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I LUOGHI DEL MISTERO IN ITALIA

In viaggio nei luoghi più suggestivi, 
teatro di leggende e misteri.
Tra foreste e circoli di pietre antiche. 
Nelle sale dei castelli più tenebrosi.
Tra le sabbie del deserto.
Nei laboratori degli alchimisti e dei maghi.

 

In questo numero:

CITTA' DEL SILENZIO: LE CITTA' MORTE DEL LAZIO
di Roberto Volterri

 

     « Città del silenzio » è una delle immaginifiche definizioni che l’orbo veggente – il poeta Gabriele d’Annunzio – dette, in realtà, ad alcuni suggestive cittadine medievali che ai suoi tempi, evidentemente, silenziose lo erano veramente.

Oggi tale definizione si attaglia maggiormente a delle località, di solito non lontane da rumorosi centri abitati, in cui il silenzio regna sovrano poiché esse furono abbandonate dai loro abitanti secoli e secoli or sono. Così come si trovavano in quel preciso istante della loro storia: con i muri delle case ancora quasi intatti, con i coppi e le tegole dei tetti ancora, in buona parte, ben salde al loro posto, a volte addirittura con porte e finestre ancora  nelle loro sedi, esposte all’inclemenza del tempo. Non solo atmosferico…
Sono le « città morte » di cui abbondano molte regioni d’Italia.
Alcune giacciono abbandonate sotto un quasi inestricabile groviglio di rovi, di rami di alberi cresciuti nel corso dei decenni – dei secoli, in taluni casi – all’interno delle abitazioni, sotto gli archi d’accesso alle città, nelle ormai vuote orbite di finestre dalla quali, in un  tempo ben lontano, si affacciarono madri in attesa dei loro figli impegnati in guerre combattute a suon di rudimentali archibugi, se non, addirittura, con alabarde e durlindane!

E sì, poiché alcuni di questi affascinanti paesi furono abbandonati, in fretta e furia o durante una lenta agonia, anche in epoca medievale, in molti casi non più tardi del XVII secolo. Ma perché genti che si erano affaticate a tirar su muri, archi, campanili e tetti decisero di abbandonare tutto e fuggire altrove? Le ragioni sono molteplici e variano da luogo a luogo. In certe circostanze – ad esempio nel caso di Canale Monterano che, insieme a voi, esploreremo in un futuro articolo – fu l’insalubrità del luogo, unita ad alcune locali diatribe, a decretare l’estinguersi di sogni, di desideri, della voglia, insomma, di vivere, di procreare, di allargare i confini di un paese in cui intere generazioni si erano affaccendate nell’eterna lotta per la sopravvivenza.  

Nell'immagine a lato,
le esperienze in ambito parapsicologico del Dott. Roberto Volterri traggono origine, almeno mezzo secolo fa, dai fenomeni e dalle tecniche ( yoga, radiestesia, rabdomanzia, ipnosi, ecc.) ai quali era quasi quotidianamente abituato, poiché il padre, Oliviero, era solito praticarle.
Come qui sta facendo, in Kenya, con l'ipnosi nei confronti... dello stregone del villaggio! Questa immagine è stata usata per la copertina del libro Archeologia dell'invisibile, enigmatici messaggi dalle antiche pietre...

In altri casi la leopardiana ‘matrigna ’Natura’ si  manifestò in  sommovimenti del terreno sui cui gli uomini si erano da secoli affaccendati, minando così la stabilità delle abitazioni e costringendo intere famiglie ad edificare altrove case, stalle, chiese. E’ questo il caso – tanto per fare un altro esempio – di Civita di Bagnoregio, definita in tempi non lontani, da alcuni cartelli segnaletici, la « città che muore », proprio a causa dell’inarrestabile instabilità della piattaforma tufacea adagiata su un altrettanto poco rassicurante strato di friabili argille cineree, depositatesi durante i millenni e del tutto… incuranti del fatto che una moltitudine di esseri umani, del tutto ignari delle sottostanti, complesse dinamiche fisico-chimiche che fanno della Geologia una delle scienze più affascinanti, di lì a qualche millennio avrebbe deciso di edificarvi un’intera città.
Ma iniziamo un nostro – e vostro! – breve viaggio tra le “città del silenzio” partendo da Galeria Vecchia, a pochissimi chilometri da Roma, sulla via Braccianese.

 

Galeria Vecchia
Il luogo ha indubbiamente origini molto antiche come potrebbe dedursi sia dal suo nome etrusco – Careia, dai Romani latinizzato in Careiae – sia dalla lettura di alcuni incunaboli ove essa  viene definita ampla et magna, grande  e famosa. Escludendo – come vorrebbe qualcuno – che sia stata fondata da un non meglio identificato popolo dei Galerii, quel che sappiamo di certo che l’attuale città del silenzio ebbe il ruolo di modesto avamposto etrusco, situato ai confini meridionali del territorio controllato dai Tirsenoy, tra le più note ed importanti città di Cerveteri e di Veio. Nell’VIII papa Adriano I vi fondò una domus culta poi trasformata in curtis, a metà del IX secolo, da papa Gregorio IV. Ebbe successivamente fortune alterne fino al IX secolo, quando fu quasi del tutto distrutta dai Saraceni. I Conti di Galeria la ricostruirono e ne ampliarono apprezzabilmente i confini, fino alla cessione di tutta la città agli Orsini. Correva l’anno del Signore 1276… Poco più di due secoli più tardi agli Orsini subentrarono i Colonna, poi i Caetani, i Savelli e infine i Sanseverino. In epoca rinascimentale ebbe l’onore di ospitare brevemente l’imperatore Carlo V: fu una sorta di canto del cigno, poiché lenta ma inesorabile giunse l’agonia del luogo, fino al totale spopolamento avvenuto nel 1809.

Perché fu abbandonato un luogo ameno come Galeria, situato a pochissimi chilometri da Roma, ben rifornito di acqua attinta nel sottostante torrente Arrone, emissario del vicino lago di Bracciano?
La causa più probabile fu un’improvvisa epidemia di malaria, diffusasi a causa del proliferare in alcune piccole aree paludose causate da acque stagnanti provenienti dal locale torrente Arrone, della temibile zanzara anofele. Quel che è certo è che la fuga dalla città fu precipitosa, caratterizzata anche da inspiegabili abbandoni di attrezzi da lavoro, di suppellettili, di oggetti d’uso quotidiano che sarebbero stai utili nel ricostruire – come in effetti avvenne – un altro nucleo abitativo  a poca distanza, l’attuale Santa Maria di Galeria Nuova.

 

Entriamo nella città…
In un apposito box posto al termine di questo articolo, viene indicato come arrivare facilmente alla « città morta » di Galeria. Ora, però, entriamo tra i ruderi, le case, gli alberi di questa suggestiva «città del silenzio»…
Percorso il ripido sentiero ricoperto di basoli e incorniciato da rigogliose felci, si arriva subito nei pressi dell’ormai semidistrutta chiesa di San Nicola e del suo campanile eretto nel XVIII secolo. All’interno del borgo sorgevano anche le chiese di Sant’Andrea, di
Santa Maria della Valle e di San Sebastiano, demolita nel 1600. Oggi ne rimane solo il ricordo. O almeno così pare…

Nell'immagine a lato,
della chiesa di San Nicola, a Galeria Vecchia, rimane solo il campanile e qualche muro diroccato. La rigogliosissima vegetazione del luogo si è ormai impadronita di ogni cosa. Ma qua e là qualcosa ci potrebbe ancora essere

È quindi consigliabile vagare qua e là tra ciò che rimane delle mura delle antiche case, tra gli archi ancora rimasti in piedi, anche se a volte quasi inglobati da alcuni rigogliosi alberi cresciuti indisturbati per secoli. La inarrestabile damnatio memoriae perpetrata da tombaroli e affini nel corso degli anni ha lasciato impalpabili tracce sui muri dell’antica città: infatti non è infrequente trovare l’ombra – definiamola così – di qualche antico stemma o degli orologi che scandivano, dall’alto delle torri, il lento fluire del tempo. Non è, inoltre, affatto difficile incontrare ruderi in cui qualcuno ha cercato ‘qualcosa’, ‘qualcosa’ ha trovato oppure ha continuato a scavare altrove…  

Nell'immagine a lato,
ecco ciò che resta, a Galeria, degli orologi posti sul campanile della chiesa di San Nicola!


Girovagando tra le case diroccate di questi strani luoghi, effettuando contemporaneamente qualche semplice esperimento di Radiestesia,

Tra le varie « città morte », Galeria è infatti quella che, a parere di chi scrive, meglio si presta alla sperimentazione nel campo della cosiddetta « archeologia psichica », le cui tecniche sono descritte nel mio recentissimo libro Archeologia dell’Invisibile (SugarCo 2007) e di cui ora darò i classici “ brevi cenni sull’Universo”.
Ma cos’è, dunque, l’Archeologia psichica?  

Nell'immagine a lato, veduta di Galeria: ciò che rimane delle possenti mura della "città del silenzio" situata a pochi chilometri da Roma, nelle adiacenze della via Braccianese

 

I misteri dell’Archeologia psichica
Nel vasto (ma non troppo) panorama dei ricercatori nel discusso campo della cosiddetta “Archeologia psichica ”, in questo articolo ho voluto dare la precedenza ad un amico,  un appassionato cultore della materia, che conosco personalmente. 
Non me ne vogliano – dal lontanissimo Altrove in cu si trovano ormai da lungo tempo – tutti gli altri personaggi che di questo appassionante ma discusso settore di ricerca hanno fatto la storia, da Edgar Cayce a Stephan Ossowiecki, da Mario Signorelli al russo Alexander Pluzhnikov, poiché ad essi sono dedicate altre parti del libro prima citato.

Umberto di Grazia: enigmatiche visioni nel viterbese e… molto oltre
Capranica, in un anno imprecisato ( ma poco importa!) del secolo appena trascorso. In questo grazioso paese della provincia di Viterbo, ma a pochi chilometri da Roma, nasce l’amico Umberto Di Grazia. Accortosi fin dalla prima giovinezza di possedere il raro dono di percepire la realtà anche al di là del velo che abitualmente ci isola da universi di sensazioni, di immagini, di visioni, Umberto si dedica subito alla cosidetta ricerca psichica, in particolare di quegli aspetti dell’ESP (Extra Sensory Perception) dei quali è egli stesso protagonista.

Nell'immagine a lato,
il sensitivo Umberto di Grazia. Mediante le tecniche legate alla cosiddetta Archeologia psichica ha potuto mettere in luce la presenza di molti siti archeologici sfuggiti alle normali indagini

A metà degli anni Settanta entra in contatto con i ricercatori del Gruppo Möbius con cui compie molte ricerche in ambito archeologico delle quali accenneremo più avanti e nello stesso periodo viene studiato dal celebre dottor Elmar Gruber, dell’Università di Friburgo. Le facoltà di percezione extrasensoriale di Umberto Di Grazia si sono ad esempio manifestate nell’ambito della Precognizione, ovvero della rara capacità di prevedere un evento prima ancora che esso si sia verificato o addirittura prima che siano manifeste le eventuali cause che ne determineranno il suo effettivo verificarsi. Ne ho trattato ad abundantiam – anche dal punto di vista prettamente sperimentale – in un apposito libro significatamente intitolato Dimensione tempo (SugarCo 2004).

Tanto per fare qualche esempio, l’amico Umberto, in soli quattro anni, ha effettuato ben diciotto precognizioni che hanno trovato puntuale riscontro con la realtà: dal disastro aereo di Tenerife (27 marzo 1977) all’attentato al presidente USA Ronald Reagan (30 marzo 1981), da alcuni terremoti delle Filippine a quello del Friuli (6 maggio 1976) i fatti visti dalla mente del sensitivo hanno (purtroppo, sono costretto a dire!) trovato triste riscontro nella realtà. Applicatosi anche al discusso settore della cosiddetta pranoterapia, Umberto trova però eccezionali affinità elettive con il misterioso mondo dell’Archeologia psichica, argomento che appassiona moltissimo anche chi scrive – per ragioni professionali… e non – e che costituisce de facto il filo conduttore di tutto il libro Archeologia dell’Invisibile e, in parte, di queste brevi note.

Cos’è l’Archeologia psichica? Con tali termini si intende una particolare esperienza di percezione extrasensoriale, quasi sempre spontanea ma, a parere di chi scrive anche innescabile tramite apposite tecniche comprese quelle studiate e descritte dal professor Giuseppe Calligaris – tecniche ampiamente descritte nei primi  Capitoli del citato volume – ma che meritano una ben più ampia trattazione per la quale rimanderei alla vasta bibliografia riportata alla fine del volume stesso. L’esperienza ESP consente infatti al sensitivo di ottenere delle informazioni non altrimenti percepibili tramite indagini di carattere logico-razionale. Le informazioni su siti Invisibili e quindi non ancora scoperti o su particolari reperti della cui origine e storia poco si sa possono giungere ai sensitivi sia per via onirica sia tramite un oggetto che funga da testimonio – nell’accezione che a tale termine dà la Radiestesia –  per mezzo di sensazioni, stati d’animo « visualizzazioni » percepite direttamente sui luoghi su cui si sta indagando.  

Nell'immagine a lato,
alcuni inconsueti tipi di bacchette rabdomantiche del XVII secolo, che mettono in evidenza il concetto di equilibrio instabile di tali dispositivi. A parere dell'Autore, infatti, sia il pendolo radiestesico sia la bacchetta rabdomantica sono soltanto dispositivi in cui l'instabile equilibrio degli elementi consente di evidenziare ciò che il 'sensitivo' percepisce attraverso quelli che furono definiti canali occulti della mente


Ovviamente – almeno in questo nostro Bel Paese di « navigatori, poeti, santi e scienziati » – l’archeologia ufficiale, accademica, arriccia il naso solo a sentir parlare di queste ricerche. Salvo qualche ‘omeopatica’, lodevole eccezione…
Nel 1977, in USA, il dottor Stephan Schwartz – membro della Royal Geographical Society e autorevole ricercatore in istituzioni scientifiche governative quali, ad esempio, il celeberrimo Massachusetts Institute of Technology ( MIT ) – insieme al dottor Brando Crespi, antropologo, ambientalista, coordinatore dell’istituzione Pro Natura International  e dell’Institut für Grenzgebiete der Psychologie und Psychohygiene di Friburgo – fondano a Los Angeles il  The Möbius Group, organizzazione di ricerche scientifiche animata da studiosi di diverse discipline. Dieci anni più tardi il dottor Schwartz, insieme a Randall J. De Mattei, un altro dei fondatori del Gruppo Möbius, conducono delle stranissime ricerche archeologiche nel Golfo delle Bahamas, su un’area di oltre 1500 chilometri quadrati, rinvenendo il relitto di un brigantino americano affondato nel 1834. Ovviamente, fin qui, nulla di strano poiché capita spesso di trovare qua e là, sul fondo del mare, qualche relitto d’altri tempi.

Nell'immagine a lato,
un esperimento di Rabdomanzia sopra l'apertura dell'Ipogeo del Rospo Idolatrato, a San Felice Circeo (si veda anche il Capitolo 7 del precedente libro dell'Autore, Archeologia dell'Introvabile, SugarCo 2006). Tecniche come questa, come la Radiestesia e alcuni metodi suggeriti dal professor Giuseppe Calligaris, potrebbero essere di aiuto nel rintracciare strutture antropiche sepolte da secoli e delle quali si è persa ogni traccia

E invece no! Poiché l’esistenza e la posizione del relitto non viene determinata con gli usuali mezzi di ricerca, sonar in primis, ma grazie alla partecipazione di un eterogeneo gruppo di sensitivi che fornisce indicazioni ben diverse da quelle ottenute con le tradizionali strumentazioni elettroniche. Valutando l’estensione dell’area in cui viene effettuata la ricerca, la probabilità di indicare a caso la posizione del relitto e di rinvenirlo effettivamente appare estremamente bassa, prossima a 1/100.000. Praticamente nulla… Invece, grazie a questo eterogeneo, stranissimo gruppo di ricerca costituito da  dodici sensitivi, alcuni parapsicologi, archeologi (di mente aperta!), geofisici e storici lì convenuti dagli USA, dalla Spagna, dalla Gran Bretagna, dalle Bahamas e ovviamente dall’Italia, si è raggiunto in tempi brevi un risultato ai limiti dell’incredibile. Il tutto in 443 ore di immersione articolate nell’arco di tempo di un mese. Ciò che rende ancor più strano il già di per se stranissimo esperimento è che mentre otto dei dodici sensitivi parteciparono alle ricognizioni sul luogo, quattro di essi – e tra loro anche il nostro amico Umberto Di Grazia – restarono a casa loro, concentrando le loro energie psiche… su carte nautiche, a tavolino, e inviando le loro indicazioni per posta!

 

Archeologia dell’Invisibile… a tavolino
Ebbene sì, anche se a distanza – la qual cosa rende estremamente problematico il trovare una vera, definitiva spiegazione a tali fenomeni… – il team dei quattro sensitivi aveva a disposizione una carta nautica in scala 1: 300.000 da cui erano stati cancellati i nomi significativi delle varie località costiere e vari altri dati geografici. Era stato invece aggiunto il disegno di una bussola! Come appoggio psicologico? Chissà?
Entrambi i gruppi di sensitivi – quelli in mezzo all’oceano e quelli… a tavolino – attraverso un ben definito protocollo, rispondono a quesiti posti loro dagli scienziati e realizzano disegni di oggetti che in base alla cosiddetta remote viewing (visione a distanza) sarebbero stati rinvenuti in specifiche aree della carta nautica. Ogni indicazione viene poi riportata sulla mappa del luogo, sovrapponendo indicazione a indicazione. Vengono poi selezionate tre aree in cui sono numericamente maggiori le indicazioni della presenza di qualcosa di rilevante interesse. Tutto il procedimento viene successivamente ripetuto su una carte in scala 1: 100.000 in modo da affinare la ricerca e localizzare con maggior precisione l’ubicazione degli oggetti « percepiti » ma non visti. 

Nell'immagine sopra,
s
pesso anche i fondali marini offrono spunti e possibilità di sperimentare la cosiddetta archeologia psichica. Nella foto, il dottor Volterri con il grande dolium del I secolo d.C da lui scoperto nei fondali di Porto Ottiolu (Olbia) nell'agosto del 1996 e qui visibile solo in minima parte. In realtà, almeno in tal caso, la scoperta di qualcosa di assolutamente invisibile prima dello scavo che qui si vede fu dovuta soprattutto ad esperienza specifica in tali ricerche, a qualche violenta mareggiata e ad un po' di fortuna

Il 29 settembre 1987, nel luogo esatto in cui convergevano tutti i ‘suggerimenti’ forniti dai sensitivi, viene fatta l’immersione e gli archeologi subacquei rimangono dapprima delusi: lì sotto sembra non esserci nulla! Ma all’improvviso uno dei sub nota una formazione corallina stranamente regolare, simmetrica: ne stacca un frammento e si accorge che il corallo copre totalmente il relitto di un brigantino, quello cercato! Se volessimo riassumere in termini numerici i risultati delle fortunatissima ricerca archeologica dell’Invisibile, potremmo dire che ben l’84% delle risposte sono apparse corrette, il 12% appariva parzialmente corrispondente alla realtà e solo il 4% era del tutto errato. Un bel risultato, indubbiamente! Ma torniamo al nostro Umberto Di Grazia.

Per tre anni la professoressa Maria Immacolata Macioti, docente di Sociologia presso l’Università La Sapienza, di Roma, lo ha sottoposto a vari test e ne ha pubblicati i risultati nel libro Fede, Mistero, magia: lettere a un sensitivo. Tra i valentissimi studiosi che si avvalgono spesso delle facoltà dell’amico Umberto non  posso non ricordare anche il celebre criminologo professor Francesco Bruno, del Dipartimento di Scienze Psichiatriche e Medicina Psicologica del medesimo Ateneo. Tra i ritrovamenti di maggior rilievo dovuti alle facoltà psichiche di Di Grazia potremmo annoverare, ad esempio, la protostorica città sommersa di Ustica, il Tempio dell’Amore di Roccasinibalda (Rieti) facente parte di un insediamento urbano datato al IV secolo a.C., il Tempio delle Ypsilon di Torre Spadina (Capranica, Viterbo). Il « caso Capranica » costituisce, per il buon Umberto Di Grazia, una vera e propria spina nel fianco. Vediamo il perché, spiegato dallo stesso sensitivo.

Dopo circa otto anni di interventi per far conoscere e far tutelare le mie scoperte nel territorio di Capranica (Viterbo) e vista la quasi totale indifferenza delle autorità competenti sono costretto a denunciare i fatti all’opinione pubblica nazionale e internazionale…

Ma di cosa si lamenta Umberto? Lamenta la totale indifferenza – ormai in atto da qualche lustro – verso alcune sue interessanti scoperte archeologiche basate sulla percezione dell’Invisibile.

Ho iniziato presentando il mio caso al First World Congress of the New Age tenutosi a Firenze dal 17 al 26 febbraio 1978…. Ho la testimonianza di circa una ventina di archeologi, tra i quali Van Hase e Tram Tham Tin dell’Università del Quèbec e, se vogliamo, dello stesso  Mario Moretti (all’epoca delle scoperte Soprintendente per l’Etruria Meridionale. N.d.A.) … che hanno definito la zona di interesse particolare…

Ma qual è la zona di cui parla, con tanta amarezza l’amico Umberto? L’area in cui prima delle indagini del sensitivo viterbese nulla era visibile è quella denominata Trò Spadì (ovvero Torre Spadina), dove sono visibili il Tempio, la fossa votiva, un cunicolo e delle nicchie. Ma la Sovrintendenza – c’era da aspettarselo! – definì fantasie tutte queste scoperte di Umberto Di Grazia (potete leggere qui l'intervista al sensitivo).
Rimanderei alla lettura di “Archeologia dell’Invisibile ” l’elenco di varie altre scoperte archeologiche dovute a mezzi ‘eretici’,  ‘di frontiera’ e tornerei ora nella ‘città del silenzio’ che prima avevamo abbandonata per questa utile digressione: Galeria.

 

Ritorniamo a Galeria…
Abbandonata, Galeria, lo è sicuramente – e non  solo in passato, visto lo stato di degrado in cui anche attualmente versa – e non è affatto detto che non esistano altre strutture, altre presenze antropiche ormai sepolte dal tempo, dalla Natura, dall’oblio degli uomini. Strutture o parti di esse che potrebbero tornare alla luce se solo gli Enti preposti alla tutela del nostro patrimonio culturale – e le « città del silenzio»  lo sono di diritto! – investissero fondi per il recupero di queste mute testimonianze di un tempo che fu, come ad onor del vero è accaduto per Canale Monterano che ‘visiteremo’ in un’altra occasione.

Nell'immagine a lato,
Canale Monterano. Anche in questa città del silenzio è possibile rinvenire strane 'tracce', come ad esempio questo volto scolpito, secoli fa, nella roccia.. Da chi e perché?

Come ho accennato, Galeria è molto antica, frutto delle velleità espansionistiche degli Etruschi in un  primo momento e del successivo intervento dei Romani che tali velleità misero per sempre a tacere con la conquista di Veio nel 396 a.C. Tutto ciò, il susseguirsi di popolazioni di diversa origine e cultura si può ancora notare osservando con maggiore attenzione alcuni tratti dell’architettura locale. O, meglio, di quel poco che rimane, poiché la cittadina fu vittima del sistematico spoglio subito nel corso dei secoli ad opera… di chiunque.

Così è quasi del tutto scomparso un castello che sorgeva all’interno delle mura fortificate, così sono praticamente scomparse – anche a causa di incendi e di un fulmine poco rispettoso delle bellezze artistiche locali – le chiese che abbiamo prima ricordate, così sono state sepolte nel corso dei secoli anche testimonianze molto antiche, evidenziate oggi solo dalla presenza di qualche cunicoli, di qualche grotta, di qualche ipogeo in cui venivano conservate le cose più preziose di quelle popolazioni, dai beni di prima necessità – una sorta di cantina, dunque – a oggetti preziosi da tenere lontani da occhi e mani indiscrete.

Nell'immagine a lato,
a
ll'interno di ciò che rimane delle antiche abitazioni di Galeria è possibile osservare nicchie in cui venivano conservati, forse, oggetti di uso comune o costituivano una sorta di personali edicole religiose in cui si tributava omaggio a qualche santo. Con il dovuto rispetto per il luogo e per le leggi vigenti non è però proibito effettuare esperimenti di Psicometria mediante pendolo radiestesico, bacchetta rabdomantica o tramite una avventurosa ricerca mediante i metodi suggeriti dal Calligaris con le cosiddette Œlinee iperestesiche. Forse qualcosa da scoprire ancora c'è

La tanto vituperata «Archeologia psichica», i tanto discussi esperimenti di Psicometria d’ambiente, per non parlare poi delle ancor più irrazionali esperienze dello strano architetto Bond nella ‘misteriosa’ Glastonbury, potrebbero fornire qualche utile indizio per redigere una sorta di nuova mappa del sito? Ovviamente…. ‘non autorizzata’!

Nell'immagine a lato,
una delle tante case diroccate di Geleria, coperte dalla rigogliosa vegetazione. Non è infrequente trovare 'tracce' di scavi alla ricerca di qualcosa lasciato ( o nascosto...) dagli abitanti della cittadina abbandonata definitivamente due secoli or sono...


Girovagando tra le case diroccate di questi strani luoghi, effettuando contemporaneamente qualche semplice esperimento di Radiestesia, magari essendosi in precedenza informati più dettagliatamente sulla storia del paese, sulle reali cause dell’abbandono, sulle ragioni di natura bellica che avrebbero potuto concorrere a nascondere frettolosamente « qualcosa »in qualche recondito anfratto,  non può escludersi a priori che qualche interessante scoperta possa essere fatta... (file aggiornato nell'Agosto 2007)

                                                               Roberto Volterri


Apparato iconografico a cura dell'Autore. Copyright, tutti i diritti riservati.
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Come arrivare a Galeria Vecchia.
Dalla via Cassia, per chi proviene da Roma, prendete la SP 493  Braccianese-Clodia e percorretela fino al chilometro 8,900, dove incontrerete la frazione di Osteria Nuova. All’angolo, dove troverete un distributore di benzina, girate a sinistra per via S. Maria di Galeria, dopo 800 metri superate via Francesco Perrella, dopo altri 300 metri superate via Monti del Nibbio e… rimandate ad altra occasione – ma ne vale la pena! – la visita al piccolo, incantevole borgo che dà il nome alla via principale che state percorrendo. 
Proseguite per circa 300 metri: qui, sulla destra, troverete una strada sterrata contrassegnata da due grandi alberi di pino. Percorretela per circa 200 metri fino ad un piccolo spiazzo ( sul lato sinistro c’è un cancello in ferro che delimita una proprietà privata) dove potrete parcheggiare l’auto. Ora avete davanti a voi due sentieri che, dopo qualche decina di metri, portano entrambi ad un'altra piccola radura: qui avviatevi verso uno stretto, seminascosto viottolo che si dirige verso l’altura. E’ la strada d’accesso a Galeria, il cui arco d’ingresso troverete dopo un centinaio di metri circa.