SPECCHIO MAGICO
Sito per Scrittori Esordienti di Esoterismo, Mistero e Spiritualità
Nuovi Autori: Grazia Benvegna
Cocci
di GRAZIA BENVEGNA
Edizioni Ulivo, collana "Il sorriso del Gatto", Balerna (Canton
Ticino), 2004
Per conoscere meglio l'Autrice, leggete la sua intervista
I Cocci
che ci presenta Grazia Benvegna in questa recente raccolta di poesie non
sembrano quelli “aguzzi di bottiglia”, insormontabili e metafisici di
montaliana memoria, ma piuttosto tessere di un mosaico della quotidianità
che il “collante” dell’esistenza è sempre pronto a ricomporre e
rimettere in forma.
Semmai appaiono come fantasmi (“Fantasma” è anche il titolo di
una poesia): ritorno di desideri, di immagini, che vengono cercandosi
dentro di noi, a volte per tutta una vita e che spesso si arrestano solo
attraverso una parola. La parola che, significante maggiore, porta, dal
fantasma, alla sua esplorazione e a quella di frammenti di sapere e di
vita.
Fantasmi di vita; qualcosa come delle “scintille di solitudine”
interrotte in modo regolare dal paradosso, dalla contraddizione,
dall’aporia.
La vita. Ignorarla come arte? Fare come se non ci fosse, eluderla, aggirarla, oppure mimarla, costruirne l’analitica codificazione dei modi e dei gesti, oppure ancora esorcizzarla, stravolgerla, trascenderla, purificarla, riscattarla. Ma per intendere certa poesia che oggi si scrive, e dunque anche quella del presente volume, i postulati sono poco più di un modo di dire, un ragionare per categorie che sfiorano consapevolmente l’ironia tragica del tempo. Se la letteratura è questo piacevole altrove, questo pensiero che si fa scacciapensiero, se è, come diceva anche Eliot, “un divertimento di qualità superiore”, essa dovrà costruirsi attorno ad una lucida estraneazione dalla storia e dalla geografia, non diciamo dalla realtà, e perdersi nello stupore di un diversivo totale.
L’errore di tanta
poesia cosiddetta “moderna” è stato quello di credere che il modulo
espressivo, l’accorgimento formale, il contenitore di modelli
costituisse da solo e in quanto tale la struttura e il senso dell’opera.
Ma chi legge poesia non va in cerca solo di una intenzionalità altrui,
non vuole essere obbligato da un atto di volontà espressionistica, non
accetta di infilare un percorso, sia pure astrattamente aleatorio.
Concediamo anche che sia lecito indurre il lettore a prolungare
all’infinito le possibili direzioni di lettura. Al suo cuore, al suo
fondo, al suo mezzo, al suo margine, da qualche parte che non mette conto
specificare, il senso della poesia e la sua possibilità deve risultare
chiaro e sfolgorante come un enigma.
Così Grazia
Benvegna fonda e costruisce l’intera sezione del suo libro su una
semiotica lineare, su un “idiorritmo” come direbbe Roland
Barthes, su dati di una improbabile biografia, ma come se la nominazione
di figure e fatti fosse da sola sufficiente a dar loro quella vita che ci
fa ignorare la vita: “Io sono inscindibile dall’io…
Nell’occasione della rinuncia non togliendo nulla all’avere aggiungo
all’essere”.
Ci pare che queste poesie compongano una serie di “istantanee”, anzi
il negativo dell’istantanea, per di più in bianco e nero;
l’espulsione dei colori dal lessico e dal segno è un elemento tangibile
e non occasionale: “Sul foglio bianco una lettera. Nero sul bianco
congiuntura opportuna che bianco dal nero congiunge perfettamente! Di
bianco intorno e dentro”. Un negativo che mentre dischiude la porta agli
elementi di vita e di biografia, pagina dopo pagina, rivela la profondità
del campo dove si è sedimentata, anteriormente, la poesia di Grazia
Benvegna.
Nell’insieme non manca, ci sembra, un forte gusto, forse di ascendenza duchampiana ma più probabilmente derivato dalle diverse forme artistiche e di animazione con cui si destreggia e diletta l’autrice (che è anche cartomante), per la manipolazione alchemica. Le poesie si potranno sovrapporre in controluce o dislocare strategicamente su un solo piano, ma non perderanno mai il caratteristico sortilegio dei simboli ad alta concentrazione di significato. Ora sembra che Duchamp giocasse a scacchi per ignorare la vita e che essa ogni tanto si ricordasse di lui. Sembra invece che Grazia Benvegna non abbia dimenticato la valenza e persino la violenza dei simboli che usa, il loro fuoco spento sotto la cenere. Di fronte all’antica violenza della parola che preme sul punto più esposto dell’anima, la memoria, o meglio l’esperienza, diventa un filtro di dolorosa ironia: “Non ho molto da dire tuttavia aggiungo… al già nominato. La chiamano esperienza aggiungo povera”.
E poi è come se
tutto il senso dell’operazione si concludesse in una dissolvenza
incrociata. Da un lato, se vale il parallelo tra la prima e l’ultima
poesia che compone l’immagine finale di questa “collezione di cocci”
e il loro rovesciamento simmetrico, avremo una perfetta analogia
procedurale tra caverna platonica (a nostro avviso c’è un elemento
platonico che caratterizza queste poesie) e camera oscura: il negativo
rimanda sempre al suo positivo; dall’altro, in questo libro noi leggiamo
a ritroso il cammino di un’anima che si rende visibile là dove
lentamente comincia a sparire: “Per le compagini levate da sé una
mattina sottratta dalla vita sul posto dell’anima”.
L’anima cresce su se stessa, nella poesia di Grazia Benvegna,
incorporandosi nella sua materialità, nel luogo di questa scrittura in
“apnea” sul limitare del mondo (Domenico Lucchini)..
Per leggere qualche poesia e la scheda biografica di Grazia Benvegna, cliccate qui.
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