
naturali, egli si accorge che la terra non è sempre fertile, la dea,
resasi immanente nei campi, nelle piante di grano e di orzo muore per
poter rinascere nuovamente e così assicurare, con i suoi eterni cicli,
la novella vita.
Il concetto di morte e resurrezione ha così da sempre
permeato le credenze e i miti degli uomini, nel mondo greco ad esempio
essa è ben descritta dalla storia di Demetra e Persefone, la leggenda
narra che un giorno la bella Persefone, figlia di Demetra, mentre
raccoglieva dei fiori con delle amiche, si allontanò nel bosco e così
Ade, la divinità dell’oltretomba, da tempo perdutamente innamorato
della fanciulla, decise di rapirla con il beneplacito di Zeus. La Dea
Madre, accortasi della scomparsa della figlia, iniziò a cercarla ma,
vedendo vani i suoi tentativi, decise che fin quando non le sarebbe
stata restituita la terra non avrebbe prodotto più i suoi frutti. Zeus
ordinò così ad Ade di lasciar libera la fanciulla ma il dio, con un
sotterfugio, costrinse la stessa a ritornare ogni sei mesi nel suo
regno. Demetra allora infuriata decise che nel periodo in cui Persefone
fosse stata nel regno dei morti, sul mondo sarebbe calato l’inverno e
la terra non avrebbe prodotto i suoi magnifici frutti, una metaforica
morte in attesa del risveglio.
E’ in questa ottica che la festa di
Halloween assume un nuovo significato, esso diventa il giorno in cui il
velo che separa il mondo dei vivi da quello del soprannaturale si fa
molto sottile, tanto da poter facilmente trapassarlo, nasce così l’idea
che le anime dei morti proprio in questo giorno riescono più facilmente
a raggiungere e far visita ai loro cari ancora in vita. Da questa
credenza nasce l’usanza di lasciare frutti o latte sugli usci delle
porte, in modo che gli spiriti, durante le loro visite potessero
ristorarsi o ancora accendere torce e fiaccole per segnalare il cammino
e agevolare loro il ritorno.
Con l’avvento
del Cristianesimo, la Chiesa cercò di appropriarsi della festività
troppo radicata nella cultura popolare per esser cancellata e così il
1° Novembre diventava la festa di Ognissanti, le figure fatate e gli
spiriti della tradizione celtica, a loro volta immagine di un oltremodo
di morte e rigenerazione, furono demonizzati, le stesse donne il cui
ruolo nei rituali di fertilità era fondamentale furono trasformate in
streghe e i falò di “gioia” tradotti in roghi. Anche le lanterne e
le luci giuda subirono una ugual sorte, quelle che all’inizio avevano
proprio il compito di indicare ai propri defunti la “via di casa”
divennero “lanterne scaccia streghe” con un uso completamente
differente.

La zucca come
simbolo della Dea Madre
La tradizione
vuole che solo verso il 1700 iniziò a sorgere l’usanza di intagliare
strani e spaventosi volti nelle rape e di inserire nel loro interno
delle candele illuminate proprio per far allontanare gli spiriti maligni; nel 1845 però, una spaventosa carestia in Irlanda obbligò
moltissime persone a immigrare in America portando con loro anche queste
tradizioni. La difficoltà di reperire rape nel nuovo continente fece si
che il tubero fosse sostituito dalle molto più diffuse zucche gialle
che ancor oggi sono uno dei simboli più ricorrenti di Samhain. Se così
ci racconta la storia non possiamo far a meno di soffermarci sulla
scelta del frutto-simbolo della festa, trovando molte altre antiche
tradizioni che riportano alla zucca.
Essa è infatti da sempre legata a
rituali di morte e rigenerazione che contraddistinguono il culto della
dea, infatti il fiore, chiamato giglio, era legato di solito ai morti,
il suo colore giallo pallido ricordava appunto il colore delle ossa dei
defunti, mentre il frutto, appunto la zucca, era associato alla
procreazione e alla fertilità.
Se così
immaginiamo che la lanterna di Halloween abbia origini moderne basta
sfogliare il Corpus Hippocraticum del 400-300 a.C. per leggere che:
“…se la donna
ha la stanguria tagliare la testa e il fondo di una zucca, metterci
sotto del carbone, gettare sul fuoco della mierra triturata, la donna si
sieda sulla zucca e faccia entrare quanto più possibile i suoi organi
genitali, affinché le parti genitali ricevano più vapore possibile…”
Ai nostri occhi la
descrizione sempre perfettamente coincidere con la lanterna
cacciastreghe simbolo della festività. La zucca è così lo strumento
per assicurare la procreazione, essa è il priapos primordiale, l’elemento
ingravidatore che nasce dalla stessa terra e assicura, nel periodo più
oscuro e buio la vita. Del resto la zucca era anche associata al dio
Priapo, divinità di origine greca poi successivamente “adottata”
dai romani. Il dio, spesso rappresentato con un volto umano e le
orecchie di una capra, tiene in mano un bastone usato per spaventare gli
uccelli, la falce per potare gli alberi e sulla testa foglie d’alloro.
Sua caratteristica più evidente è l’enorme o addirittura il doppio
fallo, simbolo proprio della sua natura feconda, aspetto per il quale
era anche rappresentato da un pilastrino verticale con sopra scolpita la
sua testa e il suo fallo eretto, simbolo appunto della fecondazione.
Ebbene il dio era
anche strettamente collegato alla zucca come possiamo leggere dai Carmi
Priapei:
“…io sono
invocato come custode ligneio delle zucche…”
E ancora il
ricordo della zucca come frutto legato ai rituali di fertilità lo
ritroviamo in molti autori latini che la associano al parto e alla
gravidanza:
" …intortus
cucumis praegnansque cucurbita serpit… "
o ancora in
Propezio che scrive:
" ...caerules
cucumis tumidoque cucurbita ventre... "
Così la zucca è
simbolo fallico ma al tempo stesso essa stessa “madre”, portando nel
suo ventre fruttifero i semi, come la donna e la dea essa assicura la
vita per la sua specie e il sostentamento per gli uomini.

La Processione dei
Morti dal mondo celtico alle tradizioni Italiane
Altra interessante
tradizione è legata al famoso Trick or Treak, la mascherata di bambini
che attraversano le vie della città cercando dolciumi e regalini. In
realtà per scoprire cosa si cela dietro questa usanza dovremo
attraversare i sentieri del folklore italiano alla ricerca delle “processioni
dei morti” fino ad imbatterci nel mitico Artù, espressione dell’Ankou
bretone, ma anche e soprattutto della “morte birichina” delle
tradizioni popolari italiane.
Dal XI secolo
moltissimi sono i racconti popolari e i testi letterari in Europa che
parlano dell’apparizione dell’”esercito furioso”, nome con il
quale è conosciuto, nell’area centro europea, una strana processione
di misteriose creature fantastiche, poi evolutesi nel loro aspetto, in
streghe e stregoni pronti al viaggio verso il sabba.
Questa schiera di
esseri, composta indifferentemente da uomini e donne, spesso a cavallo
di animali in qualche modo legati ai culti totemici pagani, come capre,
cavalli o strani rapaci, era di solito guidata da un essere mitico, una
antica divinità pagana autoctona come ad esempio Wotan o Odino dell’area
nordica o da strane creature, spesso dalle fattezze femminili, che
trasportavano, non di rado, un carro rituale.
Una interessante
area da esaminare, proprio perché ancora oggi è visibile nel folklore
locale lo strano rapporto tra viventi e defunti, è la Bretagna, luogo
ove alla religione ufficiale si mescolano vorticosamente antiche
tradizioni pagane mai cancellate.
Un esempio ancora
ben visibile nelle leggende e nei racconti popolari, è ad esempio
quello dell’Ankou. Si tratta di una figura locale raffigurata come la
“morte”, sotto forma di scheletro con la falce che però non è
semplice espressione della stessa, in realtà si tratta solo di un suo
messaggero, una strana figura che giunge ad avvisare le persone, e
spesso a consigliare di portare subito a termine faccende personali in
sospeso prima del loro trapasso.
Questo però non
è l’unico esempio, altra interessante informazione sul mondo bretone
dei trapassati può esser desunta, poi, dal racconto di Procopio di
Cesarea nella sua Guerra Gotica. Parlando della Brittia ci racconta che
“… giunto a questo punto della storia mi sembra inevitabile
raccontare un fatto che ha piuttosto attinenza con la superstizione…”.
Ecco così che lo storico narra delle strane abitudini di alcuni
abitanti di borghi di pescatori situati dall’altra parte del mare, in
quell’area che oggi è appunto nota come la Bretagna. Alcuni di questi
individui avevano un compito strano, quello di traghettare le anime dei
morti.
“… A tarda ora della notte, infatti, essi sentono battere
alla porta e odono una voce soffocata che li chiama all’opera. Senza
esitazione saltano giù dal letto e si recano sulla riva del mare… sulla
riva trovano barche speciali, vuote. Ma quando vi salgono sopra le
barche affondano fin quasi al pelo dell’acqua come se fossero cariche…
dopo
aver lasciato i passeggeri ripartono con le navi leggere…”.
Se questo racconto
sembra incredibile, basta giungere ancora oggi in Bretagna per ritrovare,
arenate nelle sacche di sabbia dovute alla marea, vecchie barche oramai
in disuso. Nessuno però si azzarda a spostarle o portarle via, ancora
oggi queste sono le barche che traghettano i morti. E’ questa l’espressione
della comunicazione locale con un aldilà mai visto come luogo tenebroso
come dimostrerebbero i numerosi cimiteri mai isolati dai luoghi abitati.
Del resto è già
dai tempi di Claudiano, V secolo, che l’area bretone era nota come il
luogo dei morti, era qui, infatti, che si identificava il luogo ove
Ulisse aveva incontrato i morti e ove “i contadini vedono vagare le
ombre pallide dei morti”, una affermazione che ritroveremo in seguito
proprio legata al territorio italiano. Ma questo non basta, oramai è
ben dimostrato come alcuni viaggi compiuti da cavalieri delle saghe
bretoni, come Parsifal o Lancillotto, in terre desolate o verso castelli
misteriosi altro non sono che viaggi nel mondo dei defunti come poi
testimonierebbero toponimi come Limors o il Schastel le mort.
Lo stesso Artù,
in varie raffigurazioni, altro non sarebbe che il traghettatore delle
processioni dei morti, come nel mosaico pavimentale di Otranto, ove il
sovrano è raffigurato con uno scettro in mano in groppa ad un caprone,
seguito da una schiera di uomini.
Anche il folklore
italico però, come si potrebbe pensare, non è estraneo al mondo dei
trapassati, come mi sono occupato in un altro mio lavoro proprio sul
culto dei morti. La tradizione
della Processione dei defunti e la visione degli stessi da parte della
gente contadina non è però patrimonio esclusivamente bretone, anche se
ancora oggi in quelle terre tale tradizione resiste fortemente, ma in
tutta Europa sono fortemente diffusi racconti popolari di gente che
periodicamente assisteva a tali apparizioni.
In realtà questo
“spettacolo” non era riservato a tutti, ma solo a persone dai
particolari poteri o nati in ben precisi giorni.
Così, ad esempio,
in Friuli, il Ginzburg parla dei Beneandanti, uomini dai particolari “poteri”,
nati con la “camicia”, un parte della placenta che, proprio per
questa loro “stranezza” saranno poi gli attori, in particolari
periodi dell’anno, di una lotta contro le forze maligne per assicurare
fertilità ai campi. Sono loro che
possono aver rapporto con i defunti dato che “chi vede i morti, cioè
va con loro, è un Benandante”.
Moltissimi poi
sono i racconti popolari di incredibili incontri nelle campagne con
schiere di defunti. Sempre in Friuli interessante è l’avventura
capitata ad un povero monaco nel 1091. Mentre questi camminava lungo un
sentiero di campagna viene attratto da strani lamenti e così scorge una
processione tra la quale riconosce alcuni uomini suoi conoscenti morti
da poco tempo. Se però potremmo pensare che simili visioni sono
relegate ad un lontano passato ecco presenti numerose testimonianze di
donne lucane che durante il secolo scorso si imbatterono in quella che
è la “messa dei morti”. Così lungo le buie vie che conducono le
contadine del sud nei campi da lavoro, capita spesso di vedere una
chiesa aperta e illuminata e all’interno anime dannate che allontanano
subito le viandante o le comunicano un messaggio per il mondo dei vivi.
“… una volta un
forese [abitante del paese di Forenza, in Lucania N.d.A] scommise con il
suo padrone di andar ad attingere acqua ad una fontana lontano dal paese…
il
forese si mise in cammino ma giunto nei pressi della fontana di
Tromacchio vide quattro persone che portavano a spalla una bara… decise
di andare alla fontana di spando ma anche qui il cammino era sbarrato
dai quattro… allora gli venne incontro un sacerdote morto da qualche
tempo che lo prese per mano e gli disse: queste scommesse non le devi
fare…”
La strana fila
tanto ricorda quelle raffigurazioni rinascimentali, chiamate “Danze
Macabre”, che iniziano ad apparire attorno al 1400, interpretate
successivamente con il motivo della morte “livellatrice”.
Sicuramente queste attingerebbero da ben più antichi ricordi, come
testimonierebbe la primitiva guida delle fila.
Sempre nella
regione lucana, fortemente legata al mondo contadino, pullulano storie
di donne che, mentre raccoglievano l’acqua, nel riflesso del catino,
scorgevano strane processioni tra le quali individuavano alcuni loro
defunti, tradizione presente anche nel Sud Italia. Anche in questo caso
le “visioni” sono accomunate da un particolare: avvengono solo in
particolari momenti della vita dell’individuo o in particolari periodi
dell’anno, spesso coincidenti con festività agrarie, come ad esempio
la Festa di Ognissanti o la notte di San Giovanni.

Dolcetto o
Scherzetto? I Prolegomeni del cibo del mondo Ctonio
Allo stesso modo
si innesta la tradizione del cibo dei defunti, trasformato poi nelle
leccornie e dolciumi per i giovani e bambini.
Da sempre l’uomo
ha avuto timore del ritorno del defunto, l’untore che può portare
morte tra i vivi. Secondo così il principio della magia simpatica,
ponendo del cibo nelle tombe si sarebbe placata la fame del trapassato
impedendogli così di ritornare sul mondo terreno. Che il cibo reale
fosse davvero utilizzato nei sepolcri è dimostrato da diversi testi
come il De Masticazione Mortuorum in Tumulis di Michel Raufft o la
Dissertatio Historico-Philosophica de Masticatione Mortorum di
Philip Rohr. Qui si descriveva come il morto, le cui scorte alimentari
erano insufficienti, iniziava a nutrirsi masticando il sudario e le sue
stesse carni. Anche il cannibalismo diventa un modo per assicurare la
seconda morte al defunto, infatti lo stomaco diventa suo definitivo
sepolcro e sarebbe da questa interpretazione che deriverebbero diverse
espressioni popolari Italiane come “bere i morti” o “mangiare i
morti”(E. De Martino, 1959) e l’usanza del banchetto funebre. Ecco
così che nel giorno dei morti, quasi riproponendo il tema della
necrofagia, in molti paesi della Penisola vengono preparati strani
dolcetti a forma di ossa chiamati appunto “ossa dei morti”(A.
Romanazzi, 2003) che vengono poi regalati ai fanciulli.
Cibo rituale sono
le fave e i ceci, da sempre presenti nei convivi funebri e nelle “merende”
che si tenevano tra i parenti del defunto immediatamente dopo il
funerale. La motivazione potrebbe essere che la fava è stata da sempre
considerata come il mezzo per comunicare con l’Aldilà, esse erano
presenti nelle cerimonie funebri nell’antico Egitto ed in Grecia
mentre a Roma erano il simbolo della resurrezione dalla morte. Cicerone ci
informa dell’uso ateniese di spargere granaglie sulle tombe, e legumi
cotti in enormi pentole venivano offerti ad Hermes Ctonio. Ancora fino
al secolo scorso in vari paesi grandi bigonci erano posti agli angoli
delle strade in modo che le anime vaganti, ma anche i poveri, potessero
rifocillarsi. Il seme, poi,
nasconde anche un’altra motivazione, esso è alimento molto gradito ai
defunti perché, secondo l’immaginario popolare, deriverebbe proprio
da quello stesso mondo conio al quale il trapassato apparterrebbe. Non
solo però, il seme è simbolo del continuo ciclo di morte e rinascita,
esso infatti viene mietuto proprio per poter ricrescere e non dobbiamo
dimenticare che etimologicamente la dea Cerere sembrerebbe provenire
proprio da “Madre del grano” identificata spesso con l’ultimo
covone della raccolta e destinato a rituali di fertilità, infatti era
riservato alle vacche gravide proprio per assicurare loro fertilità o
alle stesse donne che si dovevano garantire un parto felice. Il seme diventa
così anche simbolo della rinascita, una novella speranza per il
defunto, dunque.
Non dobbiamo poi
dimenticarci della tradizione del melograno come altro alimento
importante, esso è un frutto di speranza, ricco di semi e da sempre
albero di fertilità. Così, ad esempio,
è sulla tomba di Osiride che germoglia un melograno dopo che esso viene
ricomposto da Iside, o ancora raffigurazioni del frutto le troviamo
sulle pareti tombali di varie tombe etrusche o romane. Ecco così che le
numerose tradizioni legate alle schiere dei morti propongono una nuova
ed interessante interpretazione delle schiere di ragazzini, mascherati
da esseri demoniaci o semplicemente da strane creature animalesche, che
girano per le città al grido di “trick or treak”. Guidati da un
mitico “traghettatore”, conosciuto ad esempio nel mondo celtico come
"cenmad y meirew", ma la cui figura come abbiamo visto non è
estranea al patrimonio folklorico italiano, questi bambini, vestiti a
maschera come i vetusti sciamani altro non sarebbero che i defunti che
tornano tra i vivi e chiedendo loro in offerta cibo rituale destinato in
cambio di tranquillità: solo una volta sazio il defunto potrà
ritrovare la pace dell’aldilà.
Andrea Romanazzi