Specchio Magico

Home     Chi siamo     Scrivici     Mappa del sito
Lo Scrittore Esordiente     Agenda     Nuovi Autori     Interviste
 I nostri scrittori     Pubblica con noi     Spaziofatato     Archivio     Link


 

 

I CLASSICI DELLA MAGIA

Alla riscoperta 
dei più famosi autori di opere 
magiche ed esoteriche

ALEXANDRA DAVID-NEEL
E
MAGIA D'AMORE, MAGIA NERA

di Paola Mastrorilli e Devon Scott


Un brigante bello e aitante cavalca attraverso un altopiano del Tibet assieme ai suoi compagni. Col suo sguardo acuto scruta il cielo e cerca segni che confermino che è sulla strada giusta. È silenzioso, il capo dei “briganti gentiluomini” [1], perché sa di trovarsi in un luogo magico, regno di fate e di demoni, ultimo rifugio dei geni che sfuggono al nemico della natura: l’uomo. Garab è il nome dell’uomo a cavallo ed è capo della combriccola di audaci rapinatori in procinto di sferrare un attacco. Il loro obbiettivo è quello di depredare una carovana di pellegrini diretti a Lhasa per portare doni al Dalai Lama. Saccheggiare i beni di questi poveretti è cosa fin troppo facile per uomini tanto esperti nel campo del malaffare. Garab è anche un ottimo guerriero, abile nell’usare le armi senza ferire a morte l’avversario – lì dove non lo voglia. In men che non si dica i briganti mettono in fuga il gruppo di pellegrini non senza averli prima privati della maggior parte dei loro averi, e lasciando loro giusto l’occorrente per fare ritorno a casa. 

Entusiasti del bottino di cavalli, sete cinesi di gran valore e lingotti di metallo prezioso, gli avventurieri si preparano a rimettersi in marcia, quando una giovane donna compare dal nulla e si posiziona dinnanzi a Garab. Lo guarda fisso negli occhi, ne sfida lo sguardo, gli intralcia la strada. Nonostante gli scherni e le risa dei banditi, la ragazza non mostra segni di cedimento e resta immobile, come una statua, con gli occhi affondati in quelli del loro capo. È Garab a rivolgerle per primo la parola. Le chiede cosa voglia: è evidente che la giovane donna facesse parte del gruppo di pellegrini, ma ora cosa cerca? La ragazza dagli occhi vispi e l’atteggiamento fiero non perde tempo a rispondergli e gli confessa, in un battito d’ali, che si era nascosta per poter seguire proprio lui, Garab. Perché loro sono destinati a stare assieme e ad amarsi: lei l’ha visto, in sogno, che il fato vuole le loro vite unite in un vincolo sacro e inscindibile. Garab non tradisce sorpresa e, anzi, si mostra infastidito da certe stupide romanticherie. Si rivolge con toni duri alla giovane, cerca di cacciarla ma lei insiste a restare e lo implora di portarla via con sé, a cavallo. Una luce particolare deve essere riflessa negli occhi di Detchema, perché Garab alla fine decide di farla caricare da uno dei suoi uomini su un cavallo e di accoglierla nella brigata. Quanto meno avrà con sé una donna pronta a soddisfare ogni suo desiderio e a farlo da consenziente, senza che lui debba infrangere la regola d’oro del loro gruppo.
È dopo la prima notte assieme che qualcosa fa breccia nella dura corazza del capo bandito, perché Garab comincia a provare un insolito trasporto per quella creatura tanto stramba quanto bella e, da quel momento in poi, tra i due nasce qualcosa di importante, destinato a segnare per sempre le loro vite e a sancire l’inizio di una lunga avventura tra le vallate remote del Tibet e alla ricerca del sé. 

Magia d’amore, magia nera costituisce uno degli innumerevoli diari di viaggio di Alexandra David-Néel, l’esploratrice di lande e di cuori perduti che fece delle sue spedizioni in Oriente, a contatto coi buddisti del territorio, un motivo di vita e di scoperta di sé. 

Nell'immagine a lato,
una foto giovanile dell'Autrice

Sebbene il titolo potrebbe trarre in errore, Magia d’amore, magia nera non costituisce una guida alla magia e/o alla stregoneria con esercizi pratici di questo o di quel filone di scienze magiche, bensì un vero e proprio, piccolo compendio delle conoscenze esoteriche che, ancor oggi, praticano gli iniziati delle valli del Tibet. Al di là del suo valore come documentario di pratiche misteriche orientali, questo libro raffigura uno splendido spaccato sugli usi e i costumi, le tradizioni e l’etica di un popolo a noi lontano geograficamente, ma di cui avvertiamo un recondito richiamo attraverso affascinanti suggestioni che ci attirano verso est.
Il tutto è narrato sotto forma di romanzo, pur essendo un  racconto di fatti concreti e reali vissuti da Garab in persona e riportati ad Alexandra durante uno dei loro incontri. La voce di Alexandra si fonde, così, a quella di Garab. I due orizzonti talvolta coincidono e altri si separano, dando vita a una sorta di fiaba per adulti, in cui la voce narrante (che, pur essendo in terza persona, vede il mondo con gli occhi dell’ex brigante) si esibisce sul palcoscenico della narrazione, in piena luce, e la voce della scrittrice le fa da spalla, accompagnandola con discrezione e con qualche timido accenno che viene dall’ombra. Il racconto si snoda, così, agevolmente attraversando, di pagina in pagina e di vallata in vallata, i pensieri e le emozioni dei due personaggi principali, amanti inconsapevoli di un destino negato dalle loro stesse anime, compagni appassionati a cui il lettore finisce inevitabilmente per affezionarsi, menti tormentate dal dubbio e dai rimorsi, unite in un viaggio lunghissimo che li porterà a condividere esperienze mistiche e magiche al tempo stesso.

 È nelle loro avventure che giace il segreto del romanzo, negli incontri quotidiani con ciò che eccede l’ordinario e supera l’immaginabile, soprattutto per noi occidentali così poco avvezzi (seppure con un’ampia tradizione alle spalle di questo genere) a credere nel “sovrannaturale” e nell’invisibile. Cavalcando con Garab e Detchema verso Lhasa, apprendiamo così le tradizioni dei pellegrinaggi al Dalai Lama, l’Onnisciente, e accediamo al suo appartamento privato, dove egli accoglieva con benevolenza le merci (stoffe, turchesi, fucili, selle per cavalli ecc.) che i viaggiatori gli portavano in dono, mentre i chape [2] sedevano attorno adagiati su bellissimi tappeti; si dice che il Dalai Lama emanasse un fluido benefico che scorreva lungo un piumino che teneva in mano e col quale sfiorava il pellegrino venuto a rendergli omaggio. Conosciamo Lhasa, la splendida città immersa tra le montagne, fatta di case basse bianche che sembrano “un’immensa folla genuflessa in preghiera”. Andando a ritroso nella vita dei due protagonisti, scopriamo che il Khang Tisé è un luogo sacro, punto di confine tra il mondo degli umani e degli dei, abitato da demoni ed esseri disincarnati e che, in queste zone misteriose, sia credenza comune che “in realtà la vita non si spiega che per mezzo della morte e viceversa. L’una e l’altra sono facce […] di una medesima realtà: è questa realtà che si deve afferrare”. Attraverso l’amico indiano di Garab impariamo che, nella filosofia induista, le forme vitali sono considerate come la facciata superficiale della realtà delle cose ma che, dietro alle ombre che l’occhio umano percepisce sotto forma di cose reali, si nasconde la vita vera, forza sottile e robusta al tempo stesso che anima l’Universo.
Di pagina in pagina Garab incontra personaggi singolari, ognuno con un vissuto esoterico importante o con un insegnamento da far proprio: appartenenti alle alte o medie schiere di medici-maghi (come quelli del So Sa Ling) impegnati a trovare l’elisir di lunga vita attraverso rituali atroci e crudeli; nagspa
[3] in grado di riconoscere gli spiriti e i demoni che succhiano, a mo’ di vampiro, la linfa vitale dai corpi umani; importanti asceti che donano perle di saggezza; compagni di viaggio fedeli.

Come se venisse fuori da Le mille e una notte, Magia d’amore, magia nera si presenta, così, come un’intricata fiaba per adulti in cui il viaggio diventa metafora della lotta perenne che l’uomo imbastisce con se stesso dal momento in cui mette piede sulla terra, ma col valore aggiunto di un racconto realistico che mostra l’estrema complessità del sistema di pensiero e di credenze orientali. Il viaggio di Garab e di Detchema è un viaggio a ritroso nel tempo e nello spazio, alla ricerca delle proprie origini perdute, senza le quali nessuno dei due è in grado di andare avanti. La morale che risuona come nota costante del libro è, infine, quella secondo cui la vita attuale, con le sue innumerevoli ingiustizie apparentemente senza senso, si genera da noi stessi e dalle nostre azioni passate. Le persone che ci accompagnano, e i nodi che dobbiamo sciogliere con loro e con l’ambiente circostante, sono i frutti della nostra condotta e della condotta di coloro che alla nostra vita hanno permesso di prendere forma. Ricercare quel “punto d’inizio” può essere utile a comprendere meglio i segnali che la Vita ci manda e a trovare la “via di salvezza”.

Nell'immagine a lato,
Alexandra in abbigliamento tibetano

Louise Eugenie Alexandrine David nacque il 24 ottobre 1868 a Saint-Mandé, presso Parigi, da una famiglia della ricca borghesia. I suoi genitori erano anziani e molto diversi tra loro: la madre, di origine belga, formalista e cattolica, si era unita ad un uomo che non amava e che, inoltre, era un libero pensatore di tendenze repubblicane, massone, calvinista, discendente del pittore prediletto da Napoleone, Jacques-Louis David.

Fu il padre ad influenzare gli studi, l’educazione e le scelte della figlia: il padre e i suoi amici, come Elisée Reclus, famoso geografo, repubblicano e socialista, amico di Bakunin, che trovò in Alexandra una seguace entusiasta di idee sociali progressiste ed uno spirito ribelle e anticonvenzionale. Fin da ragazzina fu appassionata lettrice di Jules Verne, ma anche di libri che parlavano di esplorazioni, di imprese eroiche, di santi e filosofi. Manifestò un immenso amore per viaggi e avventure, un interesse anomalo per i problemi sociali e per i ceti più poveri. Studiò le religioni dell’Estremo Oriente, il sanscrito, i testi buddhisti, ma anche i saggi delle proto-femministe, che reclamavano per le donne pari opportunità e diritto di voto. In seguito avrebbe manifestato le sue idee sull’argomento nei due polemici saggi Le mariage, profession pour les femmes e Le féminisme rationnel. Fu attratta da ideali di ascetismo e scandalizzò la famiglia col rifiuto di mettersi bei vestiti ed ornamenti lussuosi, con i digiuni e le privazioni che si imponeva per fortificarsi: quasi un allenamento per la sua vita futura di esploratrice.

A 15 anni cominciò a studiare musica e canto, per educare la sua bella voce da soprano; nello stesso periodo nacque il suo interesse per l’occulto, dopo aver trovato un giornale inglese edito dalla Società della Gnosi Suprema, diretta da Elisabeth Morgan. L’estate seguente, mentre la famiglia era diretta a Bruxelles, scappò e raggiunse l’Inghilterra. A Londra incontrò la signora Morgan, che la convinse a ritornare dai genitori, ma l’esperienza le piacque tanto che la rifece altre volte, come quando attraversò a piedi il San Gottardo, arrivando fino a Milano.
Nel 1888 si recò a Londra e vi soggiornò per un anno; qui rivide la signora Morgan, che la presentò a Madame Blavatsky e la introdusse negli ambienti teosofici. Seguì poi dei corsi di orientalismo alla Sorbona di Parigi, dove venne in contatto con circoli radicali.
Una piccola eredità le permise infine di realizzare praticamente i suoi sogni: partì per l’Estremo Oriente e visitò lo Sri Lanka e l’India. Finiti i fondi, nonostante l’immenso fascino che quei luoghi esercitavano su di lei fu costretta a tornare in Europa. 

Per guadagnarsi da vivere pensò di dedicarsi al canto a livello professionale; nonostante qualche interessante ingaggio, non ebbe un gran successo. Accortasi che stava sprecando il suo tempo, nel 1900 accettò un lavoro a Tunisi; qui conobbe Philip Néel, che sposò nel 1904. Il matrimonio non mise freni alla sua vita movimentata: collaborò con vari giornali e riviste, scrivendo articoli che la portavano a viaggiare continuamente. Aderì ad una loggia mista massonica e ad un movimento rosicruciano. Nel 1911, in accordo col marito (che rimase in Francia), partì per l’Oriente: si rividero solo nel 1926.
Guardata con qualche sospetto dalla polizia, a conoscenza delle sue idee estremiste, girò la Cina, il Giappone, la Corea, l’India e il Nepal, portando avanti gli sudi sul sanscrito con tali lusinghieri risultati da ottenere un diploma honoris causa dall’università di Benares. Nel 1914 incontrò un giovane lama, Aphur Yongden, che divenne suo compagno di viaggi e in seguito amatissimo figlio adottivo. Insieme tentarono più volte di entrare in Tibet, riuscendo solo a farsi cacciare dal Sikkim nel 1916. Non potendo tornare in Francia a causa della Prima Guerra Mondiale, Alexandra e Yongden viaggiarono attraverso la Cina e la Mongolia, riuscendo poi ad arrivare al monastero di Kum Bum tra mille peripezie. Qui si fermarono tre anni, durante i quali la donna studiò dottrine esoteriche e venne a conoscenza delle tecniche misteriose usate dai mistici locali. Poi ripartì e, dopo un viaggio lunghissimo fatto a piedi, fu la prima donna occidentale ad entrare a Lhasa nel 1924, travestita da pellegrina.

Al suo ritorno in Francia, nel 1925, preceduta da una fama ormai internazionale, fu accolta con tutti gli onori e venne anche insignita, per i suoi meriti, della Légion d’honneur. Si separò amichevolmente e consensualmente dal marito, che l’aveva aiutata moralmente e finanziariamente durante le sue avventure. Pubblicò poi i suoi libri più famosi: Viaggio di una parigina a Lhasa, Mistici e maghi del Tibet, Nel paese dei briganti gentiluomini.
Nel 1928 si fece costruire a Digne (in Provenza) una casa, Samten-Dzong, la sua “fortezza di meditazione”. Rimase tranquilla a godersi il clima ed a scrivere libri fino al 1937, quando ripartì per la Cina, rimanendovi fino al 1946, per nulla spaventata dalla guerra in corso nel paese. Tornata in patria, nel 1955 perse il figlio Yongden, evento dolorosissimo che non piegò questa donna eccezionale: morì a quasi 101 anni, mentre aspettava che le rinnovassero il passaporto per affrontare l’ennesimo viaggio in Oriente. Il corpo fu cremato e le sue ceneri disperse sul sacro fiume Gange (file aggiornato nel Dicembre 2006).

                                                              Paola Mastrorilli e Devon Scott


Note e Bibliografia

[1] In Tibet esiste un rango specifico di briganti detti “bravi”. Loro costume è di derubare i mercanti e i viaggiatori delle loro mercanzie e farne bottino da spartire in modo equanime tra loro. Questi briganti sono in realtà pastori con un loro appezzamento di terreno che coltivano durante l’anno, i quali si riuniscono nei periodi di magra per organizzare scorribande e rimpinguare le loro tasche di qualche soldi in più. Lo fanno rivendendo le merci rubate ai mal capitati, ma hanno un codice d’onore che vieta loro di uccidere e/o di toccare donne e bambini.

[2] I chape sono i consiglieri del Dalai Lama. Letteralmente, il nome vuol dire “piedi di loto”.

[3] I nagspa sono, in Tibet, esperti conoscitori delle formule magiche esoteriche.

Magia d'amore, magia nera di Alexandra David-Néel è edito da Venexia, Roma, 2006, Euro 19.00. Per comprare il libro www.venexia.it 
Sul sito troverete anche una biografia dell'Autrice.
Per saperne di più vi rimandiamo a Portrait of an Adventurer di Ruth Middleton
, Paperback / Shambhala Publications; ed al saggio La scrittrice abita qui. Un viaggio nelle case e nella vita sentimentale di Grazia Deledda, Marguerite Yourcenar, Colette, Alexandra David-Néel, Karen Blixen, Virginia Woolf di Sandra Petrignani, Edizioni Neri Pozza, 2002.