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L'ASINO DI ALI'
di Gaetano Barbella

Nell'arco della storia dell'uomo le svolte radicali sono sempre coincise col profilarsi di uomini straordinari, dirò, per coerenza, “quasi uomini”. È una mia definizione peculiare per indicare una certa razza di esseri molto soffusi di spiritualità, ma, anche, in qualche modo specifico, pregni di un'“impropria” umanità. È questa una mia certa intravisione, in relazione al presente tema su «L'asino di Alì» (1), attraverso la superstizione popolare, “giocando”, tra l'altro, sul possibilismo letterale. Ma è un mio modo “lucido” che intende distanziarsi dalla pratica ermetica che si avvale del linguaggio, cosiddetto, «argotique» (2). 



 

Non è quindi un linguaggio disposto per non essere capito prudentemente dagli estranei ad occulti intenti di ricerca spirituale interiore. Tuttavia è, comunque, un procedere, per certi versi, simile all'ermetismo che mira ad un sorpasso generativo. Perciò se i cosiddetti «Argonauti», una delle tante definizioni attribuite ai ricercatori in questione, si definivano «Figli» o «Bambini del sole», perché la loro arte era «l'arte della Luce e dello Spirito», col mio argomentato “sorpasso”, la stessa definizione, da stimarsi per questo filiale, è resa cosciente, per quanto sia “incertamente” concepibile sul piano della vita dei sensi esteriori.

Ho parlato di un “gioco” perché è particolarmente congeniale “all'infante” in ogni uomo, essendo peculiarmente refrattario alla visione dell'orrido ed osceno, al limite della morte stessa, grazie al suo candore nei casi in cui non è stata violata la sua innocenza. Si tratta di qualcosa di somigliante all'apocalittica «mente che abbia saggezza» (Ap 17, 9). Ma il tema che si dovrà sfiorare è il sacrificio personale per intenti superiori, perciò la dura prova da affrontare è la “morte” relativa ma senza dover impazzire o, comunque, soffrire tanto. Per “morte” non intendo assolutamente quella corporale, o, comunque, una impossibile privazione, ma una concezione che per necessità deve poter dar luogo ad una vitale inevitabile “mutazione” senza conseguenze letali. Tuttavia, per necessità transiterò per la strada “antica” della morte corporale. Si capirà che le argomentazioni a riguardo non debbono, minimamente, sfiorare la semplice e piccola coscienza dei “piccoli”, dei bambini, per i quali viene raccomandato di non “scandalizzarli”, perché sono loro gli artefici, alla fin fine, della serenità al cospetto della morte. 

A ragione di ciò è comprensibile la cautela antica del parlare d'«Argot»: da qui, per l'argomentato “sorpasso”, per “addottorare” senza danni il «Bambino del sole», potendo e dovendo procedere alla luce del giorno, per una intravisibile ricercata “lucidità” mentale. Se questo è il futuro che si prospetta, si capirà in pieno che il “bambino” e il “somarello” corporeo, sono due facce della stessa medaglia. Riandando al passato di Gesù Cristo in Galilea, il «puledro», che aveva chiesto di cavalcare il Signore alla festa delle Palme a Gerusalemme, doveva essere eccezionale, per permettergli, poi, di salire sul Golgota per farsi crocifiggere. Era altissima la sofferenza cui andava incontro Gesù Cristo, ma poteva contare su un valido sostegno nella cavalcatura argomentata. Di questo ne era talmente conscio da riconoscere, però, qualcosa di superiore a lui, da venire nel futuro, in una situazione pari alla sua, se non di più. In Luca 23, 31 viene riportata questa frase del Cristo mentre era sul Golgota: «Se fanno questo al legno verde, che sarà dei quello secco?»

Era lui il legno verde, attraverso il suo corpo biofisico mansueto “bagnato” in modo eccelso dal rito del Giordano, nel quale Iddio Padre si compiacque (Lc 3, 27), rimarcato, appunto dal segno del «puledro» della festa delle Palme, da collegarsi ai discepoli del Cristo, «sgabello» dei suoi piedi. Ma all'esaurirsi della sua vena di sangue e corpo eucaristico offerto in dono durante il cenacolo prima di andare a morte, il segno dell'alleanza (la mitica coppa del Graal che non ha mai avuto una vera dimora sulla Terra, così come fu per Gesù che non aveva guanciale per porvi la testa in vita), cosa accadrà? È questa l'atroce cruccio di Gesù Cristo in quel tragico giorno. C'è dell'altro che trapela, nella circostanza della festa delle Palme suddetta, che prelude ad un provvidenziale capovolgimento di fronte tale da illuminare tutto a giorno e sbaragliare gli arroganti delle tenebre. 

Ma questa cosa già è sembrato trapelare nella circostanza della tentata lapidazione dell'adultera, quando «scrive» “distrattamente” «col dito per terra» per ben due volte, nel rispondere agli astanti, quasi che fosse la terra stessa una sorte di “diario” cui tener conto. Gesù Cristo mentre procedeva durante la festa della Palme in questione, fu rimproverato da alcuni farisei che ritenevano blasfemo, il fatto che egli era acclamato e benedetto perché ritenuto un Re mandato dal Signore. Da qui la secca frase del Cristo di rimando: «Vi dico che se essi taceranno, grideranno le pietre». Era un modo di dire o una predizione legata al “potere” specifico della “pietra”, un chiaro, adombrato parallelismo con significato, altrettanto adombrato dei “somarelli”? Il parlare del Cristo, dopo la sua crocifissione, sembra riferirsi chiaramente al primo dei suoi apostoli, Pietro detto, appunto, Cefa (che vuol dire pietra), ma Gesù Cristo in seguito alla guarigione del cieco nato, specificò una cosa importante che riguardava il suo mandato sulla Terra. Disse fra l'altro: «Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato, finché è giorno; viene poi la notte, quando nessuno può operare. Finché sono al mondo, sono la luce del mondo». 

Oggi si affaccia lo sgomento per il preannunciarsi di un certo «Silenzio di Dio» argomentato dal compianto Papa Giovanni Paolo VI, e persino del «Disgusto di Dio» (Udienza generale dicembre 2002 del Papa), quasi ad ammettere l'esaurirsi della luce cristica dell'accennato Santo Graal terreno ed il preannunciarsi dell'ora della «notte». Dunque è l'ora del potere di un'altro genere di «pietra» dalle prerogative di apparire come «legno secco»? In merito al «legno secco», in relazione all'argomentato “oro”, più che alchemico per intenderci, perciò legato alla “pietra” vera e propria, perciò di ordine, se non altro, relativo al comune pensare e ragionare, per capirci qualcosa, mi piace ripescare una breve storiella dal titolo “L'asino di Alì”. Si tratta di una favola che esalta un certo “asino” da essere visto ad un certo momento tutto d'oro. Ma non è la storia artisticamente cesellata, e di raffinato gusto letterario, ad opera di Apuleio nato nel 125 d.C., che viene studiata nelle scuole superiori.

Dunque ecco il testo del racconto, in relazione al possibile segreto riposto dalla superstizione popolare, visto che si tratta di cose peculiarmente legate alla terra, alla “pietra”, perché “parli”, appunto. In relazione, poi, al suddetto supposto “diario” di Gesù Cristo della tentata lapidazione dell'adultera, si potrebbe accostare il parlare in favole del genere in questione un possibile suo trapelarsi che non poteva essere trasmesso ai posteri dagli evangelisti. Più adombrato ed occulto di così non poteva fare Gesù Cristo, forse non volendo né sapendo (si tratta di un mistero che Gesù stesso pone nelle mani del Padre suo, l'unico che si può definire «buono», per tramandarci un grande segreto, occorre convenire! Un «Argotiere» esemplare!

L'Asino di Alì
«C'era una volta un asino sfortunato che aveva un padrone di nome Alì, molto cattivo, che lo picchiava
spesso. Un giorno, Alì doveva recarsi al mercato a vendere le spugne. Caricò l'asino e si avviò. Come al solito, cominciò a dare frustate e bastonate. E siccome l'asino camminava troppo lentamente, lo punì facendolo cadere con il carico dai spugne nell'acqua del fiume: come si sa, le spugne imbevute d'acqua diventano troppo pesanti. Il Mago dei Fiumi però ebbe pietà del povero asino e trasformò tutte le spugne in oro. Alcuni ladroni, che erano appostati vicino alla riva del fiume, videro l'asino mentre usciva dall'acqua con il carico d'oro e subito pensarono di impadronirsene. Infatti, picchiarono Alì a bastonate e portarono via l'asino».

Commento della favola
E un racconto per bambini, ma gli adulti che vi fanno capolino con rispetto, e nel caso nostro in senso cristiano, vi possono trovare tutti gli ingredienti da poter accostare alla tematica del “somarello” di Gesù che questi chiese di montare nell'occasione della festa delle Palme per, poi, disporsi al sacrificio del Golgota. Molte volte è la “legnosità” del somaro a ingenerare conflitti infelici irreversibili, paragonando il “somaro” alla mente da dover dominare. Così come nel caso di Alì intransigente e cieco, che senza rispetto alcuno, maltratta a bastonate l’incosciente somaro. Per “arare” la mente, da buoni “operai”, la favola in esame è una eccellente occasione che merita una doviziosa riflessione specie per quelle persone che Gesù cercava inutilmente. Quel giovane ricco (Mt 19,16-26) ne era uno, ma la sua ricerca non fu infruttuosa, perché fu ripagato ottenendo di avere fra i primi cinque apostoli, Giovanni, un commerciante alquanto ricco grazie all’impresa della pesca (Gv 19,25).

Ciò che conta della storiella dell’«asino d’oro», è che per ogni tipo di uomo, mezzo Ali e mezzo ladrone, si dispone di un corrispondente adeguato "oro". Quasi sempre la cosa si presenta come miraggio e quell’oro potrà essere un micidiale e abbagliante effetto fisico, un tempo preso per magico (il Mago del Fiume). Il sole, e l’acqua nella veste di luna, tanto per rifarsi al caso di Giosuè che ferma il sole e la luna, sono gli artefici della faccenda per gabbare gli stolti. Nel caso in questione cioè da un lato, Alì, fissato nei suoi doveri da “formica”, e dall’altro ladroni, simili a “cicale”, predisposti ad ottenere a buon mercato il mezzo per vivere agiatamente senza lavorare tanto. Tuttavia, in modo occulto, più alla grande è come se si profittasse di loro per far “segnare il monotono tempo”, come di una vecchia galera a remi, la “cicala” è assimilabile all'addetto a battere il tamburo per la “coerenza” vogatoria, per rifarci alla favola omonima di questi due insetti. Naturalmente, alla “formica” si associa in pieno Alì che pensa solo al lavoro ciecamente, trascurando stupidamente la salute del suo asino frastornato di botte da mani a sera. 

Naturalmente si capisce che, in modo traslato, si tratta dell'asino nello stesso Alì attraverso la sua corporeità. Da qui un certo parallelo per capire molto bene la giusta funzione dell'“asino” quasi sempre in croce, e paragonato da Gesù al «legno secco» grazie alla prospettiva a riguardo da me tracciata. Il corpo in genere, in questa ottica, diventa un fulcro che molto spesso si scardina, mandando all’aria i propositi e gli assilli dei due di questa sorta di altalena sempre paurosamente oscillante. L’egoismo sproporzionato, ma anche l‘altruismo fuori misura, non possono che portare al disastro, corrompendosi il loro mezzo di attività. E’ una realtà deleteria che occorre scongiurare, per far sì che l’asino non diventi un «legno secco» nemmeno buono da ardere, per il quale Gesù Cristo fece fosche previsioni, e lui si considerava il «legno verde»! Da qui la coscienza che perde i lumi quando è contristata oltre ogni umana ragione. E il pessimismo inspiegabile di Gesù a tal proposito, e il segno della sua acquisita umanità, quindi la garanzia della efficacia della la sua alleanza eucaristica attraverso il peculiare sangue, sacralizzata liturgicamente col cenacolo. Prova ne è che con questa base, il provvidenziale sangue in “prestito”, permette il destare uno dei due ladroni trasformandolo in “buon ladrone”, facendogli intendere la ragione. 

E’ sempre l’edificio della mente che si delinea in chiave cristica, tale da mettere il buon ladrone nelle condizioni di poter far conto su certe sue “gambe”, onde poter ottenere il pane per vivere ed anche di più, e non ricorrere mai più al furto o comunque a degli espedienti come unico sistema di vita. Espedienti, come si è già visto, da non disprezzare mai, perché costituiscono la “scialuppa” di salvataggio, là dove null’altro è veramente possibile. A questo punto, non si può giurare che per il buon ladrone, inteso in senso generico e non nella tragica prospettiva di dover morire come un condannato, il male è fuori causa per sempre, ma ha in sé qualcosa di Gesù, un’altra sorta di “scialuppa” di soccorso che potrà trarlo dai pasticci, non senza affanni. Io direi che è in tal senso il famoso «cavallo di S. Francesco d'Assisi», ossia le gambe, sul quale il santo cercava di “cavalcare” notte e giorno. Ed in modo traslato è da intendersi nel suo “fratello corpo”, il suo bel “somarello”. Bello per modo di dire ma in “cielo”!

Fatto è che alla fine dei suoi giorni era afflitto dalla voracità dei topi con i quali era indotto a passare la notte. Senza poi parlare che da morto, attraverso i suoi resti corporei, continuò a convivere per sua espressa volontà con compagni giudicati ripugnanti, i cadaveri di tanti malfattori giustiziali e sepolti nel luogo ove è sorta, poi, la sua Basilica. Molti si meraviglieranno nel sentire queste cose che sembrano non onorare tanto «fratello corpo»! Eppure è così, anzi c'è di più perché Francesco, il poverello per “scelta”, ma io penso che a causa della “dilapidazione” di ogni “ricchezza” compreso il suo corpo, che egli fu portato a fare in favore dei bisognosi, qualcosa di lui si insuperbì al punto di morire alla sua mansuetudine che gli veniva dal Cristo sul “somarello” dell'ingresso trionfale a Gerusalemme. Questo di seguito è il fatto saliente che mostra ai posteri una personalità aspra in Francesco che mai prima era emerso. E' il lato ombrato del santo che merita una saggia riflessione in relazione alla sua vita ancor prima che si disponesse l'amore per il Signore. 

Ecco ora l'episodio della storia di San Francesco che lo portarono, nientemeno che a lanciare una solenne maledizione (3).
Era verso la fine di maggio 1222. Dopo aver soggiornato a Toscanella, nei pressi di Viterbo ed aver miracolato
un giovane paralitico alle gambe, Francesco, il «poverello» d'Assisi, «... Da Viterbo si reca a Roma per incontrare Onorio III per avere notizie sulla “regola” e al quale intende sottoporre le norme sulla vita del terz'ordine. Onorio III riceve dopo pochi giorni Francesco al Laterano e si compiace per la regola del terz’ordine mentre manifesta perplessità su quella della comunità dei minori.
Felice per la notizia positiva, ma un po’ corrucciato per quella negativa, meditando e pregando, ritorna alla
Porziuncola. Le notizie sulla comunità non sono buone. Da Bologna arrivano nuovi segnali d’allarme. In quella città i minori sono tentati più che altrove di abbandonare la via della semplicità e della povertà. Nell’autunno del 1222 un brutto terremoto colpisce l’Italia settentrionale e moltissimi sono convinti che sia un castigo di Dio predetto da Francesco.

In verità il “poverello” aveva parlato in toni molto aspri, riferendosi soprattutto ai problemi della comunità che ha fondato, senza però fare previsioni del tipo di quelle che gli vengono attribuite dalla fantasia popolare. Per cercare di estirpare il male alla radice torna a Bologna e, forse per la prima volta nella vita, perde la calma serafica. Nella città che ospita forse l’embrione di una rivolta si rivolge con accenti accorati all’Onnipotente, presenti tutti i frati che vorrebbero una vita più comoda.

Signore Gesù Cristo che eleggesti dodici apostoli dei quali, se uno cadde tutti gli altri invece ti rimasero fedeli e predicarono, animati dal medesimo spirito l’Evangelio; tu, o Signore, in quest’ultima ora, memore dell’antica misericordia, hai piantato questo ordine difrati per sostegno alla tua fede e per compiere, per loro mezzo, il mistero del tuo Vangelo; chi dunque ti darò soddisfazione per essi, se trascurando la loro missione non solo non offrono a tutti esempi di luce, ma giungono fino a mostrare opere di tenebre? Da te, Signore Santissimo, e da tutta la Corte Celeste, e da me tuo poverello siano maledetti coloro che con i mali esempi confondono e distruggono quanto un tempo hai edificato per opera dei santi frati di quest’ordine e non cessi di edificare”.

È davvero duro l’intervento del figlio di Pietro di Bernardone. Il verbo maledire non era stato mai coniugato da questo mite personaggio amico dei poveri, dei diseredati, degli umili, degli uccelli e dei pesci ai quali durante la quaresima al Lago Trasimeno aveva detto di non farsi ingannare dai pescatori. Ma proseguendo nella requisitoria contro i presunti “traditori” va anche oltre.

Verrà tempo - dice - nel quale pei mali esempi la diletta religione di Dio sarò diffamata cosi che i suoi membri dovranno vergognarsi di uscire tra la gente”.

Gli amici più intimi raccontano che Francesco ha avuto un sogno profetico. Avrebbe visto - secondo la testimonianza dei suoi seguaci - una statua: la testa sembrava d’oro puro, il petto e le braccia d’argento, il ventre di cristallo e le gambe di piombo.
«Gambe di piombo»: fa pensare, vero?

Ma lasciamo da parte questo preoccupante enigma frutto - di certo - dei rilevati estremismi da non sottovalutare mai, la cristificazione del corpo, fa sì che si aprano nuovi occhi, tale che lo stile di vita “formicacicala”, è tenuto a bada ragionevolmente. In questo modo è la vita a tre, una sorta di concezione trinitaria, che pone al bando la vita precedente arida e grama, avulsa da sostanziali motivi nobili. Sorge così il desiderio di amare in modo congiunto il vecchio e trascurato “somaro”, più di quanto non avveniva nel passato. Ne consegue che l'animale gode di questo possibile nuovo stato, che gli sembra di “libertà”, e non potrà che rimanere, comunque, con i suoi padroni congiunti con fedeltà. Il miracolo così è completo perché per ognuno della favola vi è il giusto esplicarsi. Quei “buoni ladroni”, che al tempo di Gesù ebbero compassione dell'asinello in Gesù sulla croce, riconoscendolo migliore del loro, male impiegato, ottennero un certo “oro”: l'accesso al paradiso di Gesù stesso, dopo la sua resurrezione.

Tornando alla favola in discussione, essa poteva anche costituire una storia reale vedendo le cose relative nel modo seguente. Quel fiume era aurifero e molte pagliuzze del prezioso metallo si impigliarono nelle spugne legate alla groppa dell'asino, il tanto che bastò per far felici quei cercatori doro. Essi furono definiti impropriamente ladroni dal poeta della favola in questione. Un veniale travisamento, poiché essi erano più d'ogni altra cosa, magari, degli sfortunati buoni “papà” della terra, che un inevitabile veniale egoismo spinge al furto pur di poter sfamare dei figli spinti all'estremo dalle necessità contingenti. Si viene poi a scoprire che essi sono dei “papà putativi”, persino, come il non tanto acclamato Giuseppe della fuga in Egitto per porre in salvo Gesù e sua madre. E' una dura lezione per certi esaltati poeti presi dallo stato euforico del sole sfavillante, accecati al punto di prendere lucciole per lanterne, perciò attenti pure loro! È l'occasione per dare risalto alle tante capanne ove per destino, i “quasi uomini” nascono, grazie a dei tanti papà “Giuseppe”, una santa categoria di “somari” di pura razza. Una sorta di incerti babbi, a volte persino babbei, per sorte eccessivamente ingrata. 

Si deve meditare su questa grande figura del piano nobile di Dio, in favore dell'umanità, per la sua gloria, un modo di dire al quale ricorre Gesù per cercare di spiegare certi fatti fuori dell'ordinario, come il miracolo del cieco nato. Non si potrà mai arrivare a comprendere la capacità di restare occultamente “verdi legni”, pur apparendo irrimediabilmente secchi e sterili. Ad onor del vero pochi, o nessuno, hanno apprezzato questo lato adombrato dei “padri putativi”, attraverso la genealogia di Gesù Cristo redatta dall'evangelista Matteo, che è ritratta in chiave natanica a posto di quell'altra genealogia dell'acclamata stirpe di Davide in chiave salomonica. Un certo RNA di un prezioso DNA, per la “notte” e il “giorno” del sorgente Cristianesimo. Nei Giuseppe è riposta la garanzia di provvidenze di estrema emergenza, così come dovette verificarsi durante la nascita di Gesù e durante il primo periodo della sua vita, quella di adolescenza. E guarda caso, la sopravvivenza della famiglia di Gesù è legata al soggiorno in Egitto, luogo di antichi dolori del popolo ebraico! Ma fu anche il luogo di provenienza del soccorso nel passato, per rinverdire un certo legno secco in Sara. Fu la schiava egizia Agar a dare un figlio ad Abramo, Ismaele, il quale permise poi di far nascere il figlio della gioia, Isacco. Fu l'Egitto a permettere a Giuseppe, l'ultimo figlio di Giacobbe, il prediletto, che fu venduto come schiavo dai suoi fratelli, a dare prestigio a questi e al padre suo. Giuseppe ebbe modo di distinguersi a tal punto in Egitto da meritare la posizione di vicerè! 

Un altro significativo modo di ritorcere un antico torturatore intravisibile nei faraoni d'Egitto quale forza vivificante. Come per dare significazione al comando di Giosuè rivolto al Sole, un certo occulto sole in lui e indifferente fuori di lui: «Sole fermati...». Chissà che il maestoso leone faraonico della famosa Sfinge di Giza d'Egitto sia una misteriosa pietrificazione a seguito di un catastrofico fermarsi solare, riecheggiante poi con Giosuè e, poi chissà, alla fine di certi tempi apocalittici. A questo punto, dopo tutto un felice divagare, ricco di novità mai tanto meditate, sembra di avere le idee molto chiare sulla questione dell'«asino doro», e ci si prepara per la domenica per far festa per la soddisfazione ottenuta. Solo un istante, ma ci si accorge che è solo venerdì e perciò l'indomani può riserbare qualche rovescio imprevisto e perdere così le “capre” e/o i “cavoli” che sembravano entrambi in salvo. Forse proprio a causa di ciò il poeta, da me ripreso, ha dipinto i salvatori dell'asino come ladroni?

Ma cosa c'è di altro che, forse, non è stato considerato? Sin da principio, ho voluto mettere in risalto la necessità di far crescere la mente umana in modo saggio, e Gesù Cristo questo sacro intento si prefiggeva. Perciò nella storia dell'asino, non si è focalizzato il corpo della mente, che alla fin fine è il cervello, del quale il nostro asino della favola, rappresenta il restante corpo e membra. A tal proposito mi viene in mente un famoso dipinto di Michelangelo, «La creazione di Adamo», che si ammira sul soffitto della cappella Sistina del Vaticano. Alcuni studiosi di questa opera stupenda, sono concordi nell'accettare l'ipotesi che l'artista intendesse raffigurare Dio come vero e proprio cervello spirituale, da tradurre in pratica attraverso quel tocco di dita. Ritornando al nostro asino, l'oro in pagliuzze vennero abbondantemente trattenute sulla sua groppa allorché cadde nel fiume sfinito dalle botte, grazie alle spugne. Se queste non ci fossero state, ben poco oro sarebbe stato trattenuto dalla nuda schiena dell'animale. Si capirà che le spugne corrispondono alla memoria del cervello in esame, che riesce a trattenere le informazioni che vi arrivano dall'esterno, e a quelle dei dialoghi interiori in relazione al riflettere. Invece cosa stava per accadere a causa di quell'istante di distrazione? Che si scavalcava, il sabato, il giorno del bilancio della settimana, con le conseguenze che si possono immaginare: come di una memoria messa fuori servizio! E' il classico caso dei miraggi, che solo una buona dose di provvidenza, chiamiamola anche fortuna, fa evitare amare conseguenze. 

Ma c'è ancora dell'altro sulle spugne provvidenziali. La favola in esame può essere disposta in modo diverso, visto che si è scomodato il Mago del Fiume, dal poeta in discussione. Per premio l'asino, sempre maltrattato senza colpa, potrà essere trasformato in un altro animale più nobile, il cammello. Il carico di spugne potrà costituire la caratteristica groppa che serve come provvidenza d'acqua, assai utile in quei luoghi, ove i deserti sono molto diffusi. A che può servire l'oro, durante i viaggi da quelle parti, mancando l'acqua? A nulla. Questa trasformazione è un vero miracolo, che se traslato per pensare a far diventare bello un corpo brutto, si deve convenire che è meglio non pensarci troprio. Ma per i fatti della mente è tutto diverso, e perciò la cosa può veramente accadere, ma sempre stando con i piedi a terra (file aggiornato nel Marzo 2006).

                                                                  Gaetano Barbella

 

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Note

1 - Da uno scritto dell'autore «Nostalgia per l'Ospedalino in vendita» pubblicato sul Giornale di Brescia del 28 luglio 2004.

2 - Da I Misteri delle Cattedrali di Fulcanelli, Ed. Mediterranee (pag. 46).

3 - Da Francesco Poverello di Dio di Dante Alimenti, Editrice Velar.