Ormai esportati
anche in Italia, usanza svedese sono i calendari dell’Avvento, formati
da tante piccole finestrelle aperte ogni giorno del periodo natalizio ed
al cui interno si trova un simpatico dono per i bambini. Dobbiamo sapere che in Svezia la casa viene decorata con fiori rossi,
rosa,
bianchi o blu chiaro, specialmente giacinti colorati e fuori, nel
giardino, viene messo un covone di grano per gli uccellini. Ancora all’interno
dell’abitazione è usanza avere un caprone di paglia collocato ai
piedi dell’abete per auspicare buona fortuna (non quindi davanti alla
porta d’ingresso come in Norvegia, v. sotto). Per quanto riguarda il piatto tradizionale, al cenone non potrà mai
mancare il succulento prosciutto arrosto!
Un ultima curiosità: regalo di Natale in svedese si dice “joklappar”
che tradotto significa colpo di Natale e questo perché fino a poco
tempo fa, si bussava con veemenza alla porta di colui a cui era
destinato il dono domandando: ”Ci sono bambini buoni in questa casa?”.
Una volta aperto, il dono era buttato subito per terra e la persona
(molto legata alla famiglia!!) scappava per non essere riconosciuta.
Accanto al regalo di
solito si trovano delle poesie che vengono lette ad alta voce il giorno
di Natale; i festeggiamenti terminano il 13 gennaio e le famiglie usano
fare un ultimo giro attorno all’albero.
… in Norvegia
I Norvegesi iniziano a decorare l’albero e la propria casa già i
primissimi giorni di dicembre. Sulla porta d’ingresso viene posta una
corona proprio per indicare a chi si trova all’esterno che in quell’abitazione
sono in corso i preparativi per il Natale e davanti alla casa come
simbolo di buona sorte e prosperità vengono sistemati alcuni fasci di
grano e un caprone di paglia.
La tradizione fa sì che ad ogni finestra venga appesa una stella e all’interno
della casa si dispongono fiori per far assaporare l’aria di festa:
quelli più caratteristici sono i tulipani e i giacinti.
Durante tutto il periodo si va sulla slitta e ci si infila sotto le
pelli di lupo rigorosamente con la torcia, dal momento che la notte
comincia subito dopo mezzogiorno. Il 24 dicembre le famiglie accendono
una candela sulle tombe dei loro cari e alla sera c’è la grande cena:
qui non possono mancare le deliziose cialde a forma di cuore!
Durante la serata si danza e si canta attorno all’albero di Natale e i
bambini si divertono un mondo: uno dei “balli” tipici consiste nel
disporsi in due cerchi uno grande e uno più piccolo, allora si inizia a
cantare e un cerchio gira verso destra e l’altro verso sinistra.
Finito il canto, chi
vuole cambia cerchio e si ricomincia subito intonando un altro motivo
finché non viene l’ora di aprire i tanto sospirati regali!!!!

… in Finlandia
Natale in finlandese si dice Joulu e Babbo Natale Joulupukki. La
mattina della vigilia, i bambini e i grandi prendono la slitta e vanno
alla ricerca di un bell’abete da tagliare: nel pomeriggio stesso viene
addobbato da tutta la famiglia.
La tradizione e le
leggende come in tutti i paesi nordici, sono molto forti e in Finlandia
sono precisi anche sul luogo di origine, vita e “lavoro” del nostro
Babbo Natale: stando alla leggenda, egli viene della Lapponia, una
regione a nord della penisola scandinava e abita in un piccolo villaggio
che si chiama Korvatunturii. E’ qui che riceve un’infinità di
lettere all’anno e con l’aiuto dei suoi meticolosi
assistenti (joulutonttu)
lavora senza fermarsi per garantire un bel dono sotto l’albero ad ogni
bambino che ha inviato un messaggio.
Nelle case finlandesi la notte di Natale ha un sapore davvero magico:
vengono accese candele in ogni casa e anche al cimitero sulle tombe di
coloro che non ci sono più. Dopo venti giorni dal giorno di Natale, l’abete
viene spogliato delle sue decorazioni e tolto dall’abitazione.
… in Danimarca
Nel periodo natalizio il clima in Danimarca è particolarmente
suggestivo. Le
strade e il mitico parco di Tivoli aperto nel 1843 sono illuminati a
festa, ovunque si possono vedere ghirlande fatte con rami di abete.
I bambini danesi
scrivono le lettere per Babbo Natale e proprio in occasione delle
festività, vengono emesse particolari francobolli e uno dei più belli
è stato disegnato dalla regina in persona. L’abete
di Natale è scelto nel bosco da genitori e figli, quindi viene
tagliato, portato in casa e da qui ha inizio l’operazione
“decoro”:
folletti, stelle e oggetti di paglia sono gli ornamenti più
caratteristici che possiamo ritrovare su un albero danese, ma spesso i
bambini si divertono a creare con la fantasia abbellimenti a loro gusto
e piacimento.
Al
termine della cena tradizionale cha incomincia per le sei, viene servito
il riso al latte. All’interno di uno dei piatti si cela una mandorla…
il fortunato che la troverà, avrà diritto ad un maialino portafortuna
fatto di... mandorle!
Terminato il pasto, il papà si reca nella sala dove c’è l’albero
di Natele e aggiunge come decorazioni le bandierine danesi, candele e
cuoricini rossi e bianchi (i colori che contraddistinguono la
Danimarca), quindi accende le candele e una volta terminata l’operazione,
chiama la famiglia al completo che stava aspettando trepidante nell’altra
stanza. Tutti entrano e ammirano gli ultimi accorgimenti all’abete, si
prendono per la mano e vi fanno un cerchio attorno danzando e cantando.
… in Islanda
Nella lingua islandese Natale si dice Jol, molto simile allo
Jul
svedese. La radice di questo nome deriva dai folletti di quest’isola
che prendono il nome di Jolasveinar.
Qui la festa si avvicina molto alla nostra Epifania, dal momento che a
partire dall’inizio del mese di dicembre i bambini mettono sul
davanzale della finestra della loro casa una scarpetta: se durante l’anno
si sono comportati bene riceveranno il dono tanto sospirato, ma se sono
stati cattivi… una patata! Come
da noi, il 6 gennaio è l’ultimo giorno delle feste natalizie e gli Islandesi festeggiano con canti e danze intorno al fuoco.

Pani, pandolci e
panettoni
di Aurora
Questa dei pani dolci delle feste è un’usanza diffusa in tutta l’Europa.
In origine i pani da
consumare durante le feste non erano dolci, bensì grosse pagnotte alla
cui preparazione sovrintendeva il padrone di casa. Prima della cottura egli vi incideva, con il coltello, una croce in segno di
benedizione. Il pane veniva poi mangiato da tutta la famiglia durante la cerimonia
natalizia del ciocco.
In Francia ancora oggi
nelle campagne si usa cuocere il ”Pan de Calandre”.
Secondo la tradizione, se ne taglia un pezzetto e su questo
vengono incise tre o
quattro croci; è un talismano capace di guarire molti mali. Il resto del pane
viene consumato da tutta la famiglia. In
Inghilterra alcuni fornai regalano ai
clienti una piccola focaccia di buon augurio. Ma in Lombardia c'è il pane più
famoso del mondo: il Panettone. Pare che esso prenda nome da un certo Toni, garzone di fornaio, che decise di
arricchire il semplice pane di tutti i giorni con ingredienti costosi e
pregiati: burro, uova, zucchero, uvette e frutta candita, forse per far piacere
ad una bella golosa. Chiunque l'abbia inventato, il panettone milanese è oggi
consumato in tutto il mondo.
Ai giorni nostri, il panettone è il dolce che si prepara, secondo ricette
diverse, a Milano e a Genova.
Il panettone milanese era, una volta, tondo e schiacciato come una piccola
polenta, ma ormai è prodotto con la caratteristica forma a
cupola. I suoi
ingredienti sono la farina bianca, l’uovo, lo zucchero, il burro, l'uvetta, il
cedro e l'arancia canditi. Necessita di una doppia lievitazione in un forno da
pasticceria con temperature molto elevate. Generalmente è servito con la panna
montata e zabaglione caldo.
Il panettone genovese è molto simile. E’ rimasto rotondo e basso e
sostituisce le arance candite con i pinoli. Il suo impasto è aromatizzato con il
marsala ed il limone; la sua lievitazione è semplice, quindi può essere
preparato in casa.
Il ciocco di
Yule
di Aurora e Paola Mastrorilli
Un'antichissima tradizione nordica voleva che nel giorno del Solstizio
d'Inverno si bruciasse un grosso tronco di legno di quercia, reliquia dell’antico
culto che associava la quercia a Thor, il dio del tuono, per illuminare la notte
più lunga dell'anno. Una parte del legno veniva riposta con cura, per essere
usata l'anno seguente nell'accendere il nuovo ciocco.
Largamente diffusa in tutta l'Europa, questa usanza fu particolarmente
seguita in Inghilterra, in Francia, in Germania e tra gli Slavi meridionali; il
vecchio rito del ceppo è ancora vivo in molti paesi, dato che oggi si tende a
salvare ed a riproporre le antiche tradizioni popolari. In alcuni villaggi
tedeschi si usava togliere il ceppo dal fuoco appena un poco carbonizzato, e si
conservava per rimetterlo sul fuoco quando sopravveniva un temporale con molti
tuoni, perché si credeva che il fulmine non potesse colpire una casa in cui
bruciava il ceppo.
In Provenza il nuovo ceppo veniva messo sul fuoco alla
vigilia di Natale, e bruciato per poco tempo ogni giorno, per durare fino all’Epifania,
perché potesse proteggere la casa dagli incendi e dai fulmini per tutto l’anno.
Posto sotto il letto, si credeva che impedisse agli abitanti della casa
ammalarsi.
Nel Perigord si raccoglievano i carboni e le ceneri del ceppo per guarire le
ghiandole gonfie. La parte del ceppo che non veniva consumata dal
fuoco era usata dai
contadini per costruire il cuneo dei loro aratri, perché in questo modo le loro
messi sarebbero state più ricche. Le donne ne conservavo piccoli pezzi da dare
alle loro galline.
Anticamente vi era la tradizione di accendere il ceppo con un frammento del
suo predecessore, conservato, a questo scopo, per tutto l’anno. In Val di Chiana, in provincia di Arezzo, la sera della vigilia ogni famiglia
si riuniva mettendo nel camino il ciocco e recitava, nel
frattempo, una magica
filastrocca:
"Si rallegri il ceppo, domani è il giorno del pane:
ogni grazia di Dio
entri in questa casa.
Le donne facciano figlioli, le caprette, i capretti,
le
pecore, gli agnelli; abbondi il grano e la farina,
e si riempia la conca di vino".
Poi si bendavano i bambini, che dovevano avvicinarsi al camino e battere con
le molle sul ceppo, recitando una canzoncina detta “Ave Maria del Ceppo”,
che aveva la virtù di far piovere su di loro regalini e dolci.
Il Cavaliere Ruprecht
di Aurora
Nel folklore tedesco era un uomo vestito di bianco, con alti stivali, una
parrucca gialla ed una maschera; la vigilia di Natale girava a cavallo per il
paese, bussava alla porta e chiedeva ai genitori se i loro figli fossero stati
buoni. Se i bambini erano stati obbedienti e giudiziosi per tutto l'anno, il
cavaliere lasciava molti doni, ma se i genitori si lamentavano… ahinoi! Il
cavaliere lasciava non i soliti pezzi di carbone, ma una frusta da usarsi sulle
schiene dei discoli.
Morire e
nascere a Natale
di Aurora
Durante il Medioevo si credeva che folletti, streghe e spiriti maligni
vagassero per l'aria. Dato che a Natale Cristo scendeva in terra, tutti gli
esseri malefici perdevano i loro poteri. Quindi, chi moriva nella notte di
Natale andava dritto in Paradiso; chi nasceva a mezzanotte era un essere
speciale, che avrebbe avuto una vita diversa da tutti e più fortunata.
Gli animali parlanti
di Aurora
La notte dell’ Epifania è considerata, in tutte le campagne, una notte
magica. I contadini, infatti, affermano che in questa notte gli animali parlano.
Dice un proverbio: ”La notte della Befana nella stalla
parla l’asino, il bue e la cavalla”.
In Toscana si tramandano anche i dialoghi che si scambiano i buoi nella
stalla:
”Biancone!” “Nerone!”
“Ti ha dato ricca cena il tuo padrone?”
“No, non me l’ha data! “ “Tiragli una cornata! “ .
Per questo motivo si dice che la notte della vigilia i contadini governino
molto bene i loro animali, dando loro razioni abbondantissime di cibo, per evitare che nella notte essi parlino male di
loro.
La festa di Santa Lucia
in Italia
di Aurora
Il 13 dicembre è la festa di Santa Lucia.
Secondo la leggenda, Lucia venne martirizzata a Siracusa durante la
persecuzione di Diocleziano. La fanciulla era fidanzata ad un suo ricco e
potente concittadino. Durante un pellegrinaggio al sepolcro della martire Agata
di Catania, per invocare la guarigione della madre ammalata, la santa le apparve
predicendole il martirio.
Tornata a Siracusa, Lucia decise di rinunciare alle nozze e di donare tutti i
suoi averi ai poveri; per non cedere alle suppliche del fidanzato, si strappò
gli occhi. Venne denunciata dal mancato sposo, come cristiana, alle autorità
romane; trascinata in tribunale, il giudice la condannò a vivere in un
lupanare, dato che si rifiutava di rinnegare la sua fede e di sposare colui col
quale aveva scambiato solenne promessa. Ma quando i soldati cercarono di
portarla via, si accorsero, con stupore, che era inamovibile come una roccia;
non riuscirono a muoverla nemmeno una coppia di buoi, e neanche un getto di pece
bollente. Allora il giudice, esasperato, la condannò a morte.
La sua festa cade proprio il 13 dicembre, giorno della sua morte; ad essa
sono legate molte usanze. Una di queste è di non mangiare pane proprio quel
giorno, in memoria di una carestia avvenuta in Sicilia nel secolo diciottesimo,
risolta grazie all’intervento della santa, che convogliò in Sicilia una
flotta di navi cariche di frumento.
In Veneto, in Austria ed in Cecoslovacchia assunse la funzione di distribuire
doni ai bambini, lasciando per i monelli non il carbone, ma una bacchettina,
severo monito per i discoli.
Ancora oggi in provincia di Bergamo e Brescia si dice che S. Lucia passi nella notte,
fra il 12 e il 13 dicembre, per lasciare i doni ai bimbi. Un tempo, per darle il
benvenuto, le lasciavano dei dolcetti non più grandi di una moneta, che
venivano legati ai lacci delle scarpe, depositate sulla finestra della cucina
con del fieno per il suo asinello.
Aurora,
Paola Mastrorilli e Serena
Rondello