Non è quindi un linguaggio
disposto per non
essere capito prudentemente dagli estranei ad occulti intenti di
ricerca spirituale interiore.
Tuttavia è,
comunque, un procedere, per certi versi, simile all'ermetismo che mira
ad un sorpasso generativo.
Perciò se i
cosiddetti «Argonauti», una delle tante definizioni attribuite ai
ricercatori in questione, si definivano «Figli» o
«Bambini del sole», perché la loro arte era «l'arte della Luce e
dello Spirito», col mio argomentato “sorpasso”,
la stessa definizione, da stimarsi per questo filiale, è resa
cosciente, per quanto sia “incertamente”
concepibile sul piano della vita dei sensi esteriori.
Ho parlato di un
“gioco” perché è particolarmente congeniale “all'infante” in
ogni uomo, essendo peculiarmente
refrattario alla visione dell'orrido ed osceno, al limite della morte
stessa, grazie al suo candore nei casi in cui
non è stata violata la sua innocenza. Si tratta di qualcosa di
somigliante all'apocalittica «mente che abbia
saggezza» (Ap 17, 9). Ma il tema che si dovrà sfiorare è il
sacrificio personale per intenti superiori, perciò la dura
prova da affrontare è la “morte” relativa ma senza dover
impazzire o, comunque, soffrire tanto. Per
“morte”
non intendo assolutamente quella corporale, o, comunque, una
impossibile privazione, ma una concezione che
per necessità deve poter dar luogo ad una vitale inevitabile “mutazione”
senza conseguenze letali.
Tuttavia, per necessità transiterò per la strada “antica” della
morte corporale. Si capirà che le argomentazioni a
riguardo non debbono, minimamente, sfiorare la semplice e piccola
coscienza dei “piccoli”, dei bambini, per
i quali viene raccomandato di non “scandalizzarli”, perché sono
loro gli artefici, alla fin fine, della serenità
al cospetto della morte.
A ragione di ciò è comprensibile la cautela
antica del parlare d'«Argot»: da qui, per
l'argomentato “sorpasso”, per “addottorare” senza danni il
«Bambino del sole», potendo e dovendo procedere alla
luce del giorno, per una intravisibile ricercata “lucidità”
mentale. Se questo è il futuro che si prospetta, si
capirà in pieno che il “bambino” e il “somarello” corporeo,
sono due facce della stessa medaglia. Riandando al
passato di Gesù Cristo in Galilea, il «puledro», che aveva chiesto
di cavalcare il Signore alla festa delle
Palme a Gerusalemme, doveva essere eccezionale, per permettergli, poi,
di salire sul Golgota per farsi
crocifiggere. Era altissima la sofferenza cui andava incontro Gesù
Cristo, ma poteva contare su un valido sostegno nella
cavalcatura argomentata. Di questo ne era talmente conscio da
riconoscere, però, qualcosa di superiore a lui,
da venire nel futuro, in una situazione pari alla sua, se non di più.
In Luca 23, 31 viene riportata questa frase del
Cristo mentre era sul Golgota: «Se fanno questo al legno verde, che
sarà dei quello secco?»
Era lui il legno
verde, attraverso il suo corpo biofisico mansueto “bagnato” in
modo eccelso dal rito del Giordano, nel
quale Iddio Padre si compiacque (Lc 3, 27), rimarcato, appunto dal
segno del «puledro» della festa delle
Palme, da collegarsi ai discepoli del Cristo, «sgabello» dei suoi
piedi. Ma all'esaurirsi della sua vena di sangue e
corpo eucaristico offerto in dono durante il cenacolo prima di andare
a morte, il segno dell'alleanza
(la mitica coppa del Graal che non ha mai avuto una vera dimora sulla
Terra, così come fu per Gesù che non
aveva guanciale per porvi la testa in vita), cosa accadrà? È questa
l'atroce cruccio di Gesù Cristo in quel
tragico giorno. C'è dell'altro che trapela, nella circostanza della
festa delle Palme suddetta, che prelude ad un
provvidenziale capovolgimento di fronte tale da illuminare tutto a
giorno e sbaragliare gli arroganti delle
tenebre.
Ma questa cosa già è sembrato trapelare nella circostanza
della tentata lapidazione dell'adultera,
quando «scrive» “distrattamente” «col dito per terra» per ben
due volte, nel rispondere agli astanti, quasi
che fosse la terra stessa una sorte di “diario” cui tener conto.
Gesù Cristo mentre procedeva durante la festa
della Palme in questione, fu rimproverato da alcuni farisei che
ritenevano blasfemo, il fatto che egli era
acclamato e benedetto perché ritenuto un Re mandato dal Signore. Da
qui la secca frase del Cristo di rimando: «Vi
dico che se essi taceranno, grideranno le pietre». Era un modo di
dire o una predizione legata al “potere”
specifico della “pietra”, un chiaro, adombrato parallelismo con
significato, altrettanto adombrato dei “somarelli”?
Il parlare del Cristo, dopo la sua crocifissione, sembra riferirsi
chiaramente al primo dei suoi apostoli, Pietro
detto, appunto, Cefa (che vuol dire pietra), ma Gesù Cristo in
seguito alla guarigione del cieco nato, specificò
una cosa importante che riguardava il suo mandato sulla Terra. Disse
fra l'altro: «Bisogna che noi compiamo le
opere di colui che mi ha mandato, finché è giorno; viene poi la
notte, quando nessuno può operare. Finché
sono al mondo, sono la luce del mondo».
Oggi si affaccia lo sgomento
per il preannunciarsi di un certo
«Silenzio di Dio» argomentato dal compianto Papa Giovanni Paolo VI,
e persino del «Disgusto di Dio» (Udienza
generale dicembre 2002 del Papa), quasi ad ammettere l'esaurirsi della
luce cristica dell'accennato
Santo Graal terreno ed il preannunciarsi dell'ora della «notte».
Dunque è l'ora del potere di un'altro genere
di «pietra» dalle prerogative di apparire come «legno secco»? In merito al
«legno secco», in relazione all'argomentato “oro”, più che
alchemico per intenderci, perciò legato alla “pietra”
vera e propria, perciò di ordine, se non altro, relativo al comune
pensare e ragionare, per capirci qualcosa, mi
piace ripescare una breve storiella dal titolo “L'asino di Alì”.
Si tratta di una favola che esalta un certo “asino”
da essere visto ad un certo momento tutto d'oro. Ma non è la storia
artisticamente cesellata, e di raffinato gusto
letterario, ad opera di Apuleio nato nel 125 d.C., che viene studiata
nelle scuole superiori.
Dunque ecco il
testo del racconto, in relazione al possibile segreto riposto dalla
superstizione popolare, visto che si tratta di
cose peculiarmente legate alla terra, alla “pietra”, perché “parli”,
appunto. In relazione, poi, al suddetto
supposto “diario” di Gesù Cristo della tentata lapidazione
dell'adultera, si potrebbe accostare il parlare in
favole del genere in questione un possibile suo trapelarsi che non
poteva essere trasmesso ai posteri dagli
evangelisti. Più adombrato ed occulto di così non poteva fare Gesù
Cristo, forse non volendo né sapendo (si
tratta di un mistero che Gesù stesso pone nelle mani del Padre suo,
l'unico che si può definire «buono», per
tramandarci un grande segreto, occorre convenire! Un «Argotiere»
esemplare!
L'Asino di
Alì
«C'era una
volta un asino sfortunato che aveva un padrone di nome Alì, molto
cattivo, che lo picchiava spesso. Un
giorno, Alì doveva recarsi al mercato a vendere le spugne. Caricò
l'asino e si avviò. Come al solito,
cominciò a dare frustate e bastonate. E siccome l'asino camminava
troppo lentamente, lo punì facendolo cadere
con il carico dai spugne nell'acqua del fiume: come si sa, le spugne
imbevute d'acqua diventano troppo
pesanti. Il Mago dei
Fiumi però ebbe pietà del povero asino e trasformò tutte le spugne
in oro. Alcuni ladroni,
che erano appostati vicino alla riva del fiume, videro l'asino mentre
usciva dall'acqua con il carico d'oro e
subito pensarono di impadronirsene. Infatti, picchiarono Alì a
bastonate e portarono via l'asino».
Commento
della favola
E un racconto
per bambini, ma gli adulti che vi fanno capolino con rispetto, e nel
caso nostro in senso cristiano, vi
possono trovare tutti gli ingredienti da poter accostare alla tematica
del “somarello” di Gesù che questi chiese di
montare nell'occasione della festa delle Palme per, poi, disporsi al
sacrificio del Golgota. Molte volte è
la “legnosità” del somaro a ingenerare conflitti infelici
irreversibili, paragonando il “somaro” alla mente da dover
dominare. Così come nel caso di Alì intransigente e cieco, che senza
rispetto alcuno, maltratta a
bastonate l’incosciente somaro. Per “arare” la mente, da buoni
“operai”, la favola in esame è una eccellente
occasione che merita una doviziosa riflessione specie per quelle
persone che Gesù cercava inutilmente.
Quel giovane ricco (Mt 19,16-26) ne era uno, ma la sua ricerca non fu
infruttuosa, perché fu ripagato
ottenendo di avere fra i primi cinque apostoli, Giovanni, un
commerciante alquanto ricco grazie all’impresa
della pesca (Gv 19,25).
Ciò che conta
della storiella dell’«asino d’oro», è che per ogni tipo di
uomo, mezzo Ali e mezzo ladrone, si dispone di un
corrispondente adeguato "oro". Quasi sempre la cosa si
presenta come miraggio e quell’oro potrà essere un
micidiale e abbagliante effetto fisico, un tempo preso per magico (il
Mago del Fiume). Il sole, e l’acqua nella
veste di luna, tanto per rifarsi al caso di Giosuè che ferma il sole
e la luna, sono gli artefici della faccenda per
gabbare gli stolti. Nel caso in questione cioè da un lato, Alì,
fissato nei suoi doveri da “formica”, e dall’altro
ladroni, simili a “cicale”, predisposti ad ottenere a buon mercato
il mezzo per vivere agiatamente senza lavorare
tanto. Tuttavia, in modo occulto, più alla grande è come se si
profittasse di loro per far “segnare il
monotono tempo”, come di una vecchia galera a remi, la “cicala”
è assimilabile all'addetto a battere il tamburo per
la “coerenza” vogatoria, per rifarci alla favola omonima di questi
due insetti. Naturalmente, alla “formica” si
associa in pieno Alì che pensa solo al lavoro ciecamente, trascurando
stupidamente la salute del suo asino
frastornato di botte da mani a sera.
Naturalmente si capisce che, in
modo traslato, si tratta dell'asino nello stesso
Alì attraverso la sua corporeità. Da qui un certo parallelo per
capire molto bene la giusta funzione dell'“asino”
quasi sempre in croce, e paragonato da Gesù al «legno secco» grazie
alla prospettiva a riguardo da me tracciata.
Il corpo in genere, in questa ottica, diventa un fulcro che molto
spesso si scardina, mandando all’aria i
propositi e gli assilli dei due di questa sorta di altalena sempre
paurosamente oscillante. L’egoismo sproporzionato,
ma anche l‘altruismo fuori misura, non possono che portare al
disastro, corrompendosi il loro mezzo di
attività. E’ una realtà deleteria che occorre scongiurare, per far
sì che l’asino non diventi un «legno secco» nemmeno
buono da ardere, per il quale Gesù Cristo fece fosche previsioni, e
lui si considerava il «legno verde»!
Da qui la coscienza che perde i lumi quando è contristata oltre ogni
umana ragione. E il pessimismo
inspiegabile di Gesù a tal proposito, e il segno della sua acquisita
umanità, quindi la garanzia della efficacia
della la sua alleanza eucaristica attraverso il peculiare sangue,
sacralizzata liturgicamente col cenacolo. Prova
ne è che con questa base, il provvidenziale sangue in “prestito”,
permette il destare uno dei due ladroni
trasformandolo in “buon ladrone”, facendogli intendere la ragione.
E’ sempre l’edificio della mente che si delinea
in chiave cristica, tale da mettere il buon ladrone nelle condizioni
di poter far conto su certe sue “gambe”,
onde poter ottenere il pane per vivere ed anche di più, e non
ricorrere mai più al furto o comunque a degli espedienti
come unico sistema di vita. Espedienti, come si è già visto, da non
disprezzare mai, perché costituiscono la
“scialuppa” di salvataggio, là dove null’altro è veramente
possibile. A questo punto, non si può giurare che per
il buon ladrone, inteso in senso generico e non nella tragica
prospettiva di dover morire come un condannato,
il male è fuori causa per sempre, ma ha in sé qualcosa di Gesù, un’altra
sorta di “scialuppa” di soccorso che
potrà trarlo dai pasticci, non senza affanni. Io direi che è in tal
senso il famoso «cavallo di S. Francesco
d'Assisi», ossia le gambe, sul quale il santo cercava di “cavalcare”
notte e giorno. Ed in modo traslato è da
intendersi nel suo “fratello corpo”, il suo bel “somarello”.
Bello per modo di dire ma in “cielo”!
Fatto è che
alla fine dei suoi giorni era afflitto dalla voracità dei topi con i
quali era indotto a passare la notte. Senza poi
parlare che da morto, attraverso i suoi resti corporei, continuò a
convivere per sua espressa volontà con
compagni giudicati ripugnanti, i cadaveri di tanti malfattori
giustiziali e sepolti nel luogo ove è sorta, poi, la
sua Basilica. Molti si meraviglieranno nel sentire queste cose che
sembrano non onorare tanto «fratello
corpo»! Eppure è così, anzi c'è di più perché Francesco, il
poverello per “scelta”, ma io penso che a causa della “dilapidazione”
di ogni “ricchezza” compreso il suo corpo, che egli fu portato a
fare in favore dei bisognosi,
qualcosa di lui si insuperbì al punto di morire alla sua mansuetudine
che gli veniva dal Cristo sul “somarello”
dell'ingresso trionfale a Gerusalemme. Questo di seguito è il fatto
saliente che mostra ai posteri una personalità
aspra in Francesco che mai prima era emerso. E' il lato ombrato del
santo che merita una saggia
riflessione in relazione alla sua vita ancor prima che si disponesse
l'amore per il Signore.
Ecco ora
l'episodio della
storia di San Francesco che lo portarono, nientemeno che a lanciare
una solenne maledizione
(3).
Era verso la
fine di maggio 1222. Dopo aver soggiornato a Toscanella, nei pressi di
Viterbo ed aver miracolato un giovane
paralitico alle gambe, Francesco, il «poverello» d'Assisi, «... Da
Viterbo si reca a Roma per incontrare
Onorio III per avere notizie sulla “regola” e al quale intende
sottoporre le norme sulla vita del terz'ordine.
Onorio III
riceve dopo pochi giorni Francesco al Laterano e si compiace per la
regola del terz’ordine mentre manifesta
perplessità su quella della comunità dei minori.
Felice per la
notizia positiva, ma un po’ corrucciato per quella negativa,
meditando e pregando, ritorna alla Porziuncola. Le
notizie sulla comunità non sono buone. Da Bologna arrivano nuovi
segnali d’allarme. In quella città i minori
sono tentati più che altrove di abbandonare la via della semplicità
e della povertà. Nell’autunno del 1222 un
brutto terremoto colpisce l’Italia settentrionale e moltissimi sono
convinti che sia un castigo di Dio predetto da
Francesco.
In verità il
“poverello” aveva parlato in toni molto aspri, riferendosi
soprattutto ai problemi della comunità che ha fondato,
senza però fare previsioni del tipo di quelle che gli vengono
attribuite dalla fantasia popolare. Per cercare di
estirpare il male alla radice torna a Bologna e, forse per la prima
volta nella vita, perde la calma serafica. Nella
città che ospita forse l’embrione di una rivolta si rivolge con
accenti accorati all’Onnipotente, presenti tutti i
frati che vorrebbero una vita più comoda.
“Signore Gesù
Cristo che eleggesti dodici apostoli dei quali, se uno cadde tutti gli
altri invece ti rimasero fedeli e predicarono,
animati dal medesimo spirito l’Evangelio; tu, o Signore, in quest’ultima
ora, memore dell’antica misericordia,
hai piantato questo ordine difrati per sostegno alla tua fede e per
compiere, per loro mezzo, il mistero del tuo
Vangelo; chi dunque ti darò soddisfazione per essi, se trascurando la
loro missione non solo non offrono a
tutti esempi di luce, ma giungono fino a mostrare opere di tenebre?
Da te, Signore
Santissimo, e da tutta la Corte Celeste, e da me tuo poverello siano
maledetti coloro che con i mali esempi
confondono e distruggono quanto un tempo hai edificato per opera dei
santi frati di quest’ordine e non cessi di
edificare”.
È davvero duro
l’intervento del figlio di Pietro di Bernardone. Il verbo maledire
non era stato mai coniugato da questo mite
personaggio amico dei poveri, dei diseredati, degli umili, degli
uccelli e dei pesci ai quali durante la quaresima al
Lago Trasimeno aveva detto di non farsi ingannare dai pescatori.
Ma proseguendo
nella requisitoria contro i presunti “traditori” va anche oltre.
“Verrà tempo
- dice - nel quale pei mali esempi la diletta religione di Dio sarò
diffamata cosi che i suoi membri dovranno
vergognarsi di uscire tra la gente”.
Gli amici più
intimi raccontano che Francesco ha avuto un sogno profetico. Avrebbe
visto - secondo la testimonianza
dei suoi seguaci - una statua: la testa sembrava d’oro puro, il
petto e le braccia d’argento, il ventre di
cristallo e le gambe di piombo.
«Gambe di piombo»: fa pensare, vero?
Ma lasciamo da
parte questo preoccupante enigma frutto - di certo - dei rilevati
estremismi da non sottovalutare
mai, la cristificazione del corpo, fa sì che si aprano nuovi occhi,
tale che lo stile di vita “formicacicala”, è tenuto a bada
ragionevolmente. In questo modo è la vita a tre, una sorta di
concezione trinitaria, che pone al bando la
vita precedente arida e grama, avulsa da sostanziali motivi nobili.
Sorge così il desiderio di amare in modo
congiunto il vecchio e trascurato “somaro”, più di quanto non
avveniva nel passato. Ne consegue che
l'animale gode di questo possibile nuovo stato, che gli sembra di “libertà”,
e non potrà che rimanere,
comunque, con i suoi padroni congiunti con fedeltà. Il miracolo così
è completo perché per ognuno della favola vi
è il giusto esplicarsi. Quei “buoni ladroni”, che al tempo di
Gesù ebbero compassione dell'asinello in
Gesù sulla croce, riconoscendolo migliore del loro, male impiegato,
ottennero un certo “oro”: l'accesso al
paradiso di Gesù stesso, dopo la sua resurrezione.
Tornando alla
favola in discussione, essa poteva anche costituire una storia reale
vedendo le cose relative nel modo seguente.
Quel fiume era aurifero e molte pagliuzze del prezioso metallo si
impigliarono nelle spugne legate alla
groppa dell'asino, il tanto che bastò per far felici quei cercatori
doro. Essi furono definiti impropriamente
ladroni dal poeta della favola in questione. Un veniale travisamento,
poiché essi erano più d'ogni altra
cosa, magari, degli sfortunati buoni “papà” della terra, che un
inevitabile veniale egoismo spinge al furto pur di
poter sfamare dei figli spinti all'estremo dalle necessità
contingenti. Si viene poi a scoprire che essi sono dei
“papà putativi”, persino, come il non tanto acclamato Giuseppe
della fuga in Egitto per porre in salvo Gesù e
sua madre. E' una dura lezione per certi esaltati poeti presi dallo
stato euforico del sole sfavillante,
accecati al punto di prendere lucciole per lanterne, perciò attenti
pure loro! È l'occasione per dare risalto alle
tante capanne ove per destino, i “quasi uomini” nascono, grazie a
dei tanti papà “Giuseppe”, una santa categoria
di “somari” di pura razza. Una sorta di incerti babbi, a volte
persino babbei, per sorte eccessivamente
ingrata.
Si deve meditare su questa grande figura del piano nobile di
Dio, in favore dell'umanità,
per la sua gloria, un modo di dire al quale ricorre Gesù per cercare
di spiegare certi fatti fuori dell'ordinario,
come il miracolo del cieco nato. Non si potrà mai arrivare a
comprendere la capacità di restare occultamente “verdi
legni”, pur apparendo irrimediabilmente secchi e sterili. Ad onor
del vero pochi, o nessuno, hanno
apprezzato questo lato adombrato dei “padri putativi”, attraverso
la genealogia di Gesù Cristo redatta
dall'evangelista Matteo, che è ritratta in chiave natanica a posto di
quell'altra genealogia dell'acclamata
stirpe di Davide in chiave salomonica. Un certo RNA di un prezioso
DNA, per la “notte” e il “giorno” del
sorgente Cristianesimo. Nei Giuseppe è riposta la garanzia di
provvidenze di estrema emergenza, così come
dovette verificarsi durante la nascita di Gesù e durante il primo
periodo della sua vita, quella di adolescenza. E
guarda caso, la sopravvivenza della famiglia di Gesù è legata al
soggiorno in Egitto, luogo di antichi dolori
del popolo ebraico! Ma fu anche il luogo di provenienza del soccorso
nel passato, per rinverdire un certo legno
secco in Sara. Fu la schiava egizia Agar a dare un figlio ad Abramo,
Ismaele, il quale permise poi di far
nascere il figlio della gioia, Isacco. Fu l'Egitto a permettere a
Giuseppe, l'ultimo figlio di Giacobbe, il prediletto, che
fu venduto come schiavo dai suoi fratelli, a dare prestigio a questi e
al padre suo. Giuseppe ebbe modo di
distinguersi a tal punto in Egitto da meritare la posizione di vicerè!
Un altro significativo modo di ritorcere un
antico torturatore intravisibile nei faraoni d'Egitto quale forza
vivificante. Come per dare significazione
al comando di Giosuè rivolto al Sole, un certo occulto sole in lui e
indifferente fuori di lui: «Sole fermati...».
Chissà che il maestoso leone faraonico della famosa Sfinge di Giza
d'Egitto sia una misteriosa pietrificazione
a seguito di un catastrofico fermarsi solare, riecheggiante poi con
Giosuè e, poi chissà, alla fine di certi tempi
apocalittici. A questo punto, dopo tutto un felice divagare, ricco di
novità mai tanto meditate, sembra di avere
le idee molto chiare sulla questione dell'«asino doro», e ci si
prepara per la domenica per far festa per la
soddisfazione ottenuta. Solo un istante, ma ci si accorge che è solo
venerdì e perciò l'indomani può riserbare
qualche rovescio imprevisto e perdere così le “capre” e/o i “cavoli”
che sembravano entrambi in salvo. Forse
proprio a causa di ciò il poeta, da me ripreso, ha dipinto i
salvatori dell'asino come ladroni?
Ma cosa c'è di
altro che, forse, non è stato considerato? Sin da
principio, ho voluto mettere in risalto la necessità di far crescere
la mente umana in modo saggio, e Gesù Cristo
questo sacro intento si prefiggeva. Perciò nella storia dell'asino,
non si è focalizzato il corpo della mente, che alla
fin fine è il cervello, del quale il nostro asino della favola,
rappresenta il restante corpo e membra. A tal
proposito mi viene in mente un famoso dipinto di Michelangelo, «La
creazione di Adamo», che si ammira sul
soffitto della cappella Sistina del Vaticano. Alcuni studiosi di
questa opera stupenda, sono concordi
nell'accettare l'ipotesi che l'artista intendesse raffigurare Dio come
vero e proprio cervello spirituale, da tradurre in
pratica attraverso quel tocco di dita. Ritornando al
nostro asino, l'oro in pagliuzze vennero abbondantemente trattenute
sulla sua groppa allorché cadde nel fiume
sfinito dalle botte, grazie alle spugne. Se queste non ci fossero
state, ben poco oro sarebbe stato trattenuto
dalla nuda schiena dell'animale. Si capirà che le spugne
corrispondono alla memoria del cervello in
esame, che riesce a trattenere le informazioni che vi arrivano
dall'esterno, e a quelle dei dialoghi interiori in
relazione al riflettere. Invece cosa stava per accadere a causa di
quell'istante di distrazione? Che si scavalcava, il
sabato, il giorno del bilancio della settimana, con le conseguenze che
si possono immaginare: come di una
memoria messa fuori servizio! E' il classico caso dei miraggi, che
solo una buona dose di provvidenza,
chiamiamola anche fortuna, fa evitare amare conseguenze.
Ma c'è
ancora dell'altro sulle spugne provvidenziali.
La favola in
esame può essere disposta in modo diverso, visto che si è scomodato
il Mago del Fiume, dal poeta in
discussione. Per premio l'asino, sempre maltrattato senza colpa,
potrà essere trasformato in un altro animale più
nobile, il cammello. Il carico di spugne potrà costituire la
caratteristica groppa che serve come provvidenza
d'acqua, assai utile in quei luoghi, ove i deserti sono molto diffusi.
A che può servire l'oro, durante i viaggi
da quelle parti, mancando l'acqua? A nulla. Questa trasformazione è
un vero miracolo, che se traslato per
pensare a far diventare bello un corpo brutto, si deve convenire che
è meglio non pensarci troprio. Ma per
i fatti della mente è tutto diverso, e perciò la cosa può veramente
accadere, ma sempre stando con i
piedi a terra (file aggiornato nel Marzo 2006).
Gaetano Barbella
Immagini a cura
dell'Autore.
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Note
1 - Da uno
scritto dell'autore «Nostalgia per l'Ospedalino in vendita»
pubblicato sul Giornale di Brescia del 28 luglio 2004.
2 - Da I
Misteri delle Cattedrali di Fulcanelli, Ed. Mediterranee (pag. 46).
3 - Da Francesco Poverello di
Dio di Dante Alimenti, Editrice Velar.